Nelle carceri italiane si diventa terroristi?

L'ISPI ha messo insieme un po' di dati sulla diffusione del jihadismo nelle nostre prigioni: non va benissimo, ma potrebbe andare molto peggio

(ANSA/ ALESSANDRO DI MEO/ DC)
(ANSA/ ALESSANDRO DI MEO/ DC)

Dal 2015, anno del primo attentato dello Stato Islamico (o ISIS) in Europa, i termini “radicalizzazione” e “jihadismo” sono diventati sempre più comuni. I governi di molti paesi europei hanno approvato nuove leggi antiterrorismo per processare i “foreign fighters”, i combattenti stranieri andati a combattere con l’ISIS in Siria, e allo stesso tempo hanno messo in piedi programmi di prevenzione della radicalizzazione jihadista, con l’obiettivo di eliminare il problema dei cosiddetti “lupi solitari“. Non sempre però queste misure sono state sufficienti. Sono state riscontrate grandi difficoltà soprattutto nel prevenire la radicalizzazione nelle carceri: dal giugno 2014 a oggi, più di un quarto dei terroristi che hanno agito in Europa e negli Stati Uniti aveva trascorso in precedenza del tempo in prigione.

Il problema della radicalizzazione islamista in carcere – che continua a esistere ancora oggi, nonostante l’imminente fine del Califfato Islamico – ha interessato anche l’Italia. A inizio marzo l’ISPI (Istituto per gli studi della politica internazionale) ha diffuso una dettagliata analisi sulla radicalizzazione jihadista nelle carceri italiane, mettendo in fila un po’ di informazioni e dati, e raccontando le misure prese finora dalle autorità penitenziarie e dal governo per prevenire il fenomeno.

Il caso più noto in Italia di radicalizzazione in carcere è quello di Anis Amri, l’uomo che il 19 dicembre 2016 investì la folla ai mercatini di Natale di Berlino uccidendo 12 persone: Amri, si scoprì poi dalle successive indagini, si era radicalizzato nelle prigioni della Sicilia, prima di trasferirsi in Germania e iniziare a pianificare l’attentato.

Un altro caso interessante, hanno scritto Francesco Marone e Marco Olimpio dell’ISPI, ha coinvolto Giuseppe D’Ignoti, 31enne italiano arrestato nell’ottobre 2017 in Sicilia con accuse molto gravi di maltrattamenti e abusi sulla compagna, una donna ucraina. D’Ignoti aveva costretto la donna a convertirsi all’Islam, a pregare insieme a lui e guardare i video di esecuzioni jihadiste su Internet. Secondo le ricostruzioni della stampa italiana, l’uomo si era convertito all’Islam e poi radicalizzato nel 2011, mentre si trovava nel carcere di Caltagirone (provincia di Catania) per scontare una condanna di cinque anni: a spingerlo alla conversione, ha scritto la Stampa, era stato un altro detenuto, il marocchino Aziz Sarrah, espulso nel 2017 perché trovato in possesso di una bandiera dell’ISIS. Nel gennaio 2019 D’Ignoti è stato infine incriminato per apologia del delitto di terrorismo mediante strumenti telematici.

Il problema della radicalizzazione islamista nelle carceri è riconosciuto da anni dalle autorità italiane in diversi rapporti ufficiali. Nell’ultima Relazione sulla politica dell’informazione per la Sicurezza, documento annuale presentato dall’intelligence italiana al Parlamento (PDF), si fa riferimento esplicito a «trascorsi in prigione» di molti attentatori, mentre nella relazione dell’anno precedente si definivano le carceri come un «fertile terreno di coltura per il “virus” jihadista, diffuso da estremisti in stato di detenzione» (PDF).

Anzitutto un po’ di numeri, diffusi alla fine del 2018. La popolazione carceraria italiana è di 59.655 individui, di cui 34 per cento stranieri e un quinto di religione musulmana (quest’ultimo dato è una stima basata sui paesi di provenienza dei detenuti). Secondo i dati del ministero della Giustizia, 7.169 detenuti musulmani sono osservanti: di questi 97 sono imam, coloro che guidano le preghiere, 88 si sono definiti “promotori”, cioè si sono proposti per rappresentare altri detenuti all’interno della prigione, e 44 si sono convertiti all’Islam durante la detenzione. L’ultimo rapporto del ministero della Giustizia relativo alle attività del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (PDF), diffuso nel gennaio 2019, fornisce inoltre diversi dati interessanti riguardo al numero e alla tipologia di detenuti tenuti sotto controllo dalle autorità per il rischio di radicalizzazione jihadista.

