I danni di Brexit al Regno Unito stanno cominciando a vedersi adesso

Le ipotesi di un disastro immediato dopo il referendum non si sono realizzate, scrive l'Economist, ma ora gli scricchiolii ci sono

Theresa May, Bruxelles, 7 febbraio 2019 (AP Photo/Geert Vanden Wijngaert)

Gli economisti, quasi tutti gli osservatori internazionali e le istituzioni finanziarie avevano previsto che dopo la vittoria di Brexit non solo la crescita economica del Regno Unito avrebbe rallentato, ma le conseguenze per il paese sarebbero state immediate e disastrose. Nel 2016 il governo britannico aveva diffuso un rapporto secondo cui l’uscita dall’Unione Europea avrebbe causato un danno economico profondo al Regno Unito, a prescindere dai termini dell’uscita e dalla futura relazione con l’Unione. Alle stesse conclusioni era arrivato anche un rapporto della Bank of England, la banca centrale: si prevedevano recessione, crollo del PIL e aumento della disoccupazione. Fortunatamente, però, ha scritto l’Economist, «l’impatto del voto per Brexit non è stato né “immediato” né “profondo”». L’economia, insomma, ha tenuto meglio del previsto. Le conseguenze stanno cominciando però a farsi sentire ora, a quasi tre anni di distanza dal voto, nel momento in cui Brexit sta realmente per accadere.

Nei giorni immediatamente successivi al referendum la sterlina aveva effettivamente perso il 10 per cento del suo valore, e l’indice britannico FTSE 250, che raduna l’andamento delle aziende britanniche quotate in borse tra la 101esima e la 350esima posizione per importanza, era calato del 14 per cento. Settimane e mesi dopo, però, i dati e le analisi non hanno confermato le previsioni più estreme. A suggerire un peggioramento della situazione sono invece gli ultimi dati, pubblicati lo scorso 11 febbraio: mostrano che nel quarto trimestre del 2018 la crescita del PIL del Regno Unito si è fermata allo 0,2 per cento e a dicembre, l’ultimo mese per il quale ci sono dati concreti, il PIL si è ridotto dello 0,4 per cento. Oltre al PIL sono in calo anche altri indicatori economici come la produzione manifatturiera, quella industriale e gli investimenti delle aziende. La Banca d’Inghilterra ha infine abbassato le prospettive per l’economia britannica per il 2019.

L’Economist si è chiesto se questa situazione sia da attribuire esclusivamente all’avvicinarsi di Brexit (il 29 marzo, il Regno Unito dovrebbe infatti lasciare l’Unione Europea: e non è ancora chiaro come lo farà, se con o senza accordo) o se ci siano anche altri fattori che complicano le cose. Infatti, precisa l’Economist, è l’economia globale ad aver subito un rallentamento: c’entrano le tensioni commerciali tra Cina e Stati Uniti che danneggiano economie importanti come quella del Regno Unito, l’Italia che è in recessione e la crisi economica della Germania. «Questo, piuttosto che Brexit, è probabile che spieghi perché la crescita delle esportazioni britanniche è debole. La fiducia dei consumatori nel Regno Unito sta diminuendo, ma lo sta facendo nella maggior parte dei paesi ricchi».

Detto tutto questo, un documento pubblicato lo scorso dicembre da Nick Bloom della Stanford University mostra però che la quota di aziende che dicono che Brexit è la loro principale fonte di incertezza è raddoppiata. E solo il 13 per cento delle aziende britanniche dice che Brexit non sta avendo alcuna influenza. Queste percentuali, e ciò che significano, stanno avendo un impatto concreto sugli investimenti, che sono diminuiti in ogni trimestre del 2018. L’effetto Brexit sembra particolarmente evidente nelle industrie che commerciano con l’Unione o fanno molto affidamento sui suoi lavoratori: il settore dell’ingegneria dei veicoli, per esempio, o il settore alberghiero e della ristorazione.

Se ci sarà una ripresa o un peggioramento dipenderà ovviamente da quel che succederà dopo il 29 marzo. Rinviare la data dell’uscita dall’UE, ipotesi che sembra essere sempre più probabile, eviterebbe il pericolo di un “no deal” (di un’uscita cioè senza accordo, scenario considerato catastrofico da diversi politici ed esperti), ma prolungherebbe il limbo in cui si trova ora il paese. La maggior parte degli imprenditori e manager spera in un accordo che includa un periodo di transizione, durante il quale le regole esistenti restino in vigore.

Mark Carney, il governatore della Banca d’Inghilterra, ha fatto riferimento a una Brexit “soft”, durante la quale l’economia potrebbe ricominciare a crescere, le aziende tornare ad assumere e a investire e i salari ad aumentare. Ha anche detto che le società del Regno Unito hanno accumulato grandi quantità di liquidità, che potrebbero investire quando l’incertezza sarà terminata. «Le aziende britanniche non sono invece pronte per un no deal», ha aggiunto. L’Economist ha scritto che i funzionari governativi del Regno Unito stanno elaborando un dossier, “Project After”, con una serie di piani di emergenza da attuare nel caso non venisse raggiunto alcun accordo. «Quasi tre anni dopo il voto, Brexit inizia a mordere», conclude l’Economist: e quello che succederà dopo il 29 marzo farà capire se quegli avvertimenti iniziali di uno “shock profondo” erano davvero così realistici.

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