Adamo ed Eva in un disegno del XVII secolo di Johann Fischen (Hulton Archive/Getty Images)

Cosa vuol dire “esecrare”

Vuol dire condannare e detestare, sdegnare e disprezzare, odiare e maledire, avere in odio o avere orrore come se fosse stato violato un "patto sacro"

di Massimo Arcangeli
Adamo ed Eva in un disegno del XVII secolo di Johann Fischen (Hulton Archive/Getty Images)

Esecrare trae origine dal latino di età tarda exsecrare. Il latino classico conosceva solo la forma exsecrari, appartenente alla categoria grammaticale dei verbi deponenti; questi verbi, pur presentando una forma passiva, avevano un significato attivo. Exsecrare è un derivato dell’aggettivo sacer, che voleva dire “sacro”, “consacrato” o “venerando”, ma anche “empio”, “dannato” o “maledetto”. Nelle Leggi delle XII tavole (Duodecim tabulae – o tabularumleges), il primo corpus scritto di leggi romane giunto sino a noi, redatto da un collegio di decemviri fra il 451 e il 449 a.C., si legge sacer esto (“tu sia maledetto”); nell’epigrafe scolpita sul Lapis niger (“Pietra nera”), il cippo di tufo che si trova nell’omonima area del Foro Romano, scoperto nel 1899 e risalente al VI sec. a.C., la solenne esecrazione è scritta così, in latino arcaico: sakros esed. Con la formula sacer esto si condannava qualcuno alla sacertas (“sacertà”), consacrandolo alle divinità infernali come per consegnarlo a loro: la pena escludeva il condannato dalla vita politica, privandolo dei diritti spettanti ai cittadini (cives) ed esponendolo così al rischio di essere ucciso in qualsiasi momento senza che l’omicida dovesse scontarne le conseguenze.

Dunque, se riteniamo qualcuno responsabile di un atto esecrando (“odioso”, “violento” o “immorale”), è come se il sentimento di orrore misto a condanna provato nei suoi confronti avesse per oggetto il colpevole di un sacrilegio quasi avesse infranto un patto sacro. Si può però esecrare anche una cosa: la guerra o il crimine, la volgarità, il tradimento o il razzismo, un vizio, un’infamia e un’infinità di altre cose. Ciò che è esecrato, esattamente come per il latino sacer, è “dannato” o “maledetto”: «Apronsi l’esecrate orrende porte / stridendo intanto» (vv. 856-857). Sono due versi tratti dal VI canto dell’Eneide nella traduzione di Annibal Caro; nell’originale virgiliano quelle porte esecrate erano proprio sacre: «Tum demum horrisono stridentes cardine sacrae panduntur portae» (vv. 573- 574).

Esprimono il senso di esecrare termini altrettanto ricercati come abominare e aborrire, oppure varie parole o locuzioni di uso comune: condannare e detestare, sdegnare e disprezzare, odiare e maledire, avere in odio o avere orrore. Queste forme verbali non sono però sempre intercambiabili. Non si adattano tutte agli stessi contesti, e non sono identiche neppure per capacità di adattamento: alcune si avvicinano di più al significato di esecrare, altre un po’ meno. Fra i verbi dal significato più prossimo a quello di esecrare c’è abominare, contenente in sé un altro vocabolo religioso: abominare risale infatti al latino arcaico omonimo, un composto di ab e omen (“presagio”, “pronostico”) che significò, alla lettera, respingere qualcosa in quanto annunciatore di sciagure, segnale premonitore di malaugurio. Verbi meno vicini a esecrare sono sdegnare e disprezzare, perché nello sdegno (o nel disdegno) o nel disprezzo è assente il profondo turbamento provato verso cose o persone di cui si ha orrore, per la loro natura intimamente malvagia o perversa, e quasi un religioso timore: disprezziamo qualcuno non perché sia di per sé moralmente orribile, ma perché lo riteniamo indegno della nostra stima o della nostra considerazione.

Altri verbi marcano da esecrare distanze ancora maggiori di sdegnare o disprezzare. Deprecare o deplorare, biasimare o riprovare esprimono, in confronto a esecrare, un più lieve sentimento di condanna.

P.S. Se c’è qualche parola poco usata che vi piacerebbe trattassi in questa rubrica, fra le tante dell’italiano a rischio d’estinzione, segnalatemela e vi accontenterò volentieri. E magari aggiungete alla vostra proposta un commento o una bella citazione.

Nella primavera del 2017, alla vigilia del Festival “Parole in cammino”, il suo direttore Massimo Arcangeli – linguista e critico letterario – raccontò pubblicamente le difficoltà che hanno i suoi studenti dell’università di Cagliari con molte parole della lingua italiana appena un po’ più rare ed elaborate, riflettendo su come queste difficoltà si estendano oggi a molti, in un impoverimento generale della capacità di uso della lingua. Il Post propose ad Arcangeli di prendere quella lista di parole usata nei suoi corsi, e spiegarne in breve il significato e più estesamente la storia e le implicazioni.