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  • giovedì 30 maggio 2019

L’isola invasa dalla cocaina

Nel 2001 un trafficante italiano abbandonò il suo carico – 700 chili di cocaina venezuelana quasi pura – su un'isola di 140mila abitanti: la storia di quello che successe dopo, a lui e all'isola

Il 6 giugno 2001 uno yacht di 12 metri ebbe problemi vicino all’isola di São Miguel, un’isola portoghese delle Azzorre, nell’oceano Atlantico, a quasi duemila chilometri dal Portogallo. Era lo yacht di un trafficante di droga, pieno di cocaina. Costretto ad andare in porto per riparare la nave, ma spaventato dal rischio che qualcuno scoprisse il carico, il trafficante decise di nascondere quasi tutta la cocaina in una grotta dell’isola. Una volta riparata la nave, l’avrebbe recuperata e sarebbe ripartito. Qualcosa andò storto, però, e giorno dopo giorno tantissimi sacchetti di cocaina apparvero sulle coste dell’isola, trascinati dalla corrente. Iniziarono quindi due storie: quella di un’indagine su un narcotrafficante internazionale e quella sull’impatto che almeno 200 chili di cocaina ebbero sulla vita di un’isola con poco più di 100mila abitanti. Negli anni se ne sono occupati El País, il quotidiano portoghese Publico e, più di recente, il Guardian.

Il trafficante era partito dal Venezuela ed era diretto verso la Spagna, ma aveva dovuto fermarsi a São Miguel perché il timone del suo yacht, un lussuoso Sun Kiss 47, rendeva problematica e pericolosa la navigazione. Non è chiaro se e quanto conoscesse l’isola, ma prima di ormeggiare a Rabo de Peixe – un piccolo porto di São Miguel – andò in una grotta nel nord-ovest dell’isola, a Pilar da Bretanha, e nascose lì gran parte della cocaina che stava trasportando. La nascose probabilmente sott’acqua, usando delle reti da pesca per tenere insieme i diversi sacchetti e pacchetti, e legandoli a delle ancore che si trovavano sul fondo. Poi, con la barca svuotata del suo carico, navigò verso est per circa 25 chilometri, cioè verso il porto di Rabo de Peixe, dove attraccò senza dare troppo nell’occhio mentre provava a capire come riparare il timone.

Il trafficante aveva due passaporti italiani e uno spagnolo ma, come avrebbe scoperto in seguito la polizia di São Miguel, il suo vero nome era Antonino Quinci. Aveva 44 anni, la pelle abbronzata e i capelli scuri e ricci, era originario di Trapani e nei precedenti tre mesi aveva già attraversato due volte l’Atlantico: sempre sul suo Sun Kiss 47, per prendere o consegnare cocaina. Non è esattamente chiaro a quale organizzazione spagnola Quinci avrebbe dovuto consegnare i quintali di cocaina che era andato a prendere in Venezuela. Matthew Bremner ha raccontato sul Guardian che le sue prime 24 ore nel porto di Rabo de Peixe, un paesino con poche migliaia di abitanti, Quinci le passò quasi tutte nello yacht: non parlava portoghese e non voleva attirare l’attenzione. Si limitò quindi a studiare qualche mappa e provare a capire quanto ci sarebbe voluto per riparare il timone.

Quinci non lo sapeva, ma poco dopo aver lasciato la grotta dove aveva nascosto la cocaina, la marea era cambiata e le ancore e le reti non avevano retto. I sacchetti e i pacchetti di cocaina erano quindi stati portati in giro dalla marea. Un po’ come in quella famosa storia delle paperelle di inizio anni Novanta, ma con la cocaina al posto delle paperelle, e con le correnti che anziché portare la cocaina in giro per il mondo si limitarono a farla finire quasi tutta sulle vicine spiagge della costa nord di São Miguel. Qualcuno, vedendo i primi panetti di cocaina, denunciò la cosa alla polizia, che quindi si mise a cercare chi poteva averla portata sull’isola. Qualcun altro vide la cocaina e la prese, senza dire niente alla polizia. Ma ci torniamo dopo.

