C’è un nuovo paziente “curato” dall’AIDS

È il secondo nella storia dopo il "paziente di Berlino": un trapianto di midollo lo ha reso immune alla malattia, fino a prova contraria

Una cellula attaccata dal virus dell'HIV (in giallo), la causa dell'AIDS (Seth Pincus, Elizabeth Fischer e Austin Athman, National Institute of Allergy and Infectious Diseases, National Institutes of Health)

Per la seconda volta dalla scoperta dell’HIV, nei primi anni Ottanta, ci sono concrete possibilità che un paziente sia guarito da un’infezione del virus che causa l’AIDS. La notizia sarà pubblicata sul numero di questa settimana della rivista scientifica Nature, e presentata nel corso della Conferenza sui retrovirus e le infezioni opportunistiche organizzata a Seattle, negli Stati Uniti. Formalmente il caso viene descritto come una “remissione di lungo termine”, ma privatamente buona parte dei ricercatori ritiene che si tratti di una cura vera e propria, quindi di una guarigione dal virus. Finora esisteva solo un precedente, risalente a 12 anni fa, quello del cosiddetto “paziente di Berlino” guarito grazie a un trapianto di midollo osseo.

Il nuovo paziente ha preferito mantenere l’anonimato e i ricercatori si riferiscono a lui chiamandolo “paziente di Londra”. In una email al New York Times, ha detto di sentire “un senso di responsabilità nell’aiutare i medici a capire come sia successo e come possano sviluppare questo ambito scientifico”. Ha poi aggiunto di non avere mai pensato che ci potesse essere una cura nel corso della sua vita.

Il caso del paziente di Londra ha alcune cose in comune con quello di Berlino, che si chiama Timothy Ray Brown, ha 52 anni e dal 2007 non ha più sintomi riconducibili all’HIV. Brown era malato di leucemia e dopo alcuni cicli di chemioterapia, rivelatisi inefficaci, era stato sottoposto a due trapianti di midollo osseo. Il donatore aveva una particolare mutazione in CCR5, una proteina che si trova sulla superficie di alcune cellule immunitarie e che viene sfruttata dall’HIV per entrare al loro interno e comprometterne il funzionamento. La mutazione impedisce al virus di agganciarsi correttamente alle cellule, impedendogli di colonizzarle.

Dopo il trapianto, Brown fu sottoposto a cicli molto pesanti di farmaci per inibire la risposta immunitaria, con diverse altre complicazioni dovute al trapianto. Per un periodo le sue condizioni si erano aggravate al punto da rendere necessario un coma indotto, con il concreto rischio che potesse morire. Nonostante le grandi difficoltà, Brown guarì dalla leucemia e i suoi medici notarono una progressiva riduzione nella concentrazione di anticorpi per contrastare l’HIV. Negli anni seguenti, nuovi test evidenziarono la scomparsa del virus e la guarigione (fino a prova contraria) di Brown.

Per il paziente di Londra le cose sono state un po’ meno traumatiche rispetto a Brown. Aveva un linfoma di Hodgkin, una forma tumorale che interessa tessuti come i linfonodi, ed era stato sottoposto a un trapianto di midollo osseo da un donatore con la mutazione in CCR5 nella primavera del 2016. Era stato poi sottoposto a cure con farmaci per inibire la risposta immunitaria, ma di nuova generazione e meno pesanti rispetto a quelle utilizzate una decina di anni prima per Brown.

A settembre del 2017, il paziente di Londra ha smesso di prendere i farmaci che servono per tenere sotto controllo la proliferazione dell’HIV nell’organismo, la terapia più diffusa per i malati di AIDS. Da allora risulta essere libero dal virus e conduce una vita normale. Il trapianto ha quindi fermato il tumore e al tempo stesso ha portato alla formazione di un nuovo sistema immunitario, che grazie alla mutazione è in grado di fermare l’HIV.

I ricercatori sono cauti nel parlare pubblicamente di “cura” perché può accadere che una riserva del virus rimanga nascosta nell’organismo da qualche parte, portando a nuove fasi acute anche dopo lunghi periodi di remissione. Questa caratteristica è da sempre uno degli ostacoli più grandi nel trovare una cura certa e definitiva per i malati di AIDS.

La mutazione in CCR5 è da tempo tenuta d’occhio dai ricercatori. È ricorrente nelle popolazioni nord-europee e, grazie agli ultimi censimenti, sappiamo che ci sono circa 22mila potenziali donatori di midollo che la possiedono. IciStem, un consorzio che si occupa dello studio e della ricerca sui trapianti di midollo osseo per trattare l’AIDS, sta monitorando 38 pazienti che sono stati sottoposti a trapianto. Il paziente di Londra è il numero 36 nella lista, mentre un altro paziente (19) risulta essere privo di HIV da circa quattro mesi.

Dal caso del paziente di Berlino in poi, molti ricercatori si chiedono se la strada dei trapianti sia quella più logica e praticabile per trattare l’AIDS. Un trapianto di midollo infatti è una procedura invasiva, ha potenziali effetti avversi, richiede una lunga convalescenza, comporta diversi rischi e un dispendio di grandi risorse economiche. Molti concordano sul fatto che non possa essere attuata su larga scala, ma al tempo stesso vedono nel trattamento le basi per indagare nuove soluzioni per sfruttare la mutazione in CCR5 senza procedere a un trapianto vero e proprio.

A complicare ulteriormente le cose c’è il fatto che non esiste un’unica forma di HIV. Una sua variante (X4), per esempio, non sfrutta la proteina CCR5, ma una sua collega che si chiama CXCR4 per entrare all’interno delle cellule immunitarie e colonizzarle. La terapia del trapianto può quindi funzionare solamente nei pazienti con il virus che sfrutta CCR5, circa il 50 per cento della popolazione affetta da AIDS secondo le stime più ottimistiche. C’è inoltre stato il caso di un paziente trattato per l’HIV che mira a CCR5 e che si è poi trovato a fare i conti ugualmente con l’infezione, a causa della variante X4. Lo stesso Brown per evitare rischi deve assumere ogni giorno un farmaco che contrasta infezioni da X4.

Negli ultimi anni le terapie per trattare i pazienti malati di AIDS hanno portato a notevoli progressi, riducendo sensibilmente gli effetti collaterali e facendo aumentare la prospettiva di vita. Le nuove scoperte potrebbero portare a trattamenti molto più mirati, con l’obiettivo di impedire al virus di attecchire alle cellule immunitarie, evitando che si sviluppino i sintomi della malattia.

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