Bryn Lennon/Getty Images
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  • mercoledì 24 luglio 2019

Un controverso modo di stare in bicicletta

Sempre più professionisti in discesa si siedono sul telaio, per essere più aerodinamici: ma non è detto che funzioni, ed è piuttosto pericoloso

Bryn Lennon/Getty Images

Nel ciclismo capita spesso che importanti corse vengano decise in discesa: corridori come Paolo Savoldelli – o più di recente Vincenzo Nibali – hanno costruito alcune delle loro migliori vittorie proprio sulla capacità di andare più forti degli altri in discesa. Più che pedalando, cosa che comunque va fatta, la differenza in discesa si fa impostando delle traiettorie: capendo come approcciare una curva, quando e quanto frenare per non ridurre troppo la propria velocità in entrata di curva e poter quindi riprenderla più rapidamente in uscita di curva. Da qualche tempo però si sta diffondendo nel ciclismo professionistico un nuovo modo di stare sulla bicicletta in discesa, usato da sempre più corridori. Non è ancora chiaro se e quanto questa posizione sia vantaggiosa; di certo è pericolosa, perché richiede che il corpo sia messo in una posizione estrema, che per cercare l’aerodinamica rende quasi impossibile il controllo del mezzo.

La posizione in questione non ha un nome italiano univocamente riconosciuto, e ne esistono anche alcune varianti più o meno estreme e pericolose. Semplificando un po’ si può dire che consiste, una volta iniziata la discesa, nello spostare il sedere in avanti oltre la sella e nell’appoggiarlo sul telaio della bicicletta, cercando allo stesso tempo di portare il peso più in basso possibile sul manubrio, e quindi lontano dai freni (che sono in alto). Il tutto nel tentativo di migliorare la propria aerodinamica, cercando di minimizzare la parte di corpo che viene esposta all’aria, un po’ come quando sciando ci si mette “a uovo”.

Molti giornali – anche non sportivi o di ciclismo, come il New York Times e il Wall Street Journal – hanno parlato della posizione in questi giorni, chiamandola “Super Tuck” dopo che al Tour de France l’ha usata il francese Julian Alaphilippe nella tappa che gli ha permesso di conquistare la maglia gialla. Ma Alaphilippe è solo uno degli ormai tanti ciclisti professionisti che in questi anni si sono avventurati nella posizione. Uno dei primi a usare una posizione di questo tipo fu negli anni Novanta Marco Pantani, che però spostò il sedere indietro, anziché avanti, rispetto alla sella.

Più di recente la posizione è stata usata da Nibali e, in uno dei casi più famosi, dal britannico Chris Froome, che nel 2016 la usò nella discesa del Col de Peyresourde, in una tappa che gli permise di conquistare la maglia gialla che poi riuscì a tenersi fino alla fine del Tour de France. Froome stesso condivise una foto che gli fu scattata quel giorno scrivendo: «Please don’t try this at home», “non provateci”. Froome, tra l’altro, è uno dei pochi corridori che, mentre era in questa posizione, riuscì anche a mettersi a pedalare.

Alaphilippe, Nibali e Froome non sono i soli a essersi avventurati in questa posizione e c’è anzi un corridore, lo sloveno Matej Mohorič, che è noto agli appassionati per usarla di frequente e per farlo da anni, già da quando gareggiava nelle categorie giovanili.

A chi pratica ciclismo professionistico sono ben noti i rischi di una posizione come questa, specie considerando che in certe discese si può raggiungere una velocità di 100 chilometri orari. Già in una normale posizione, con il sedere sulla sella e le mani sui freni, basta una buca, qualcosa di scivoloso o una folata di vento troppo forte per far cadere.

Più estrema diventa la posizione, maggiore è il rischio di caduta. È il motivo per cui, nel mondo del ciclismo professionistico, qualcuno sta iniziando a criticare gli atleti che gareggiano in questa posizione. Il corridore che per ora l’ha fatto in modo più evidente è l’irlandese Dan Martin, che già un anno fa invitò l’UCI, l’unione ciclistica internazionale, a pensare a un modo per vietare a tutti la posizione, in particolare perché secondo lui c’è il rischio che qualcuno possa provare a emulare i professionisti senza avere la loro padronanza del mezzo.

Certo è che le posizioni estreme in discesa, un tempo usate solo in alcuni casi, solo da chi si giocava il tutto per tutto per una vittoria, stanno ora diventando sempre più diffuse. Come ha detto al Wall Street Journal Charley Wegelius, direttore sportivo del Team EF Education First: «L’aerodinamica è diventata la password wi-fi del ciclismo su strada: è quello che tutti chiedono e cercano sempre di ottenere».

Il fatto è che, nel caso di questa posizione, non ci sono ancora dati certi per dire che sia più aerodinamica, quindi più efficace. Un paio di anni fa uscì uno studio che, analizzando diverse posizioni, diceva che non tutte quelle che prevedono di tenere il sedere lontano dalla sella sono efficaci. Più semplicemente, l’efficacia della posizione dipende anche dal tipo di strada, dal tipo di velocità che permette di sviluppare e, ancora di più, dalla capacità del corridore in questione di mantenere una posizione effettivamente aerodinamica. Appoggiare il sedere e il bacino sul telaio diventa inefficace, per esempio, se poi le ginocchia sono larghe e le gambe scomposte.

Nel frattempo, nonostante le critiche di Martin, molti corridori continuano a usare la posizione, e molti continuano evidentemente a ritenerla efficace e non così pericolosa. Adam Yates, corridore della Mitchelton-Scott ha detto: «Se qualcuno lo fa è perché ovviamente sa quel che sta facendo, siamo tutti professionisti».

Al momento l’UCI non sembra neanche lontanamente intenzionata a vietare la posizione, anche se – come ha fatto notare il giornalista Micheal Hutchinson – a voler essere pignoli nel regolamento UCI ci sarebbe già una regola secondo cui il sedere in linea di massima debba stare sulla sella e non su altre parti della bicicletta.

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