(Lisa Maree Williams/Getty Images)
  • Cultura
  • domenica 15 settembre 2019

Perché i libri sono a forma di libri

Sono tutti rettangolari e rispettano proporzioni molto simili: c'entra come siamo fatti noi che li leggiamo, ma anche la matematica e l'editoria

(Lisa Maree Williams/Getty Images)

«Chiunque abbia mai provato a organizzare gli scaffali della libreria sa che i libri non hanno tutti le stesse dimensioni. Anche quelli che appartengono alla stessa categoria (che siano tascabili per il mercato di massa o rilegati) possono essere incredibilmente diversi, cosa che rende molto difficile creare uno scaffale perfettamente ordinato e allineato. Nonostante questa molteplicità di dimensioni, quasi tutti i libri hanno una stessa proporzione».

Quasi tutti i libri infatti sono dei rettangoli più alti che larghi, con un rapporto che mantiene più o meno la stessa proporzione di 5:8 tra larghezza e altezza: la giornalista Danika Ellis ha raccontato sul sito BookRiot perché. A partire dal libro The Book di Keith Houston, Ellis spiega che le proporzioni rettangolari dei libri non sono un’invenzione della stampa moderna e che anche quelli più antichi hanno proporzioni simili, anche se erano spesso un po’ più alti e grandi dei nostri. Le ragioni si devono principalmente alla storia della stampa, alle proporzioni matematiche e soprattutto all’anatomia del lettore.

Il fattore fisico
Secondo Ellis è il fattore più importante. Leggiamo per righe: se sono troppo lunghe ci perdiamo, se sono troppo brevi perdiamo il filo. In The Elements of Typographic Style il tipografo Robert Bringhurst sostiene che la lunghezza di una riga dovrebbe essere compresa tra i 45 e i 75 caratteri; l’ideale sarebbe 66. Per lo stesso motivo le pubblicazioni molto più grandi, come giornali e riviste, hanno le pagine suddivise in colonne. Inoltre leggiamo i libri tenendoli in mano e per questo le dimensioni di un libro sono simili a quelle delle nostre mani; i primi libri erano molto più grandi perché venivano appoggiati su un leggìo.

La storia della stampa
Nei tempi antichi si scriveva sui papiri in carta di papiro, che si srotolavano da sinistra a destra e avevano il testo diviso in colonne. Poi dal I secolo d.C. in Europa si diffuse l’uso della pergamena, una superficie di scrittura fatta di pelle di animali (pecore, capre e mucche): era più adatta al clima umido europeo rispetto al papiro, che resisteva bene nei luoghi secchi dell’Egitto; in più non doveva essere importata ma si poteva produrre sul posto. La pergamena diede origine alla prima forma di libro, il codice, che era composto da pagine rilegate che si aprivano lungo lo stesso dorso. Il codice si diffuse dal II secolo d.C e dal IV soppiantò definitivamente il papiro. Come scrive David Bland in A History of Book Illustration, i codici del I secolo erano divisi in colonne, solitamente 4, ma dal IV secolo ogni pagina ne ospitava al massimo una o due.

Il formato del codice fu vincente anche per molte altre ragioni: poteva essere appoggiato a un tavolo per prendere appunti, era più facile da maneggiare perché sfogliare è più semplice di srotolare; conteneva più testo perché si scriveva su tutte le facciate delle pagine; favorì una maggiore chiarezza nella scrittura, permetteva di inserire indici, note e numerazioni alle pagine e di trovare un passo al volo conoscendo il numero della pagina. Infine era più facile da conservare e archiviare.

È possibile che l’altezza dei primi codici fosse influenzata dai vecchi rotoli di papiro, di certo lo era dalla forma rettangolare delle pelli degli animali, che venivano facilmente piegate in quattro o più parti per formare le pagine del codice. Per questo si finì per indicare le dimensioni dei libri con il numero di volte in cui il foglio originale era stato piegato. Raramente poi i libri erano più larghi che alti per non pesare troppo sul dorso del libro. Attorno al 100 d.C. in Cina venne inventata la carta, il cui utilizzo si diffuse dal III secolo diventando comune nel VI. In Europa arrivò lentamente, ci sono prove della sua presenza dal XII secolo con le prime cartiere a Córdoba, in Spagna, che si diffusero dal XIII secolo in Italia. Da quel momento un altro aspetto da considerare riguardo le dimensioni del libro divenne il diametro delle vasche in cui si produceva la carta, che ovviamente avrebbe prodotto un foglio originale più piccolo.

