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  • mercoledì 20 febbraio 2019

La truffa dei diamanti, spiegata

Ieri ha portato a un sequestro da 700 milioni di euro, ma va avanti da anni: prezzi gonfiati, quotazioni inventate

La pulizia di un diamante alla Krochmal & Cohen Factory di Johannesburg, ottobre 2005 (AP Photo/Denis Farrell)

Martedì 19 febbraio la Guardia di Finanza ha eseguito un sequestro preventivo per oltre 700 milioni di euro a carico di due società e cinque banche. I sequestri sono stati eseguiti nell’ambito di un’inchiesta aperta dalla procura di Milano per i reati di truffa aggravata e autoriciclaggio sulla vendita di diamanti attraverso i canali bancari a prezzi superiori rispetto al loro valore. Nell’inchiesta sono indagate una settantina di persone: le società coinvolte sono la Intermarket Diamond Business di Milano (IDB, fallita) e la Diamond Private Investment di Roma (DPI); le banche coinvolte sono il Banco Bpm, Banca Aletti, UniCredit, Intesa San Paolo e Monte dei Paschi.

L’inchiesta si riferisce a fatti che vanno dal 2012 al 2016, quando le società IDB e DPI avevano iniziato un’attività di vendita di diamanti attraverso alcune banche, come forma di investimento sicuro da speculazioni e oscillazioni di mercato. Ma il prezzo delle pietre, secondo la procura, sarebbe stato gonfiato proprio con la complicità delle banche, che agivano da intermediarie e che promuovevano quegli stessi investimenti ai loro correntisti.

Gli accordi prevedevano formalmente che le banche mettessero semplicemente a disposizione nelle loro filiali il materiale pubblicitario delle due società: in realtà, secondo le indagini, i direttori e i consulenti finanziari avevano un ruolo attivo nel proporre ai clienti gli investimenti presentandoli in modo «parziale, ingannevole e fuorviante». I diamanti, scrive Repubblica, «venivano fatti apparire come un “bene rifugio” garantendo un rendimento costante annuo del 3-4% del capitale, molto più di un qualsiasi titolo di Stato. Lo dimostravano, dicevano, le quotazioni di mercato stampate su un giornale economico, che però non erano che un listino prezzi (gonfiato rispetto ai valori reali) pubblicato a pagamento furbescamente sulle pagine dei titoli di Borsa». Il valore dei diamanti era alla fine pari al 30-50 per cento del prezzo pagato dal cliente. A questa base venivano aggiunte le commissioni per la banca, le coperture assicurative, i costi per la certificazione etica e gemmologica e una percentuale per la rivendita. La non corrispondenza tra la somma pagata e il valore reale dell’investimento era quasi impossibile da scoprire, proprio perché i listini prezzi pubblicati a pagamento non corrispondevano alle quotazioni indicative di Rapaport e Idex, i listini internazionali dei diamanti riconosciuti in tutto il mondo e fissati una volta alla settimana.

Infine, per garantirsi la collaborazione dei dipendenti e dei dirigenti delle varie banche, Intermarket Diamond Business e Diamond Private Investment spendevano anche in viaggi, benefit o investivano in azioni delle stesse banche con cui lavoravano. Questo ha fatto scattare, all’interno dell’inchiesta della procura di Milano, anche l’accusa di corruzione tra privati, autoriciclaggio e reimpiego di capitali di provenienza illecita.

L’inchiesta penale è nata due anni fa, a seguito di una serie di accertamenti fatti dall’Antitrust che, dopo due istruttorie, aveva multato le due società venditrici e le cinque banche per oltre 15 milioni di euro. Ma del caso si era già occupata nel 2016 la trasmissione Report che aveva confrontato i prezzi di listino dei diamanti venduti dalla IDB e dalla DPI, a parità di carato, brillantezza e purezza, con le quotazioni di Rapaport. Le persone truffate, scrivono oggi i giornali, sono decine di migliaia, ma per ora gli investigatori hanno ricostruito le posizioni di circa un centinaio di persone: tra loro ci sono anche alcuni personaggi famosi, come il cantante Vasco Rossi.

Nell’inchiesta risultano indagati il direttore generale di Banco Bpm, Maurizio Faroni, l’ex direttore generale di Banca Aletti Maurizio Zancanaro, l’ex dirigente di Bpm Andrea Mencarini, il responsabile Pianificazione e marketing di Bpm Pietro Gaspardo. Il nucleo di polizia economico-finanziaria di Milano ha proceduto con il sequestro diretto per 149 milioni di euro alla IDB, 165 alla DPI, 83 milioni al BancoBpm-Banca Aletti, 32 milioni a Unicredit, 11 milioni a Banca Intesa e 35 milioni a Mps.