Salvini non vuole essere processato sul “caso Diciotti”

Ha scritto al Corriere di aver agito per «la tutela di un interesse dello Stato» e quindi ritiene che «l’autorizzazione a procedere debba essere negata»

(ANSA/ALESSANDRO DI MEO)

Il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha scritto una lettera al Corriere della Sera per difendersi dalle accuse di sequestro di persona e abuso di ufficio che gli vengono fatte in relazione al caso della Diciotti, la nave militare italiana che lo scorso agosto Salvini costrinse a rimanere nel porto di Catania per giorni senza far sbarcare nessuno dei 190 migranti che si trovavano a bordo.

Come previsto dalla Costituzione in caso di accuse a un ministro, il “tribunale dei ministri” di Palermo ha chiesto al Senato l’autorizzazione a procedere e saranno quindi i senatori a dover decidere con un voto se Salvini possa essere processato. Nella sua lettera, Salvini non rinnega le sue decisioni legate alla nave Diciotti e spiega di aver agito per «la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante» e per «il perseguimento di un preminente interesse pubblico», chiedendo quindi al Senato di negare l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti. In precedenza, Salvini aveva più volte detto di essere pronto a farsi processare.

Il Tribunale dei ministri di Catania mi accusa di «sequestro di persona» perché avrei bloccato la procedura di sbarco degli immigrati dalla nave Diciotti. Attenzione: non si tratta di un potenziale reato commesso da privato cittadino o da leader di partito. I giudici mi accusano di aver violato la legge imponendo lo stop allo sbarco, in virtù del mio ruolo di ministro dell’Interno. In altre parole, è una decisione che non sarebbe stata possibile se non avessi rivestito il ruolo di responsabile del Viminale.

Per questa ragione sono impropri paragoni con altre vicende e trova applicazione la speciale procedura di cui all’art. 96 della Costituzione.

Voglio anche sottolineare che, ai sensi dell’articolo 9, comma terzo, della legge costituzionale n. 1/1989, il Senato nega l’autorizzazione «ove reputi, con valutazione insindacabile, che l’inquisito abbia agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di Governo».

La valutazione del Senato è pertanto vincolata all’accertamento di due requisiti (ciascuno dei quali di per sé sufficiente a negare l’autorizzazione): la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante o il perseguimento di un preminente interesse pubblico. Il Senato non è chiamato a giudicare se esista il cosiddetto fumus persecutionis nei miei confronti dal momento che in questa decisione non vi è nulla di personale. La Giunta prima, e l’Aula poi, sono chiamati a giudicare le azioni di un ministro. Altrettanto chiaro è che il Senato non si sostituisce all’autorità giudiziaria, bensì è chiamato esclusivamente a verificare la sussistenza di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante o di un preminente interesse pubblico.

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