Il comizio di Donald Trump a El Paso. (Joe Raedle/Getty Images)
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  • martedì 12 febbraio 2019

Trump e il muro che non esiste

In un comizio a El Paso, al confine col Messico, ha ribadito i fantomatici progressi di un'opera che per ora non c'è e probabilmente non ci sarà: mentre ci sono i problemi dall'altra parte

Il comizio di Donald Trump a El Paso. (Joe Raedle/Getty Images)

Lunedì il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è andato a El Paso, una città texana al confine con il Messico: Trump era lì per tenere un comizio sul famoso muro che ha promesso di costruire, da settimane al centro del dibattito politico americano per via dello stallo sui fondi necessari. Ma Trump non è stato l’unico a fare un comizio a El Paso quel giorno: ne ha organizzato uno anche Beto O’Rourke, il carismatico politico texano del Partito Democratico di cui si parlò molto alle scorse elezioni di metà mandato, alle quali era candidato a senatore.

Il comizio di Beto O’Rourke. (Christ Chavez/Getty Images)

Trump ha preso in giro il comizio di O’Rourke, dicendo che a quel raduno stavano partecipando poche persone. In realtà è stata un’iniziativa molto partecipata: c’erano circa 7.000 persone, contro le circa 13.000 del comizio di Trump, tra quelle che hanno trovato posto all’interno del palazzetto e quelle che sono rimaste fuori. O’Rourke aveva perso l’elezione a senatore contro il Repubblicano Ted Cruz, andando però molto vicino a una vittoria storica e raccogliendo un entusiasmo che non si vedeva da tempo intorno a un Democratico da quelle parti: per questo, molti giornalisti informati dicono stia seriamente pensando di candidarsi alle primarie del Partito Democratico per le elezioni presidenziali del 2020. Trump, sul palco, l’ha definito «un giovane che ha ben poche carte da giocarsi, se non un bel nome».

Trump ha parlato davanti a una grande bandiera staunitense e a tre striscioni con scritto “finire il muro”: l’immigrazione è stato il tema che ha occupato più spazio nel suo comizio, e Trump ha ripetutamente promesso che porterà a termine l’impegno preso in campagna elettorale. In realtà, da allora, le cose sono molto cambiate: Trump aveva notoriamente detto che il muro lo avrebbe fatto pagare al Messico, ipotesi che fu già accolta come strampalata e che si è rivelata totalmente infondata. Inoltre gli Stati Uniti sono da poco usciti dal più lungo “shutdown” della loro storia – cioè dalla più lunga parziale chiusura delle attività pubbliche – proprio perché il Congresso non si metteva d’accordo sullo stanziamento dei fondi per la costruzione del muro. I Democratici si sono opposti fino alla fine all’approvazione della legge di bilancio che li prevedeva, e alla fine Trump ha dovuto cedere per riaprire gli uffici pubblici, proseguendo i negoziati.

Nei giorni scorsi Repubblicani e Democratici al Congresso si sono di nuovo piantati sullo stesso tema. Trump vorrebbe infatti stanziare 5,7 miliardi di dollari, ma i Democratici non ne vogliono sapere. Dopo la sconfitta politica dello shutdown, i Repubblicani ci hanno riprovato: nel weekend, la mancanza di progressi nelle nuove trattative con i Democratici aveva portato molti a ipotizzare una nuova chiusura del governo. Lunedì, poco prima del comizio di Trump, i negoziatori hanno annunciato di aver trovato una bozza di accordo per uno stanziamento di 1,375 miliardi di dollari per costruire recinzioni e barriere al confine: basteranno per costruire circa 90 chilometri di barriere in ferro, di quelle composte da alti pali ravvicinati. Un risultato molto diverso, quindi, dagli oltre 320 chilometri di muro in acciaio e cemento che Trump voleva ottenere.

Trump ha detto sul palco che non era stato informato dei particolari del negoziato, ma che si stavano facendo progressi: «Stanno costruendo il muro, e lo stanno facendo molto velocemente», ha detto Trump, precisando che i lavori a El Paso erano cominciati la mattina stessa. Non è così: lo scorso autunno sono cominciati dei lavori nel quartiere di Chihuahuita, che si affaccia sul Rio Grande, il fiume che separa la città dal suo corrispettivo in Messico, Ciudad Juárez. Ma, ha spiegato il Guardian, sono soltanto lavori per rimpiazzare la vecchia recinzione con una più alta. Trump ha anche detto che la barriera precedente, costruita nel 2008 a El Paso, era stata molto importante nella riduzione del crimine nella zona: nemmeno questo è vero, visto che il minimo storico nei crimini fu raggiunto nel 2006, due anni prima della sua costruzione. O’Rourke ha ribadito questa incongruenza in un post su Medium, in cui ha spiegato i vantaggi portati invece dall’integrazione etnica nella città, che è a stragrande maggioranza ispanica e che è una delle più sicure degli Stati Uniti.

Quello di Trump è stato un comizio movimentato, in cui ci sono state anche alcune piccole contestazioni. Dopo che un uomo che aveva urlato qualcosa è stato portato via dalla sicurezza, Trump ha chiesto: «C’è un posto più divertente in cui essere che un comizio di Trump?».

Un tratto della barriera lungo il Rio Grande a El Paso. (John Moore/Getty Images)

Intanto, dall’altra parte del confine si stanno creando delle situazioni molto difficili e precarie da quando, lo scorso novembre, l’amministrazione Trump aveva imposto un limite giornaliero alle persone che possono chiedere asilo in molti dei cosiddetti “porti d’entrata”, cioè gli attraversamenti legali e controllati del confine. Questo comporta che i migranti che arrivano dal Centro e dal Sud America devono fermarsi settimane o anche mesi nelle città di confine, con tutti i disagi provocati dallo spesso inadeguato sistema di accoglienza messicano.

Il centro in cui sono costretti a rimanere i migranti a Piedras Negras, in Messico. (Joe Raedle/Getty Images)

Piedras Negras è una delle città più interessate: i migranti la preferiscono a posti come Tijuana, Nuevo Laredo o Ciudad Juárez perché è più sicura e meno controllata dalle gang del narcotraffico. Ma ha poco più di 150mila abitanti, e non è attrezzata ad accogliere le migliaia di persone che si sono fermate nelle scorse settimane per i rallentamenti al porto d’entrata, dove vengono processate soltanto una decina di richieste al giorno. Per la maggior parte sono attualmente in un complesso abbandonato in un quartiere industriale: devono obbligatoriamente rimanerci finché non viene concesso loro un visto umanitario che ne consentirà l’accesso al lavoro e agli aiuti statali, anche se in realtà vorrebbero solo spostarsi negli Stati Uniti.

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