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  • martedì 29 gennaio 2019

Nel mondo c’è sempre meno “diversità cognitiva”?

Un professore dell'università di Chicago riflette sui casi in cui le differenze tra il modo di pensare delle varie popolazioni stanno scomparendo, chiedendosi se sia un problema

Nativi brasiliani, con indosso copricapi e trucchi tradizionali, fotografano una protesta contro una legge su una nuova demarcazione dei territori indigeni in Brasile. (EVARISTO SA/AFP/Getty Images)

Per secoli i cacciatori inuit hanno navigato nell’artico basandosi sul vento, sulla neve e sul cielo: oggi usano i GPS. Un tempo la popolazione aborigena dei Gurindji, che vive nel nord dell’Australia, aveva 28 varianti per indicare i punti cardinali: oggi, segnalano i linguisti, le nuove generazioni Gurindji ne usano soltanto quattro, spesso male. Una trasformazione simile è quella accaduta all’interno della popolazione andina degli Aymara: tradizionalmente, intendevano il tempo immaginando il passato di fronte, e il futuro alle spalle. Le nuove generazioni, sempre più influenzate dalla cultura spagnola, lo immaginano invece come gli Occidentali, al rovescio.

Queste trasformazioni, portate dalla globalizzazione, sono diverse da quelle che prendiamo abitualmente in considerazione quando si parla dei cambiamenti che hanno interessato negli ultimi decenni molte popolazioni che prima del Novecento avevano molti meno contatti con il resto del mondo. Lo scienziato cognitivo Kensy Cooperrider, dell’università di Chicago, lo ha spiegato sul sito di approfondimento Aeon: non sono cambiamenti nelle abitudini, nel modo di vestirsi o in quello di mangiare. Sono trasformazioni nel modo stesso in cui queste popolazioni interpretano il mondo. Molti modi totalmente originali che le persone sparse per il mondo usavano per decifrare e approcciarsi alla realtà circostante stanno scomparendo, sostituiti da altri paradigmi che spesso coincidono con quelli occidentali. Il mondo sta effettivamente diventando più piccolo e un po’ meno vario.

Cooperrider ha spiegato che nel 2010 uscì uno studio che smosse notevolmente il settore della scienza cognitiva: si chiamava The Weirdest People in the World? e giocava sull’acronimo WEIRD, che in inglese vuol dire “strano” e che però in questo caso indicava le persone occidentali, tendenzialmente istruite e parte di società industrializzate, ricche e democratiche. Lo studio sottolineava come le ricerche nel campo delle scienze comportamentali avessero in larghissima parte considerato sempre e solo persone di questa estrazione, che non rappresentano l’umanità intera e che contemporaneamente rappresentano persone che vivono in città agli antipodi del globo, da Londra a Buenos Aires. Altri studiosi commentarono l’articolo facendo un passo in più: Paul Rozin dell’università del Pennsylvania ipotizzò che questa categoria umana era «messaggera del futuro del mondo». Le differenze tra popolazioni erano più visibili nelle vecchie generazioni, e si stavano assottigliando nelle nuove.

Come spiega Cooperrider, questo processo va a intaccare quella che viene definita “diversità cognitiva”, cioè la gamma di modi diversi con cui il cervello degli umani raccoglie le informazioni provenienti dall’esterno, le analizza, le conserva, le interpreta e le monta insieme per risolvere i problemi.

Per decine di migliaia di anni, mentre scorrazzavamo per il globo, ci siamo adattati ad ambienti radicalmente diversi e abbiamo creato nuovi tipi di società. Durante questo processo abbiamo sviluppato nuove pratiche, paradigmi, tecnologie e sistemi concettuali. Ma poi, a un certo punto negli ultimi secoli, abbiamo raggiunto un punto di flessione. Una cassetta degli attrezzi cognitiva che si era consolidata nell’Occidente industrializzato ha cominciato a guadagnare inerzia globale. Gli altri attrezzi sono stati abbandonati. La diversità ha iniziato a ritirarsi.

Non è facile misurare l’entità di queste trasformazioni, perché sono fenomeni difficili da quantificare. Cooperrider fa però degli esempi, citando a supporto studi scientifici di vari settori: diverse popolazioni, per dire, hanno tradizionalmente mostrato agli antropologi poco interesse per i numeri e per contare le cose, a differenza degli occidentali. In Papua Nuova Guinea, per esempio, gli oksapmin hanno sviluppato una vasta gamma di modi per contare le cose usando il corpo. Oggi i bambini imparano i numeri in inglese. Cooperrider cita anche le popolazioni indigene dell’Amazzonia, sempre più interessate alla numerazione portoghese.

Un’abitudine molto occidentale è poi orientarsi usando riferimenti come la propria destra e la propria sinistra, mentre spesso le persone delle comunità più remote preferiscono ancora usare i punti cardinali. Ci sono ricerche secondo le quali le abitudini occidentali stanno prendendo piede anche tra popolazioni che usavano sistemi diversi, soprattutto tra quelle influenzate dalla cultura spagnola. In Occidente, poi, la predilezione per l’individualismo è molto diversa da una concezione più collettivista tipicamente asiatica: ma uno studio recente che ha selezionato vari indicatori per misurare il grado di individualismo di un paese ha scoperto che negli ultimi 50 anni questo livello è aumentato nella maggior parte dei 78 paesi presi in considerazione.

Queste trasformazioni hanno diverse conseguenze. Una è che ci sono dei modi di pensare che probabilmente non conosceremo mai: per esempio non abbiamo ancora capito esattamente come funzionano i quipo, un complicato sistema di notazione numerica sviluppato dagli inca: ma non c’è più nessuno che lo sappia spiegare. I processi cognitivi sono fenomeni che lasciano tracce indirette e spesso difficili da decifrare: la loro ricostruzione archeologica, spiega Cooperrider, è quindi più complessa rispetto ad altri fenomeni, se non impossibile.

La progressiva diminuzione della diversità cognitiva poi solleva anche una questione etica, nota Cooperrider: perché è causata da quegli stessi processi che hanno portato fuori dalla povertà centinaia di milioni di persone in tutto il mondo, e che stanno portando l’istruzione e la sanità di base in zone del mondo dove non erano mai arrivate. «Quindi dobbiamo chiederci non solo se sia possibile rallentare la perdita di diversità cognitiva, ma anche se sia opportuno provarci».

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