Nursultan, nuovo nome di Astana, capitale del Kazakistan. (Leon Neal - Pool/Getty Images)
  • Mondo
  • venerdì 3 maggio 2019

Capitali spostate

Perché periodicamente si intraprende un'operazione rischiosa e costosa come spostare il centro del potere di uno stato?

Nursultan, nuovo nome di Astana, capitale del Kazakistan. (Leon Neal - Pool/Getty Images)

Le rare volte che qualche giornalista occidentale visita Naypyidaw, la città costruita dal nulla che dal 2005 è la capitale del Myanmar, le scene descritte sono pressapoco le stesse: autostrade a venti corsie che si possono attraversare in tutta tranquillità perché senza macchine, enormi hotel e ristoranti completamente vuoti, e i giardinieri e i manutentori delle strade deserte come uniche forme di vita. Naypyidaw è una di quelle città nate per diventare le nuove capitali di uno stato di cui la storia è ricca di esempi: alcuni perfettamente riusciti come Washington DC, altri molto ambiziosi e suggestivi ma dai risultati contrastanti, come Brasilia.

L’autostrada a venti corsie che porta a Naypyitaw, in Birmania. (Taylor Weidman/Getty Images)

Pochi giorni fa l’Indonesia ha annunciato di voler spostare la sua capitale fuori dall’isola di Giava, la più importante e influente isola dell’arcipelago, e quella dove si trova Giacarta. Non si sa ancora dove si sposterà la capitale, ma sembra che la scelta ricadrà su una città già esistente, forse Palangkaraya, una città di circa 200mila abitanti nel sud del Kalimantan, la parte indonesiana del Borneo. Spostare una capitale è un’operazione costosa e rischiosa, che spesso provoca grandi e plateali fallimenti, come nel caso del Myanmar. Ma non è detto che sia una cattiva idea in assoluto.

Intervistato da CityLab, il sito di urbanistica dell’Atlantic, Vadim Rossman aveva consigliato di allargare la prospettiva storica quando si parla di operazioni simili. Rossman è un docente alla Higher School of Economics di San Pietroburgo, e ha scritto un libro proprio sullo sviluppo e il ricollocamento delle capitali. La prima cosa da tenere a mente, secondo Rossman, è che non è realistico aspettarsi che una città si sviluppi e funzioni subito: a volte può volerci anche un secolo, perché tutto funzioni. È il caso di Washington DC o di San Pietroburgo, dove lo zar Pietro il Grande fondò la nuova capitale dell’impero nel Settecento.

Negli anni Cinquanta, il governo brasiliano decise di costruire una nuova città per la capitale, che dal 1763 era Rio de Janeiro. Rio de Janeiro sorgeva però molto a sud, lontanissima dalle remote e isolate zone settentrionali del paese, e soprattutto aveva (e ha ancora oggi) una forma e una struttura urbana che la rendevano poco adatta ad essere capitale. Brasilia, la nuova città, fu costruita il più possibile nel centro del paese, secondo un ambizioso progetto dell’urbanista Lúcio Costa, che prevedeva una futuristica rete di edifici governativi disegnati dal celebre architetto Oscar Niemeyer. Il risultato fu apprezzato e studiato in tutto il mondo, e tuttora Brasilia è famosa e visitata per i suoi palazzi.

L’esperimento di Brasilia però è riuscito solo in parte: oggi viene normalmente descritta come una città poco vivibile, in cui i pregevoli e funzionali edifici governativi faticano a integrarsi e a prendere parte a un insieme vivace e naturale. Questo è vero, secondo Rossman, che però ha sottolineato come la costruzione di Brasilia abbia portato con sé una rete di strade e infrastrutture che ha avvicinato l’interno del Brasile, più povero, alle aree costiere.

Gli edifici governativi di Brasilia. (Lou Avers/picture-alliance/dpa/AP Images)

Spesso, quando si parla di capitali spostate, si tende a generalizzare e a tenere insieme progetti che sono in realtà molto diversi. Capita, infatti, che una capitale sia spostata per motivi che dipendono soprattutto dalle velleità e dall’egocentrismo di un leader autoritario: è il caso di Naypyidaw, voluta fortemente dall’ex leader birmano Than Shwe, che sembra spese 4 miliardi di dollari per costruire da zero una città grande sei volte New York in un’area scelta dal suo astrologo personale. Ma ci sono anche casi in cui spostare una capitale è una necessità: è il caso dell’Indonesia, visto che Giacarta sta letteralmente sprofondando a un ritmo allarmante, oltre a essere una delle città più trafficate del mondo.