I detenuti accusati di reati legati al terrorismo islamico internazionale, e quindi sottoposti al cosiddetto “circuito di Alta sicurezza 2”, sono 66, rigorosamente separati dai detenuti “comuni” proprio per evitare processi di radicalizzazione: gli uomini sono distribuiti nelle prigioni di Rossano (Calabria), Nuoro e Sassari (Sardegna), mentre le uniche due donne si trovano nel carcere dell’Aquila (Abruzzo). Questo primo gruppo di detenuti, classificati come “terroristi” dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (DAP), è sulla carta il più pericoloso, anche se il suo sistematico isolamento dal resto della popolazione carceraria lo rende meno pericoloso nelle attività di proselitismo. Come ha sottolineato l’ISPI, i principali problemi arrivano dalle altre due categorie di detenuti individuate dal DAP: i cosiddetti “leaders”, persone carismatiche che hanno sposato un’ideologia estremista, e i cosiddetti “followers”, detenuti che sembrano essere particolarmente vulnerabili al proselitismo dei “leaders”.

Visto il crescente pericolo di attentati jihadisti, negli ultimi anni il DAP ha introdotto un ulteriore sistema a tre livelli per segnalare la pericolosità dei detenuti: il livello alto, che include chi ha commesso reati legati al terrorismo internazionale, chi è profondamente radicalizzato e chi è coinvolto in attività di proselitismo; il livello medio, che include chi ha mostrato simpatie per l’ideologia jihadista durante la detenzione; e il livello basso, che raggruppa i detenuti che sono considerati da valutare, quindi da spostare al primo o secondo livello oppure da togliere dalla lista. Nell’ottobre 2018 c’erano 478 detenuti segnalati per radicalizzazione jihadista nelle carceri italiane: 233 di livello alto, 103 di livello medio e 142 di livello basso.

Uno dei problemi principali dell’affrontare la radicalizzazione dei detenuti in carcere è che non sempre questo processo si accompagna con trasformazioni del comportamento immediatamente riconoscibili. Negli ultimi anni il DAP ha cercato di lavorare sulla formazione del personale penitenziario, sia per riconoscere per tempo i sintomi di una radicalizzazione, sia per distinguere tra pratiche religiose legittime ed estremismo violento.

Da qualche anno a dare una mano alle guardie carcerarie ci sono anche gli imam cosiddetti “certificati” dell’UCOII – l’Unione delle comunità islamiche in Italia, la più grande organizzazione islamica italiana – cioè imam che non adottano una visione estremista dell’Islam e che sono disposti a collaborare con la polizia se si accorgono di casi di proselitismo. L’idea alla base del progetto è limitare il ruolo degli imam improvvisati, quelli che decidono di sfruttare il proprio carisma con gli altri detenuti diffondendo idee estremiste. Negli ultimi anni ci sono stati diversi casi di imam improvvisati anche in Italia. Lo scorso gennaio, per esempio, un tunisino di 31 anni detenuto nel carcere di Padova è stato espulso dall’Italia dopo che si era autodichiarato imam imponendosi tra gli altri detenuti in maniera violenta, e cercando di fare proselitismo con idee molto radicali.

In generale, la collaborazione tra UCOII e governo avrebbe potuto diventare molto più estesa e proficua se il Parlamento avesse approvato la proposta di legge sulla prevenzione della radicalizzazione jihadista presentata dai deputati Andrea Manciulli e Stefano Dambruoso: la proposta era stata approvata alla Camera nel luglio 2017 ma era arrivata in Senato troppo tardi, alla fine della legislatura, e lì si era persa. Quella legge avrebbe potuto fornire nuovi strumenti per prevenire i processi di radicalizzazione nelle carceri italiane, che per quanto più contenuti che in altri paesi europei continuano comunque a esistere e a essere una potenziale minaccia per la sicurezza del paese.