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  • venerdì 15 febbraio 2019

«Come rimanere sani di mente su Internet»

Una lista di consigli utili (ma difficili da seguire) che lo scrittore inglese Matt Haig ha messo insieme nel suo libro "Vita su un pianeta nervoso", pubblicato da E/O

(AP Photo/Andy Wong)

Statisticamente per le persone che vivono nei paesi sviluppati – e in una certa misura anche per chi no – il mondo non è mai stato un posto bello come oggi: lo dicono gli indici su salute, alimentazione, istruzione e ricchezza. Molte volte però leggendo i giornali o facendo un giro sui social network si ha un’altra impressione, e leggendo certe notizie o discutendo online con persone che hanno idee diverse ci si può far prendere da un senso di ansia. Secondo lo scrittore inglese Matt Haig, sono in generale la società contemporanea e il modo in cui comunichiamo a renderci più ansiosi. A questo fenomeno ha dedicato il libro Vita su un pianeta nervoso, che quest’estate si è fatto notare nelle classifiche dei libri più venduti nel Regno Unito e ora è stato pubblicato in Italia da E/O.

È un libro di auto-aiuto, come si dice, e come tale ripete spesso gli stessi concetti, ma potrebbe interessare anche chi non ha mai pensato di leggere un libro del genere o addirittura si è trovato a snobbare chi lo fa. Si propone di dare buoni consigli su come affrontare le preoccupazioni alimentate dall’accumulo di informazioni a cui siamo sottoposti attraverso internet. È diviso in 18 capitoli, a loro volta divisi in sottocapitoli di una, due o tre pagine: alcuni sono elenchi di consigli, altri sono brevissimi aneddoti o frasi incoraggianti. Haig lo ha scritto in questo modo pensando a come la nostra attenzione oggi sia abituata soprattutto a un gran numero di contenuti che durano poco. È lungo 400 pagine, ma è più breve di quanto sembri: gli elenchi prendono poco posto e il testo è molto rientrato rispetto al bordo della pagina.

Da un capitolo all’altro, si passa ad argomenti solo parzialmente legati: la struttura è volutamente disordinata, come il succedersi di post su un social network, ma letti uno dopo l’altro danno una chiara visione d’insieme. Molte considerazioni non sono particolarmente originali, ma Haig ha fatto una buona sintesi mettendole insieme in modo accattivante. Il fatto che lui stesso faccia fatica a seguire i propri consigli – per esempio restando fino a tardi su Twitter, preoccupandosi delle risposte ai suoi tweet e tenendo il telefono sul comodino di notte – lo avvicina al lettore e rende il libro un manuale onesto, piuttosto che fissare obiettivi irraggiungibili.

Pubblichiamo tre estratti del libro: i primi due parlano di come ci comportiamo sui social network, il terzo del rapporto di dipendenza che abbiamo con la tecnologia.

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Specchi

I neurobiologi hanno stabilito che il “rispecchiamento” è uno dei percorsi neurali che si attivano nel cervello dei primati, noi compresi, durante l’interazione con i propri simili.
In un’era interconnessa come la nostra gli specchi diventano più grandi.
Quando la gente ha paura dopo un evento terrificante, quella paura si propaga come un incendio digitale.
Quando la gente è arrabbiata, la rabbia si moltiplica.
Persino quando persone che nutrono opinioni opposte rispetto alle nostre manifestano un’emozione anche noi ne avvertiamo una simile. Per esempio, se qualcuno si infuria con noi in rete per qualsiasi motivo, è improbabile che aderiamo alle sue opinioni, ma è molto probabile che ci lasciamo contagiare dalla sua furia. Lo si vede tutti i giorni sui social network: gente che litiga, rafforzando così le opinioni opposte dell’interlocutore, eppure nel contempo rispecchiando il suo stato emotivo.
Ho commesso questo errore molte volte, ed ecco il motivo per cui Andrea era arrabbiata con me. Mi sono lasciato coinvolgere in discussioni con individui che mi avevano definito “buonista” o progrescemo, o avevano proclamato a gran voce che «essere di sinistra è un disturbo mentale» in un tweet contro di me. So bene che litigare su Internet non è la maniera più appagante per trascorrere il limitato numero di giornate di cui disponiamo su questa Terra, eppure l’ho fatto, senza riuscire a controllarmi. Adesso lo riconosco. E ho bisogno di smettere.

