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  • venerdì 25 gennaio 2019

A tre anni dalla scomparsa di Giulio Regeni

A che punto sono le indagini? E che cosa è cambiato tra Italia ed Egitto?

Manifestazione di Amnesty International per Giulio Regeni, Roma, 13 luglio 2016 (VINCENZO PINTO/AFP/Getty Images)

Sono passati tre anni dal giorno della scomparsa di Giulio Regeni dalla stazione Al Buhuth della metropolitana del Cairo. Era il 25 gennaio del 2016 e Regeni era un ricercatore italiano dell’università di Cambridge; stava lavorando in Egitto a una tesi di dottorato sui sindacati del paese. Il suo corpo, con i segni di innumerevoli torture, venne trovato nove giorni dopo, il 3 febbraio, abbandonato ai lati di una strada. A tre anni di distanza non ci sono stati però i «nuovi e importanti progressi nella cooperazione tra organi investigativi sul caso Regeni» annunciati dal governo Conte poco dopo il suo insediamento. E sia dal punto di vista delle indagini che delle azioni diplomatiche, non ci sono stati sviluppi significativi né sono stati ottenuti risultati concreti nell’individuazione dei responsabili della sparizione, della tortura e dell’uccisione di Giulio Regeni. Oggi in tutta Italia alle 19.41 – l’ora in cui nel 2016 al Cairo Giulio Regeni diede notizie di sé per l’ultima volta – saranno organizzate diverse iniziative (qui una mappa).

Fino a qui
Regeni, che aveva 28 anni, si trovava in Egitto per una ricerca sui sindacati indipendenti dei venditori ambulanti: un tema politico molto delicato, che il ricercatore affrontò adottando un approccio conosciuto come “ricerca partecipata”, che prevede di trascorrere molto tempo con i soggetti della ricerca.

Una data che sembra importante nella ricostruzione di quello che gli successe è l’11 dicembre 2015, quando Regeni partecipò a un incontro pubblico e autorizzato sui sindacati indipendenti. Accaddero due cose: la prima è che Regeni fu impressionato dagli argomenti e dall’energia emersi dalla riunione, e ci scrisse sopra un articolo giornalistico con frasi abbastanza forti; la seconda è che durante l’incontro a un certo punto gli si avvicinò una donna con il velo e lo fotografò. Regeni non era tra gli oratori e l’episodio lo mise in agitazione, raccontarono alcuni amici.

Poi successe un’altra cosa. Nell’autunno del 2015 Regeni aveva ottenuto un finanziamento di 10mila sterline da una fondazione britannica che si occupa di progetti di sviluppo. Era una somma di denaro che Regeni avrebbe potuto usare come sostegno per le ricerche del suo dottorato e come aiuto per le persone che stava studiando. Ne parlò con Mohamed Abdallah, uno dei leader del sindacato indipendente dei venditori di strada, che però si mostrò interessato più ai soldi che al progetto in sé. Il 7 gennaio Abdallah denunciò Regeni alle autorità egiziane. Dopo la morte di Regeni, Abdallah raccontò a un giornale egiziano di averlo fatto per proteggere il suo paese, ma insistette nel dire di non essere una spia. Gli egiziani hanno ammesso di aver indagato Regeni ma sostengono che il caso fu archiviato dopo tre giorni, senza conseguenze.

Il 25 gennaio alle 19.41 Regeni mandò un messaggio alla sua ragazza: «Esco». Fu la sua ultima comunicazione, scritta mentre stava raggiungendo a piedi la fermata della metropolitana più vicina a casa sua. Era uscito per raggiungere la festa di compleanno di un amico, organizzata vicino a piazza Tahrir, la piazza più importante del Cairo. Regeni era stato a casa tutto il giorno, anche perché il 25 gennaio non era una data come le altre: era il quinto anniversario della rivoluzione del 2011, quella che portò alla caduta di Mubarak e alla successiva ascesa dei Fratelli Musulmani. La situazione non era tranquilla, come tutti i 25 gennaio dal 2011 a oggi: nelle ore precedenti la polizia egiziana aveva compiuto migliaia di perquisizioni per bloccare iniziative e proteste contro il governo del presidente Abdel Fattah al Sisi. Il quartiere un po’ periferico dove viveva Regeni, comunque, non ne era stato coinvolto.

Regeni scomparve quella sera nel tragitto da casa sua al posto dove era stata organizzata la festa con gli amici. Su quello che accadde tra la sera del 25 gennaio e il 3 febbraio ci sono solo sospetti.