In uno studio pubblicato nel 2003 per il Kellogg Institute dell’università di Notre Dame, in Indiana, il ricercatore di scienze politiche Edward Schatz studiò la relazione tra gli spostamenti delle capitali e la volontà della classe dirigente di facilitare il processo di nation building, cioè di creazione di un’entità statale coesa e funzionante. Schatz notò che questo fenomeno si verifica principalmente in paesi post-coloniali, dove i primi governi indipendenti si ritrovarono a dover costruire quasi da zero città che controllassero realmente il territorio statale, e la cui autorità fosse riconosciuta dalla popolazione.

Se storicamente le capitali venivano spostate per ragioni di intrighi di corte – come fu il caso di Pechino, che sostituì Nanchino nel 1420 – o per un ricambio della classe dirigente – come fu il caso di San Pietroburgo – nel Novecento le ragioni sono state principalmente legate a considerazioni economiche e di efficienza. Ma anche a fronte di vantaggi tangibili, in moltissimi paesi sarebbe impensabile o quantomeno molto difficile trovare il consenso per operazioni di tale portata: è il caso di capitali occidentali e storiche come Roma, il cui ricollocamento viene spesso proposto. Progetti di questo tipo, dice Schatz, sono più facili in paesi dove la partecipazione democratica è più limitata.

Nel 1997, il Kazakistan decise di spostare la capitale da Almaty, nel sud del paese, ad Astana. Tra le ragioni ci fu il fatto che Almaty aveva poco spazio per espandersi ed era in una zona a rischio terremoti, ma secondo Schatz i veri motivi sono legati al fatto che, più degli altri ex paesi sovietici, il Kazakistan affrontò dopo l’indipendenza delle difficoltà nella costruzione del nuovo stato simili a quelle dell’Africa post-coloniale. A differenza delle repubbliche baltiche, dell’Ucraina o della stessa Russia, il Kazakistan degli anni Novanta non era molto diverso da quello degli anni Ottanta ed era stato poco interessato dalle riforme e dal ricambio nella classe dirigente. Per il presidente Nursultan Nazarbaev, spostare la capitale fu un modo di marginalizzare parte della classe politica creando un nuovo centro di potere che gli desse maggiore controllo sul paese. Funzionò: Nazarbaev si è dimesso quest’anno dalla carica di presidente, dopo quasi trent’anni. Poco dopo, il parlamento ha deciso di rinominare la capitale Nursultan, proprio in onore del suo ex presidente che l’aveva costruita quasi da zero.

L’isola di Giava è dove si concentra la stragrande maggioranza del potere e della ricchezza indonesiani: privarla della capitale è un tentativo, tra le altre cose, di venire incontro alle richieste degli abitanti del resto dell’arcipelago. Il rapporto tra la collocazione geografica di una capitale e la distribuzione demografica, religiosa ed etnica di una popolazione è spesso una chiave nei processi di ricollocamento. Nel 1991, la Nigeria spostò la capitale da Lagos ad Abuja, un po’ per il sovraffollamento della prima città, ma in buona parte perché la seconda si trova più o meno al centro del paese, tra il nord prevalentemente musulmano e il sud a maggioranza cristiana.

È capitato, poi, che una capitale fosse spostata come compromesso per risolvere una situazione in cui due diverse città si contendevano prestigio e influenza: come nel caso di New York e Philadelphia negli Stati Uniti, o Sydney e Melbourne in Australia (Canberra si trova a metà strada tra le due).

Abbonati al

Dal 2010 gli articoli del Post sono sempre stati gratuiti e accessibili a tutti, e lo resteranno: perché ogni lettore in più è una persona che sa delle cose in più, e migliora il mondo.

E dal 2010 il Post ha fatto molte cose ma vuole farne ancora, e di nuove.
Puoi darci una mano abbonandoti ai servizi tutti per te del Post. Per cominciare: la famosa newsletter quotidiana, il sito senza banner pubblicitari, la libertà di commentare gli articoli.

È un modo per aiutare, è un modo per avere ancora di più dal Post. È un modo per esserci, quando ci si conta.