Comunque, quello che mi preme sottolineare è che sebbene abbia idee politiche molto diverse dalle persone con cui litigo, dal punto di vista psicologico ciascuno di noi alimenta i sentimenti di rabbia dell’altro. Contrasto politico ma rispecchiamento emotivo.

Una volta, mentre ero in preda all’ansia, ho twittato una frase stupida.
«L’ansia è il mio superpotere» ho scritto.
Non intendevo affermare che l’ansia fosse un fatto positivo. Volevo solo dire che si tratta di un sentimento incredibilmente intenso, e che noi che la proviamo in eccesso attraversiamo la vita come un angosciato Clark Kent o un tormentato Bruce Wayne, conoscendo il segreto di chi siamo in realtà. E tutto questo può rappresentare un fardello di pensieri vorticosi, incontrollabili e disperati, eppure, di tanto in tanto, riusciamo a convincerci che abbia anche un lato positivo.
Per esempio, personalmente sono grato del fatto che l’ansia mi abbia costretto a smettere di fumare e a condurre uno stile di vita sano; che mi abbia aiutato a capire cosa mi facesse bene, chi mi volesse bene davvero e chi no. Sono felice che mi abbia spinto ad aiutare altre persone che hanno sperimentato le stesse situazioni mentali, e, nei periodi in cui sto meglio, a vivere la vita con maggiore intensità.
Fondamentalmente è quello che ho scritto in Ragioni per continuare a vivere. Ma in quel tweet non avevo espresso molto bene il concetto. E poi, all’improvviso, mi trovai a ricevere una dose notevole di attenzione.

Decisi di cancellare il tweet, ma ormai molti avevano catturato la schermata e stavano ingrossando le fila degli arrabbiati di Twitter per dirigere la propria ira contro di me. «SUPERPOTERE? MA CHE CAZZO DICI!». «@matthaig1 È TOSSICO». «Cancella il tuo account». «Idiota di merda» e così via. E tu te ne stai lì, terrorizzato, a guardare quell’enorme schianto creato da te, mentre la tua timeline si riempie di decine, centinaia di individui arrabbiati convinti che, dato che stavano toccando un nervo scoperto, allora avevano ragione. Tra parentesi “toccare un nervo scoperto” è una frase priva di senso per chi soffre di ansia. Ogni nervo è scoperto.
La rabbia divenne contagiosa: la avvertivo quasi come una forza fisica che si irradiava dallo schermo. Il mio cuore raddoppiò i battiti. Mi sembrava che la stanza mi si stesse chiudendo addosso. L’aria si fece rarefatta. Ero stretto all’angolo. Cominciai ad avere la sensazione che la realtà si stesse dissolvendo. «Merda, merda, merda». Caddi preda di un breve attacco di panico. Provai una malsana mescolanza di senso di colpa, paura e rabbia difensiva e decisi solennemente che non avrei mai più affidato a Twitter le mie riflessioni su come uscire dall’ansia.

Certe cose è meglio tenerle per sé.
Ma, soprattutto, decisi di trovare un modo per impedire che l’immagine di me che avevano gli altri diventasse quella che avevo io. Volevo crearmi una sorta di immunità emotiva. Quando ti lasci coinvolgere troppo i social network ti danno la sensazione di trovarti dentro una borsa valori in cui la merce di scambio sei tu, ovvero la tua personalità in rete. E quando gli altri cominciano a infierire ti sembra che il tuo personale valore di mercato precipiti. Volevo liberarmi da tutto questo. Volevo scollegarmi psicologicamente. Volevo diventare, dal punto di vista psichico, un mercato autosufficiente. Accettare i miei errori, consapevole che ogni essere umano è più degli errori che commette. Rendermi conto che conosco il funzionamento della mia mente meglio di un estraneo qualunque. Imparare ad accettare che qualcuno possa considerarmi una mezza sega senza sentirmi male per questo. Interessarmi
agli altri, ma non alle loro errate interpretazioni di me all’interno della matrice di pensiero di Internet.