Le indagini e a che punto siamo
Le indagini condotte dalle autorità egiziane produssero quello che la procura di Roma ha definito una lunga sequenza di tentativi di depistaggio. La procura egiziana disse in un primo momento che Regeni era morto in un incidente stradale. La tesi fu smentita quando venne eseguita l’autopsia in Italia: Regeni era morto per lo spezzamento del collo, dopo essere stato sottoposto a numerose torture. I suoi denti erano stati spezzati, le sue mani fratturate. Gli investigatori italiani arrivati in Egitto furono ostacolati in ogni modo. Non venne permesso loro di interrogare i testimoni, se non in presenza della polizia egiziana e per pochi minuti. La procura di Giza richiese troppo tardi i video delle telecamere che si trovavano vicino al luogo della sparizione: i filmati di quella notte, a quel punto, risultavano essere già stati cancellati.

Ma il caso di despitaggio più clamoroso fu il modo in cui vennero ritrovati i documenti di Regeni. Il 24 marzo il ministro dell’Interno egiziano scrisse su Facebook che il caso era risolto: i colpevoli erano quattro membri di una banda criminale «specializzata nel fingersi agenti di polizia, nel sequestrare cittadini stranieri e rubare loro i soldi». I sequestratori erano stati tutti uccisi in uno scontro a fuoco con la polizia, quindi non poterono fornire la loro versione.

Il governo egiziano diffuse comunque le foto del passaporto di Regeni, della sua carta d’identità italiana, di una carta di credito e del suo tesserino dell’Università di Cambridge, tutto materiale che secondo gli agenti era stato trovato in possesso del gruppo di criminali. La ricostruzione, però, resse appena pochi giorni. Venne fuori che al momento della scomparsa di Regeni il capo della banda criminale si trovava a più di 100 chilometri dal luogo del sequestro. E c’erano altre cose che non tornavano: per esempio le autorità egiziane non seppero spiegare il motivo per cui dei criminali comuni avrebbero dovuto torturare Regeni per una settimana intera prima di ucciderlo.

In risposta all’omicidio e ai depistaggi compiuti dalle autorità egiziane, nell’estate del 2016 il governo Renzi decise di ritirare l’ambasciatore italiano in Egitto, Maurizio Massari. Nell’agosto 2017, dopo circa un anno di assenza e in seguito a una maggiore collaborazione da parte della procura di Giza, il governo Gentiloni nominò un nuovo ambasciatore in Egitto, Giampaolo Cantini. «L’Egitto è un nostro partner ineludibile», dichiarò in quell’occasione il ministro degli Esteri Angelino Alfano.

Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia, ha spiegato oggi sul Manifesto come «dal ripristino di normali relazioni diplomatiche con l’Egitto» sia «iniziato un periodo segnato dall’infittirsi delle visite, cordialità, cortesia e inviti reciproci». E segnato dalla costanza nello sviluppo dei rapporti commerciali tra i due paesi: secondo la Relazione europea sull’export di armamenti, pubblicata lo scorso dicembre, nel 2017 l’Italia ha autorizzato l’esportazione in Egitto di più di 7 milioni di euro in armi mentre le aziende con licenza hanno esportato 17 milioni di euro in forniture militari. «Sia il governo precedente che l’attuale», ha spiegato al Manifesto Giorgio Beretta dell’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere (Opal) di Brescia, «hanno continuato a fornire armi al regime di al Sisi anche dopo l’omicidio di Giulio Regeni (…) L’attuale governo Conte non ha interrotto queste forniture».

Dieci giorni fa il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone ha parlato dell’attuale stato delle indagini, ribadendo che la situazione è sostanzialmente ancora bloccata. All’inizio di dicembre la procura di Roma aveva iscritto nel registro degli indagati cinque persone: ufficiali appartenenti al dipartimento di Sicurezza nazionale (i servizi segreti civili egiziani) e all’ufficio dell’investigazione giudiziaria del Cairo (la polizia investigativa egiziana). Poco prima, però, la procura generale d’Egitto aveva respinto la richiesta fatta sempre dalla procura di Roma di iscrivere sette persone nella lista degli indagati. Poco è cambiato, dunque: l’impegno della procura di Roma è bloccato dalla non collaborazione dell’Egitto, il governo italiano continua a considerare l’Egitto un «partner ineludibile» (come ha detto l’ex ministro degli Esteri Alfano) o un «partner speciale» (come ha detto Luigi Di Maio). E la famiglia di Giulio Regeni, con le varie associazioni per i diritti umani che seguono il caso, chiede ancora verità e giustizia.

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