A occuparsi delle indagini fu Jose Lopes, ispettore 34enne della polizia giudiziaria, da sette anni a São Miguel, la più grande isola delle Azzorre. Bremner scrive di lui che «era esperto di traffico di droga locale ed era noto per la sua memoria enciclopedica». Parlando con Bremner, Lopes ha detto di avere un «sesto senso» per certe cose. Dalle prime denunce e dai primi ritrovamenti era chiaro che la cocaina fosse arrivata via mare: Lopes e i suoi agenti chiesero in giro se fossero per caso arrivate delle nuove barche sull’isola, in particolare nella costa nord. Non ci volle molto per accorgersi del Sun Kiss 47 ormeggiato a Rabo de Peixe.

Tra il 7 e l’8 giugno, quando Quinci era ancora chiuso nel suo yacht, la polizia già lo teneva d’occhio per studiarne le mosse. L’8 giugno arrivò al porto un’auto presa a noleggio all’aeroporto dell’isola. Dall’auto scese Vito Rosario Quinci, nipote di Antonino. Mentre la polizia li pedinava, i due Quinci uscirono in barca verso Pilar de Bretanha, dove scoprirono che gran parte della cocaina ormai non c’era più. I due si spostarono quindi verso la costa sud, nel porto di Ponta Delgada, la città più grande dell’isola. Restarono lì per quasi due settimane, in attesa. La polizia però teneva d’occhio la situazione: quando una fonte fece sapere a Lopes che la barca di Quinci sarebbe stata riparata il 22 giugno, Lopes decise di agire. Verso le 9 di mattina del 20 giugno la sua squadra entrò nello yacht di Quinci. Lo trovò che studiava alcuni documenti, e vide anche una sorta di diario di bordo che dettagliava ogni suo spostamento dal Venezuela alle Azzorre, con una sosta alle Barbados. In una cabina dello yacht la polizia trovò anche un chilo di cocaina. Quinci era solo: non è chiaro quando e come suo nipote fosse riuscito ad andarsene.

Lopes ha raccontato che l’arresto fu fatto senza troppa fatica: Quinci non oppose resistenza e, anzi, «fu piuttosto loquace per essere qualcuno accusato di traffico internazionale di droga». Lopes ha raccontato che Quinci sembrava anche preoccupato per l’effetto che tutta quella cocaina – peraltro pura all’80 per cento, e quindi molto potente e pericolosa – avrebbe potuto avere sull’isola e i suoi abitanti. Già dall’interrogatorio del giorno successivo, però, Quinci smise di collaborare: negò ogni prova e disse che la cocaina che la polizia aveva trovato nello yacht lui l’aveva trovata in mare. Catia Benedetti, una professoressa universitaria che fece da interprete per Quinci, ha detto che era «arrogante, come se non gli importasse delle accuse». Forse perché non temeva l’accusa, o forse perché temeva eventuali ripercussioni sulla sua famiglia da parte dell’organizzazione criminale per la quale stava trasportando i quintali di cocaina che aveva perso, per un valore di qualche decina di milioni di euro.

In attesa di giudizio, Quinci fu portato nel carcere di Ponta Delgada, l’unico dell’isola. Poco prima delle 12 del primo luglio, durante l’ora d’aria, riuscì a evadere. Nei giorni precedenti era riuscito a fare qualche telefonata e a fare accordi con altri detenuti, e prima di fuggire si era legato le lenzuola attorno alle braccia, per non tagliarsi con il filo spinato. Quinci si arrampicò sul muro e lo superò; dall’altra parte trovò un uomo che lo aspettava su una Vespa e fuggì con lui. Una guardia carceraria ha raccontato che provò a sparargli ma che non ci riuscì, anche perché c’era il rischio di colpire dei passanti.