***

Come rimanere sani di mente su Internet: una lista di comandamenti utopistici che seguo di rado, perché è molto difficile farlo

1. Praticate l’astinenza. Astinenza dai social network, in particolare. Resistete a tutti gli eccessi malsani da cui vi sentite attratti. Rafforzate i muscoli dell’autocontrollo.

2. Non cercate sintomi medici su Google a meno che non vogliate trascorrere sette ore a convincervi che sarete morti prima di cena.

3. Ricordate che a nessuno in realtà interessa il vostro aspetto. Gli interessa il loro. Voi siete l’unica persona al mondo che si preoccupa della vostra immagine.

4. Rendetevi conto che ciò che può sembrare vero a volte non lo è. Quando nel 1982 il romanziere William Gibson immaginò per la prima volta in Neuromante il concetto di quello che lui stesso battezzò “ciberspazio” lo definì una «allucinazione vissuta consensualmente». Trovo utile questa descrizione ogni volta che mi lascio coinvolgere troppo dalla tecnologia, ogni volta che la tecnologia arriva a influenzare la mia vita non digitale. L’intera Internet è un passo indietro rispetto al mondo fisico. I suoi aspetti più potenti sono specchi del mondo fuori dalla rete, ma le copie del mondo esterno non sono il mondo esterno. Sono la vera Internet, ma nient’altro che questo. Certo, è possibile stringere vere amicizie in rete. Ma la realtà non digitale è sempre un ottimo test. Appena vi disconnettete, per un minuto, un’ora, un giorno o una settimana, è sorprendente constatare la rapidità con cui Internet scompare dalla vostra mente.

5. Rendetevi conto che le persone sono più di un post sui social network. Pensate a quanti pensieri in conflitto tra loro vi attraversano la mente in un giorno. Pensate a tutte le idee diverse e contraddittorie che avete sostenuto nel corso della vostra vita. Replicate alle opinioni espresse online, ma non permettete mai a
un pensiero postato frettolosamente di definire per intero un altro essere umano. Il fisico Carl Sagan ha detto: «Se un essere umano non è d’accordo con voi, lasciatelo vivere. In cento miliardi di galassie non ce n’è un altro».

6. Non perseguitate mai con il vostro odio le persone in rete. Questo è il mio proposito per l’anno 2018, e finora sta funzionando. Sfogare odio sugli altri non fornisce un obiettivo alla vostra giusta rabbia. La alimenta. Stranamente, contribuisce anche a rinforzare la vostra personale camera dell’eco, dandovi la sensazione che tutte le opinioni diverse dalla vostra siano estremiste, e la vostra no. Non andate a cercare le cose che vi rendono infelici. Non misurate il vostro valore paragonandovi agli altri. Non sforzatevi di definire voi stessi contro. Cercate di definirvi a favore. E poi navigate di conseguenza.

7. Non cadete nel gioco dei rating. Internet li adora, sia che si tratti di recensioni su Amazon o TripAdvisor o Rotten Tomatoes, sia che si tratti degli indici di gradimento di foto, poster e tweet. Like, preferiti, retweet.
Ignorateli. I rating non misurano il valore. Non giudicatevi mai su questa base. Per piacere a tutti dovreste essere la persona più insignificante della Terra. William Shakespeare è probabilmente il più grande scrittore di tutti i tempi. Però su Goodreads il suo punteggio medio è un misero 3,7.

8. Non passate la vita a preoccuparvi di ciò che vi state perdendo. Non che io voglia fare il buddhista (beh, un pochino sì), però la cosa importante nella vita non è essere felici di ciò che si fa, ma di ciò che si è.

9. Non rimandate mai un pasto, né l’ora di andare a dormire, solo per stare su Internet.

10. Restate umani. Resistete agli algoritmi. Non lasciatevi spingere a diventare una caricatura di voi stessi. Disattivate le notifiche popup. Uscite dalla vostra camera dell’eco. Non permettete all’anonimato di trasformarvi in una persona che fuori dalla rete vi vergognereste di essere. Siate un mistero, non una statistica. Siate qualcuno che nessun computer riuscirà mai a conoscere veramente. Mantenete viva l’empatia. Rompete gli schemi. Resistete alle tendenze robotiche. Restate umani.

