La lettera di Tiziano Renzi pubblicata dalla Nazione

Il padre dell'ex presidente del Consiglio ha annunciato con un avviso a pagamento che vende la sua società: «Mi arrendo»

Il padre di Matteo Renzi, Tiziano, passeggia vicino alla Galleria Colonna a Roma 23 dicembre 2014 (ANSA/GIUSEPPE LAMI)

Tiziano Renzi, padre dell’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi, ha annunciato martedì con un avviso a pagamento pubblicato dal quotidiano fiorentino La Nazione di aver messo in vendita la sua società e di essersi ritirato dagli affari.

Mi chiamo Tiziano Renzi, ho 67 anni e una meravigliosa famiglia con dieci splendidi nipotini. Oggi dico basta. E annuncio che vado in pensione, lascio ogni incarico, metto in vendita la mia società. Mi arrendo.

Renzi è stato coinvolto in diverse vicende giudiziarie, tra cui la più grave è l’inchiesta CONSIP per la quale proprio questa settimana la procura di Roma ha chiesto la sua archiviazione. Renzi era accusato di favoreggiamento e traffico di influenze perché, secondo i magistrati di Napoli che avevano iniziato l’indagine oltre due anni fa, aveva usato le sue conoscenze per fare pressioni su alcuni pubblici funzionari affinché concedessero indebiti favori ad alcuni imprenditori.

Le prove dell’accusa, però, si sono rivelate insufficienti e, anche se i magistrati di Roma hanno criticato la ricostruzione dei fatti offerta da Renzi, hanno deciso di chiedere comunque l’archiviazione della sua posizione. Nel corso delle indagini, la procura di Roma ha anche scoperto che alcuni carabinieri che avevano lavorato alla prima fase delle indagini avevano alterato verbali e altri documenti proprio allo scopo di incastrare Renzi e dare così un maggior profilo politico all’indagine.

Nel suo avviso pubblicato su La Nazione, Renzi scrive che nonostante sembri che l’inchiesta si risolverà in suo favore, l’attenzione che gli ha procurato gli ha reso impossibile proseguire il suo lavoro di imprenditore (Renzi non specifica di che attività si tratta, ma dovrebbe essere una piccola società di consegne e distribuzione). Diversi clienti, scrive, hanno preferito rescindere i loro contratti a causa del suo coinvolgimento in questioni giudiziarie e per questa ragione ha deciso di vendere la società, così da evitare conseguenze per i dipendenti e per gli altri soci.

Fino a quattro anni fa non ho avuto nessun problema con lo Stato italiano. Al massimo ho pagato qualche multa per eccesso di velocità, nient’altro. Dal 2014 la mia vita è cambiata. Ho conosciuto il dolore di chi viene accusato, sa di essere innocente, eppure è su tutte le prime pagine. Mi sono sentito stritolato dagli sguardi, dai commenti, dall’odio. È un’esperienza che non riesco a spiegare ma che non auguro a nessuno di vivere.
Ho sempre viaggiato molto ma confesso che avevo paura di fermarmi persino agli autogrill perché mi sentivo addosso lo sguardo polemico di persone che mi giudicavano colpevole senza aver mai letto una carta. Senza sapere nulla.

È iniziata una odissea di avvisi di garanzia, indagini, inchieste. La mia vita è stata passata da mesi ai raggiX, con il controllo di qualsiasi documento: persino presunte inesattezze formali ipotesi di reato. Ho sempre ribadito la mia totale fiducia nella magistratura italiana: l’indipendenza dei giudici mi rassicura e mi conforta. Perché la verità prima o poi emerge.

Per adesso sto collezionando archiviazioni delle indagini contro di me e condanne in sede civile per chi mi ha diffamato, come accaduto recentemente anche con il direttore del Fatto Quotidiano.
Ma serviranno ancora molti anni sia per i processi contro di me, sia per le azioni civili che ho intentato e sto intentando contro chiunque abbia leso il mio onore.

Purtroppo i tempi del business sono diversi dai tempi della giustizia. E io non posso più continuare a lavorare: la mia azienda è stata accusata ingiustamente di tutto e ha perso clienti molto importanti, che se ne sono andati dopo le anticipazioni dei giornali. Non hanno aspettato l’archiviazione, loro. Sono paradossalmente diventato il tallone di Achille della mia squadra: per colpa mia, i clienti se ne vanno. Vivo questa condizione con un misto di ingiustizia e rabbia che mi fa male. Per garantire il posto di lavoro ai collaboratori, tuttavia, ho deciso di farmi da parte e ho dato incarico a un team di professionisti di vendere la società da qui alla fine dell’anno.

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