Come fa Amazon a pagare così poche tasse

Soprattutto grazie agli sconti fiscali ottenuti facendo investimenti miliardari, spiega il Wall Street Journal (ma anche utilizzando abilmente i paradisi fiscali)

(Peter Macdiarmid/Getty Images)

Nelle ultime settimane molti candidati alle primarie del Partito Democratico statunitense hanno criticato Amazon, l’enorme società di e-commerce spesso accusata di non pagare tasse o di pagarne pochissime. La senatrice Elizabeth Warren ha proposto una nuova tassa che sarebbe costata ad Amazon 700 milioni di dollari nel 2018; l’ex vicepresidente Joe Biden ha sostenuto che nessuna azienda con introiti miliardari dovrebbe pagare aliquote fiscali inferiori a quelle pagate da insegnanti e vigili del fuoco. Sono discorsi familiari anche in Italia e in Europa, dove da anni si discute della cosiddetta “web tax” per evitare che le grandi aziende di Internet possano usare le norme in vigore per pagare pochissime tasse.

In parte per rispondere e contestualizzare queste critiche, il quotidiano finanziario Wall Street Journal ha dedicato un articolo per spiegare la strategia fiscale di Amazon. La società non fa nulla di illegale, ma è molto abile a sfruttare la permissiva legislazione statunitense e i buchi di quella europea, così da pagare pochissime tasse senza commettere reati.

La prima cosa da tenere presente, ricorda il Wall Street Journal, è che Amazon non pubblica la sua dichiarazione fiscale completa, quindi non possiamo sapere con esattezza quante tasse paga, dove e perché. Nei prospetti finanziari destinati agli azionisti sono inseriti alcuni conteggi fiscali: utili per farsi un’idea, ma non sono la dichiarazione fiscale vera e propria. L’Institute on Taxation and Economic Policy, un centro studi che più volte ha criticato le pratiche fiscali di Amazon, utilizza questi dati per le sue analisi.

I dati in effetti sono abbastanza impressionanti: nel 2018 Amazon ha incassato 11 miliardi di dollari tassabili negli Stati Uniti, ma la voce “current provision” destinata alle imposte da pagare nel paese, dove è segnato il denaro messo da parte per pagare le tasse, è negativa per 129 milioni di dollari. Significa che non solo Amazon non ha pagato imposte negli Stati Uniti nel 2018, ma che ha ricevuto un credito dal sistema fiscale pari a 129 milioni di dollari.

Occhio: questo non significa che Amazon ha maturato 129 milioni di euro di crediti nel 2018, né che gli Stati Uniti hanno pagato quella cifra alla società per le sue attività nel corso dello scorso anno. La voce indica una riserva (o in questo caso, quanto la società si aspetta di ricevere) che a sua volta è il frutto di una stima su quanto la società si aspetta di pagare complessivamente per le imposte nel 2018. È quindi una somma delle imposte per il 2018 che include anche altri pagamenti, sanzioni o accordi raggiunti negli anni precedenti.

Quello che questo dato dimostra è che Amazon accumula moltissimi crediti fiscali che le permettono di non pagare tasse, per esempio perdite deducibili oppure crediti dovuti a investimenti, e che lo fa più rapidamente di quanto accumuli profitti tassabili. Questo permette alla società di trovarsi in una situazione di “credito” nei confronti del sistema fiscale statunitense.

Se allarghiamo lo sguardo all’intera azienda, comprese quindi anche le imposte pagate all’estero e quelle pagate ai singoli stati americani (non le imposte destinate al governo federale, quindi) viene fuori che Amazon ha pagato in tasse nel 2018 in tasse un totale di 1,2 miliardi di dollari. Anche in questo caso, non sappiamo a chi né perché: potrebbero essere pagamenti fatti nel Regno Unito per l’anno fiscale 2017, oppure allo stato della California. Complessivamente, significa che Amazon ha pagato un’aliquota fiscale dell’11 per cento: che non è zero, ma è sicuramente molto meno della stragrande maggioranza dei contribuenti statunitensi ed europei.

Amazon è da tempo molto criticata, insieme a tutte le altre grandi società del web, per i complessi schemi fiscali che utilizza per ridurre al minimo le imposte pagate all’estero, in particolare nell’Unione Europea. Il Guardian, per esempio, ha ricordato l’elaborato schema utilizzato da Amazon in Europa negli ultimi anni, che ha al centro il Lussemburgo. Per rimediare a questa situazione gli stati e le istituzioni europee propongono da tempo l’introduzione di una “web tax”, ma elaborare e far approvare una proposta del genere è complicato sia dal punto di vista tecnico che da quello politico.

Secondo il Wall Street Journal, non esiste un unico modo corretto di guardare a quante tasse paga una società: tutte le tecniche rappresentano quadri “parziali” della situazione. Se proprio si deve scegliere, una delle metodologie più complete è guardare al lungo periodo. Tra 2012 e 2018, per esempio, Amazon ha incassato 24,5 miliardi di dollari e ha pagato tasse negli Stati Uniti per 1,9 miliardi di dollari. Significa che ha pagato un’aliquota totale dell’8 per cento. Se guardiamo alla situazione dal 2002 vediamo invece un fatturato di 27,7 miliardi di dollari a fronte di tasse pagate per 3,6 miliardi di dollari, per un’aliquota totale del 13 per cento.

Il giornale ammette che sono aliquote incredibilmente basse. La loro origine, come già accennato, si deve ai grandi investimenti realizzati dalla società: 160 miliardi di dollari che, nel generoso sistema fiscale statunitense, costituiscono imponenti crediti fiscali. Il Wall Street Journal conclude ricordando che tutti questi sconti servono proprio per incentivare le imprese a investire e a farlo negli Stati Uniti: intervenire per farle pagare più imposte potrebbe danneggiare questo obiettivo.

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