Non si sa bene come e quando, ma qualche giorno dopo l’evasione Quinci finì nella casa di un uomo di poco più di vent’anni chiamato Rui Couto, a circa 40 chilometri da Ponta Delgada. Couto ha raccontato che Quinci arrivò da lui «coperto di sangue», che a portarlo lì fu un suo «conoscente» e che lui accolse l’evaso per gentilezza, senza chiedere niente. «Sono un bravo ragazzo», ha detto, «sono stato cresciuto con dei valori». Non è chiaro se Couto sapesse chi era Quinci; ma è certo che dell’evasione di Quinci avevano parlato diffusamente tutti i giornali dell’isola.

Per un paio di settimane Quinci restò in una sorta di capanno. Couto ha raccontato che lui e Quinci cenavano insieme e passavano molto tempo a parlare, non è chiaro in quale lingua, e ricorda anche che Quinci fumava cocaina – non si sa ottenuta quando e dove – attraverso le sigarette da cui toglieva il tabacco, ma che era amichevole: «Un tipo per bene, mi manca». Couto ha anche raccontato che a un certo punto arrivò qualcuno a dare un passaporto falso a Quinci, che dopo due settimane si stava preparando per partire: qualcuno avrebbe dovuto prelevarlo in una spiaggia lì vicino e poi sarebbe andato a Madeira, un’altra isola portoghese.

Il 16 luglio la polizia arrivò da Couto, con l’unico intento di cercare della cocaina. Lopes dice cioè che Quinci fu trovato per caso e che non ci fu nessuna soffiata. Era nascosto nel capanno, e lo arrestarono una seconda volta.

Un problema era risolto, ma restava l’altro: una dose indefinita di cocaina venezuelana, sicuramente superiore ai 200 chilogrammi, praticamente non ancora tagliata, era arrivata su un’isola grande tre volte l’isola d’Elba, più o meno con gli stessi abitanti di Monza. In più, la cocaina arrivata a São Miguel non era come quella che si trova in genere in gran parte del mondo: era più potente e quindi più pericolosa, oltre che in grado di creare ancora più dipendenza. São Miguel è soprannominata l’isola verde per la sua folta vegetazione ed è un’isola vulcanica, colonizzata dai portoghesi nel Quindicesimo secolo. La maggior parte degli abitanti vive di turismo, pesca o agricoltura: e danno una mano anche i tanti incentivi statali. Prima del 7 giugno 2001, la sostanza stupefacente più diffusa era la marijuana. «La cocaina era la droga delle élite», ha detto Lopes, «ed era molto cara».

Per poter dire quanta cocaina iniziò a girare a São Miguel bisognerebbe sapere, per cominciare, quanta ne trasportava Quinci nel suo yacht. Bremner parla di circa 700 chili. Il giornalista portoghese Nuno Mendes, che si occupò della vicenda su Publico, scrisse che era assurdo pensare – come diceva la polizia – che sullo yacht ci fosse così poca cocaina: Mendes scrisse che «una barca di quel tipo poteva contenere fino a tremila chili di cocaina», e la sua tesi è che se devi attraversare l’oceano trasportando cocaina, tanto vale viaggiare a pieno carico.

C’è poi da capire quanta della cocaina nascosta da Quinci finì effettivamente sull’isola. I primi a denunciare il ritrovamento della cocaina furono alcuni pescatori, che il 7 giugno permisero alla polizia di recuperare quasi 300 chili. Il 15 giugno un uomo denunciò il ritrovamento di altri 150 chili. La polizia registrò 11 denunce e recuperò poco meno di 500 chili di cocaina. Lopes sostiene che per l’isola iniziarono a girare circa 200 chili di cocaina. La tesi di Mendes è che, tolti i 500 chili sequestrati, ne finirono in giro diverse centinaia di chili in più.