Mai abbastanza

Niente è mai abbastanza.
Sono sempre stato dipendente da qualcosa.
Quel qualcosa cambia, ma non la sensazione di bisogno.
Un tempo era il bere. Non facevo altro che bere in continuazione.
Quando lavoravo in un palazzo di uffici e vendevo spazi pubblicitari sui media sotto i cupi cieli di Croydon, sognavo solo di fuggire.
Le tre pinte che bevevo tutte le sere, seguite da una vodka cola, attutivano il colpo della serata solo per renderlo ancora più forte quando mi risvegliavo al mattino.
Qualche anno dopo il mio crollo nervoso all’improvviso mi è venuto facile smettere di bere. E di fumare. E dare un taglio a tutto il resto. Ho eliminato tutte le sostanze stimolanti. Perfino il caffè, il tè e la Coca-Cola. Ero in preda a un dolore e a una sofferenza continui, e avrei fatto qualunque cosa per distogliermi dalla mia stessa mente, ma ormai sapevo che l’alcol non funzionava. E ritenevo che neanche i medicinali avrebbero funzionato. Mi ero convinto che evidentemente andavano bene per altri, ma io ero uno degli sfortunati a cui non erano di alcuna utilità. Inoltre sapevo di aver avuto in passato una predisposizione alla dipendenza. È stato più difficile capire che ce l’avevo ancora, ma che mi stavo rivolgendo verso dipendenze “positive”. Per esempio, correre, come mi aveva consigliato mio padre. Lo yoga. La meditazione. Il lavoro. Il successo.

Altri anni dopo, quando stavo un po’ meglio, ricominciai a bere. Non bevevo tutti i
giorni, e nemmeno tutte le settimane, ma quando capitava lo facevo in maniera irresponsabile. La differenza era che ormai capivo in che modo l’alcol influenzasse la mia mente. Come funzionasse il ciclo. Mi sentivo un po’ male (non in preda ad attacchi di panico, ma solo a una depressione generica di basso livello), bevevo e il mio umore migliorava. Poi, quando arrivavano i postumi, mi sentivo in colpa. E quel sentimento indugiava dentro di me minando la mia autostima, il che a sua volta creava un ulteriore bisogno di distrazioni. Di bere. Otto pinte e un gin cocktail. Ma era pericoloso. Mi era impossibile essere un buon marito, un buon padre, un bravo scrittore quando ero perennemente in preda ai postumi di una sbornia, e l’ironia era che quella sensazione di inadeguatezza e disprezzo di sé rendeva più probabili le sbornie future. Ho imparato che, per quanto forte possa essere il bisogno, il senso di colpa che ne consegue sarà sempre più forte. Però è difficile. E provo una sconfinata solidarietà per coloro che hanno cercato di annegare la propria inesorabile disperazione in un mare di alcol. E per di più hanno subìto la condanna di chi non ha mai provato in vita sua quel doloroso bisogno di sfuggire a se stesso.

Quando si sostiene che i pregiudizi contro le malattie mentali stanno diminuendo, forse
questo vale per chi soffre di depressione o attacchi di panico. Ma probabilmente non per l’alcolismo, l’autolesionismo, le psicosi, il disturbo borderline di personalità, quelli del
comportamento alimentare, i comportamenti compulsivi o la dipendenza dalle droghe. Sono tutte cose che mettono a dura prova la capacità di accettazione di tutti noi, anche dei migliori. È questo il problema della malattia mentale. È facile non giudicare qualcuno perché soffre di una malattia; è molto più difficile non giudicarlo per il modo in cui di tanto in tanto quella malattia lo spinge a comportarsi. Perché gli altri non ne capiscono il motivo.

Ricordo un concerto di quel genio così raro e unico che era Amy Winehouse. Avevo le
lacrime agli occhi mentre la folla, a sua volta in gran parte sbronza, rideva e la scherniva quando parlava con voce impastata tra un brano e l’altro e, ubriaca com’era, si sforzava disperatamente di ricomporsi. Mi sentivo avvampare di rabbia e vergogna. Mi sono sforzato (una reazione ridicola, imbarazzante) di inviarle messaggi telepatici. Va tutto bene. Andrà tutto bene. È solo che loro non capiscono.