La maggior parte dei libri pubblicati prima del Cinquecento erano in quarto, ottenuti cioè piegando due volte il foglio originale, la prima volta lungo il lato minore, poi lungo quello più grande: si otteneva un fascicolo di otto pagine su cui scrivere. Erano dei grandi oggetti di lusso, riccamente ornati e pesanti da portare in giro. I libri portatili vennero inventati in Italia alla fine del Quattrocento, si chiamavano aldine ed erano in ottavo, come aveva raccontato Giacomo Papi sul Post:

«L’uomo che inventò i libri piccoli si chiamava Aldo Manuzio, un grande editore e tipografo attivo a Venezia alla fine del Quattrocento che intuì l’esistenza di un pubblico pronto a utilizzare i libri in modo diverso da quello dominante fino ad allora, lettori meno orientati allo studio e più al piacere, affamati di storie da leggere ovunque e in qualunque posizione, non solo seduti al tavolo come gli eruditi, ma anche sprofondati in poltrona, sdraiati in un prato e, soprattutto, di notte a letto. Intuì, cioè, che la maneggiabilità e trasportabilità dei libri era una variabile funzionale importante, e che un formato ridotto sarebbe stato decisivo per allargarne l’utilizzo e, quindi, la vendita. Ma per attrarre il pubblico dei nuovi ricchi che gravitava intorno alle corti – lo stesso pubblico a cui si rivolse, per esempio, Ludovico Ariosto quando scrisse Orlando furioso – i libri dovevano essere concepiti come piccoli gioielli. Manuzio fece, cioè, un’operazione simile a quella che mezzo millennio più tardi Steve Jobs avrebbe fatto con gli iPhone».

Le proporzioni matematiche
Ellis ricorda che esistono delle proporzioni «matematicamente pratiche» nella costruzione di una pagina o considerate una garanzia di proporzioni esteticamente perfette. In Divina Proporción Tipográfica, Raúl Rosarivo ha fatto una comparazione tra i libri del Rinascimento e ha scoperto che seguivano «un canone d’oro», cioè 2:3. Permetteva di suddividere le pagine in nove parti, sette erano scritte e due, sopra e sotto, lasciate vuote; spesso lo spazio inferiore era però più grande di quello superiore, per permettere di tenere in mano il libro senza coprire parti del testo.
Un’altra proporzione matematica molto usata è la sezione aurea, detta anche proporzione divina, e diffusa nella matematica come nell’arte: è il numero irrazionale 1,618 e accomuna l’antica Bibbia di Gutenberg ai moderni tascabili Penguin. Un’altra ancora è la Costante di Pitagora, cioè √2, che consente di piegare una pagina in due all’infinito senza perdere la proporzione iniziale.

Queste proporzioni si ritrovano anche nei lettori per ebook come i Kindle: per esempio il Kindle 2 rispetta la sezione aurea, il Kindle Paperwhite la costante di Pitagora.

Un po’ di eccezioni
Anche se queste sono le proporzioni e le dimensioni più diffuse, non valgono ovviamente per tutti i libri. In Italia tra i formati più originali c’è quello di Iperborea: è 10×20 centimetri, esattamente quello dei mattoni di cotto: è il tratto più riconoscibile della casa editrice e, infatti, non è mai stato toccato dal 1987 (tranne alcune eccezioni). Anche la casa editrice Safarà ha adottato dal 2016 un nuovo formato, con libri caratterizzati da un taglio obliquo in basso che indica «la nostra volontà di pubblicare opere trasversali, oblique». Poi ci sono i libri per bambini, quelli che si diversificano di più: rettangolari, quadrati, a forma di casa o matrioska.

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Per finire, nel 1969, segnala il New York Times, uscì un’edizione del dizionario Merrian-Webster dalla forma asimmetrica, immaginata per reggersi da sola anche se la si apre lontano dalle pagine centrali, una soluzione indubbiamente comoda che non ha convinto, per ora, il mondo dell’editoria.

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