Non si sa esattamente quanta, quindi, ma è appurato che tanta cocaina iniziò a girare per São Miguel. In due forme: in polvere, da sniffare; e in cristalli, da sciogliere nell’acqua. Bremner, che è stato sull’isola, scrive che gli sono stati raccontati casi di «due persone che ne consumarono un chilo in un mese», di persone che usavano la cocaina per cucinare, al posto della farina o dello zucchero, o di casi in cui la cocaina veniva usata al posto del denaro, come valuta corrente per normali transazioni. È difficile distinguere i fatti dalle leggende, ma le leggende spiegano comunque una cosa: un prodotto illegale che nel resto del mondo era molto caro, a São Miguel divenne improvvisamente diffuso, e quindi – per la legge del mercato – non particolarmente caro.

Lopes ha detto che prima di Quinci lui e la sua squadra «sapevano quasi tutto quello che c’era da sapere sul mercato locale di droga»: era un’isola, nemmeno troppo grande, ed era facile da controllare, perché i flussi erano «lenti e prevedibili». Prima del 2001, ogni volta che la polizia faceva un sequestro di medie dimensioni, i prezzi si impennavano, perché quel singolo sequestro, da solo, provocava la scarsità del prodotto.

Il luogo principale da cui la cocaina si mise a girare fu Rabo de Peixe, il primo porto in cui si era fermato Quinci. Era una delle città più povere del Portogallo, per niente turistica, e improvvisamente si trovò a essere il centro del traffico di cocaina di São Miguel. Qualcuno si arricchì molto, vendendola; molti altri fecero una brutta fine, consumandola. Mariano Pacheco, medico dell’ospedale di Ponta Delgada, ha detto che dopo il giugno 2001 tante persone arrivarono in ospedale con sintomi da infarto o dopo aver perso conoscenza: «Rianimammo molte persone da coma indotti da droghe, e alcuni morirono». Oltre a essere molto potente, la nuova cocaina di São Miguel costava molto poco: secondo alcuni resoconti, 150 grammi per il corrispettivo di circa 20 euro (allora in Portogallo c’era ancora l’escudo). Decine o anche centinaia di volte meno rispetto a quanto costava nello stesso periodo a Milano.

Sebbene qualcuno sicuramente si sia arricchito vendendo cocaina e abbia poi investito i soldi in attività legali, molti altri hanno avuto problemi di dipendenza. Bremner ha scritto: «Molte persone con dipendenza dalla cocaina mi hanno detto che “la cocaina di Quinci” era così potente che per riuscire a smettere di usarla dovevi comunque prendere altre droghe. E così diventarono dipendenti dall’eroina». Mendes ha spiegato che non si riescono a ottenere statistiche affidabili sui danni della cocaina a São Miguel. Bremner ha raccontato che, ancora quasi vent’anni dopo l’arrivo sull’isola dello yatch di Quinci, ha assistito a Rabo de Peixe all’arrivo di un furgone che gira l’isola per somministrare metadone alle persone che sono, o sono state, dipendenti dall’eroina. Ha raccontato che al furgone, in un paese di poche migliaia di abitanti, si sono avvicinate in poco tempo almeno 20 persone.

(Rabo de Peixe,Wikimedia)

Nel frattempo, dopo aver arrestato Quinci per la seconda volta, la polizia riuscì a risalire ad altre due barche comprate insieme al suo Sun Kiss 47, e a sequestrarle. Vito Quinci fu arrestato e inizialmente condannato a 17 anni per traffico di droga, ma poi fu scagionato perché per incastrarlo furono usate intercettazioni ambientali non consentite. Antonino Quinci venne processato e condannato a 11 anni. Le informazioni più recenti su di lui sono del 2008, quando – come riportò l’ANSA – fu accusato di gestire, dal carcere portoghese in cui si trovava , il «traffico internazionale di stupefacenti in Sicilia».

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