Ora, mentre scrivo queste parole e il sole brilla fuori dalla finestra, sto pensando a una
caipirinha. Il cocktail nazionale brasiliano. Cachaça, lime, zucchero. Il paradiso dentro un bicchiere. Ricordo di averla bevuta in ombreggiate piazze spagnole, e il mio desiderio è in parte il desiderio di tornare a essere uno spensierato ventunenne. Però so che sarebbe una pessima idea. Sono costretto a ricordare a me stesso per quale motivo la desidero e cosa potrebbe succedere. Devo ripetermi che non sarebbe un bicchiere solo. Che già in passato il desiderio di un unico, innocente bicchiere dopo una rispettabilissima riunione di lavoro pomeridiana è sfociato in una telefonata a casa
da Victoria Station alle sei del mattino, perché avevo perso il portafogli. Devo ricordare la successiva spirale discendente verso una violenta ricaduta di ansia e depressione, quel genere di ricadute in cui uno finisce per scoppiare in lacrime fissando il cassetto dei calzini, e in cui la vista delle nuvole grigie o della copertina di una rivista suscita un sentimento di infinita disperazione. Ricordare tutto questo, essere consapevole delle cause e delle conseguenze, rende molto più facile resistere. Una serata di paradiso dentro un bicchiere non controbilancia un mese di inferno dentro una
gabbia.

E con questo non mi riferisco solo all’alcol.
Riguarda il fatto che lo schema della dipendenza (insoddisfazione, soluzione temporanea, maggiore insoddisfazione) rappresenta il modello di gran parte della cultura consumistica. Ed è anche il modello che governa molti dei nostri rapporti con la tecnologia. I pericoli di un suo uso eccessivo non sono mai stati così chiari. Nel 2018 l’amministratore delegato di Apple, Tim Cook, ha cominciato a parlarne. «Non credo che un uso eccessivo sia consigliabile. Non sono tra coloro che affermano che abbiamo raggiunto il successo se utilizzate in continuazione i nostri dispositivi. Non sono
assolutamente d’accordo».

Il problema è che non usare troppo la tecnologia spesso è più facile a dirsi che a farsi.
In The Organized Mind Daniel Levitin scrive: «Sia chiaro: controllare in continuazione la posta elettronica, Facebook e Twitter rappresenta una dipendenza neurologica». Ogni volta che controlliamo i social media «e troviamo un contenuto nuovo, ci sentiamo più collegati a livello sociale (in una sorta di bizzarra e impersonale modalità cibernetica) e otteniamo un’altra, robusta dose di ormoni della ricompensa, i quali ci dicono che abbiamo “ottenuto qualcosa”». Ma, come avviene per ogni forma di dipendenza, questo senso di soddisfazione è inaffidabile. «È la componente più stupida del cervello, quella sempre in cerca di novità e che governa il sistema limbico, a provocare tale sensazione di piacere, e non i più evoluti centri del pensiero della corteccia prefrontale, capaci di pianificare e organizzare».

Proprio come per chi abita a Ibiza, o fa parte di una setta religiosa, è difficile capire quali sono i nostri problemi se tutti intorno a noi li condividono. Se tutti trascorrono ore e ore con in mano il cellulare a controllare messaggi e timeline, questo diventa un comportamento normale. Se tutti si alzano troppo presto la mattina e si fermano in ufficio per dodici ore di fila a fare un lavoro che odiano, allora perché mettere in discussione tale modo di agire? Se tutti si preoccupano del proprio aspetto, allora vuol dire che è giusto preoccuparsene. Se tutti sforano il massimale della carta di credito per
pagare cose di cui in realtà non hanno bisogno, allora non può essere un problema. Se l’intero pianeta sta avendo una sorta di crollo nervoso collettivo, allora i comportamenti malsani combaciano perfettamente con il quadro generale. Quando la follia diventa normalità l’unico modo per ritrovare la sanità mentale è osare essere diversi. Oppure osare essere il se stesso che esiste al di là di tutta la paccottiglia fisica e i detriti mentali dell’esistenza moderna.

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