Una grande statua di Buddha a Phuket, in Thailandia, l'11 ottobre 2018 (JEWEL SAMAD/AFP/Getty Images)

Perché il buddhismo ha ragione

Un libro americano ha provato a spiegarlo a profani e razionalisti e ha ottenuto grande attenzioni: ora è uscito in Italia

Una grande statua di Buddha a Phuket, in Thailandia, l'11 ottobre 2018 (JEWEL SAMAD/AFP/Getty Images)

Perché il buddhismo fa bene è un libro sulla meditazione uscito l’anno passato negli Stati Uniti che aveva ottenuto recensioni e commenti su quasi tutte le testate giornalistiche più illustri, distinguendosi molto dai manuali spirituali con simili titoli che affollano certi scaffali nelle librerie: commenti sul New York Times (ben due diversi), sul Guardian, sul Wall Street Journal, su Vox e molti altri, un lungo articolo sul New Yorker in parte critico (tradotto parzialmente qui). Adesso il libro è stato pubblicato in Italia dall’editore Vallardi.

La spiegazione di tanta attenzione sta nelle due parole contenute nel sottotitolo originale – “scienza e filosofia” – e nella formazione dell’autore: Robert Wright è uno stimato giornalista e saggista che si è occupato molto di scienza e psicologia, è stato finalista al premio Pulitzer, ha avuto i suoi libri segnalati nelle liste dei migliori dell’anno in più occasioni. E tiene un corso a Princeton sulle relazioni tra la scienza cognitiva e il buddhismo, appunto (lo stesso New York Times lo ha invitato dopo l’uscita del libro a scrivere un articolo intitolato “Il buddhismo è più occidentale di quanto crediate”, in cui risponde ai dubbi del New Yorker).

Il libro di Wright è destinato – con una grande capacità di immedesimazione dell’autore nei suoi lettori – ai profani della meditazione che ne sono curiosi ma sospettano sia una cosa poco razionale: e fa un ottimo lavoro per collocarla dentro studi scientifici sui comportamenti della mente e delle emozioni, e dentro la storia biologica dell’evoluzione e dei principi di conservazione della specie. In più di un’occasione dice al lettore cose come “questa cosa la diceva il Buddha, ed effettivamente suona strana, ma per ora fregatevene: fate conto che stiamo parlando del quarto bombolone alla crema che vorreste mangiare”, o “avete presente quando odiate qualcuno e vorreste gli capitasse qualcosa di male? Succede anche a me”, e condivide con i lettori anche le sue difficoltà e fallimenti con lo sforzo della meditazione, tuttora. Questo è il primo capitolo.

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Non vorrei far apparire più drammatica del dovuto la condizione umana, ma avete presente il film Matrix? 
Parla di un ragazzo chiamato Neo (interpretato da Keanu Reeves) che scopre di aver sempre abitato in un mondo immaginario. La vita che credeva di avere vissuto era solo un’elaborata allucinazione. Intanto che lui sogna, il suo corpo fisico si trova avvolto in un baccello appiccicoso grande quanto una bara, accanto ad altri baccelli, file e file di baccelli, ciascuno contenente un essere umano che dorme e sogna. Tutti questi individui sono stati calati nei baccelli da alcuni robot, che li dominano e li tengono tranquilli facendo loro sognare vite immaginarie.

La scelta che Neo si trova a fare – se continuare a vivere un’illusione o svegliarsi e affrontare la realtà – sta tutta nella famosa scena della «pillola rossa». Neo è stato contattato da alcuni ribelli che sono entrati nel suo sogno (o, per essere più precisi, i cui avatar sono entrati nel suo sogno). Il loro capo, Morpheus (interpretato da Laurence Fishburne), spiega a Neo la situazione: «Sei uno schiavo, Neo. Come tutti quanti, sei nato in catene, in una prigione che non puoi toccare né vedere. Una prigione per la mente». La prigione si chiama Matrix, ma nessuno è in grado di descriverla agli altri. L’unico modo è «scoprire da sé di cosa si tratta». Morpheus offre a Neo due pillole, una rossa e una blu. Se Neo prende quella blu, tornerà al suo mondo dei sogni, se prende quella rossa squarcerà il velo delle illusioni. Neo sceglie la pillola rossa.
 Si tratta di una scelta radicale: una vita di illusione e schiavitù contro una di illuminazione e libertà. Si tratta di una decisione tanto drammatica da apparire adatta a un film hollywoodiano, mentre le scelte poste dalla vita quotidiana di solito sono più banali, meno radicali. Eppure, quando il film è uscito, molte persone vi hanno intravisto un riflesso delle proprie scelte personali.

Alludo in particolare a quelli che si potrebbero definire i buddhisti occidentali, statunitensi o persone di altri Paesi, che non sono nati buddhisti ma che lo sono diventati a un certo punto della propria vita. Questi individui hanno adottato una versione del buddhismo epurata da alcuni degli elementi soprannaturali che sono presenti, invece, nel buddhismo orientale, come la fede nella reincarnazione e in varie divinità. Questo buddhismo occidentale è fondato su parte della pratica buddhista che in Asia è comune a monaci e laici: la meditazione e l’immersione nella filosofia. (Due delle idee più diffuse tra gli occidentali a proposito del buddhismo – che sia basato su una visione ateistica e sulla meditazione – sono errate: quasi tutti i buddhisti orientali credono nelle divinità, sebbene queste non somiglino al Dio cristiano, onnipotente creatore del mondo, e non meditano.)

I buddhisti occidentali avevano capito ancora prima di vedere Matrix che il mondo da loro conosciuto era una sorta di illusione: non un’allucinazione vera e propria, ma una versione deformata della realtà che, a sua volta, deformava il loro approccio alla vita, con conseguenze negative per loro e per le persone che li circondavano. Grazie alla meditazione e alla filosofia buddhista, invece, avevano l’impressione di vedere le cose con più chiarezza. Matrix sembrava un’allegoria perfetta per il cambio di prospettiva che avevano attraversato, e divenne ai loro occhi un «film dharma». La parola dharma ha diversi significati, che comprendono gli insegnamenti del Buddha e il percorso che i buddhisti dovrebbero seguire per metterli in atto. Dopo Matrix, invece di «seguo il dharma», si cominciò a dire: «Ho preso la pillola rossa».

Ho visto Matrix nel 1999, quando è uscito al cinema, e alcuni mesi dopo ho scoperto di avere un legame con esso. I registi del film, i fratelli Wachowski, avevano dato a Keanu Reeves tre libri da leggere per prepararsi a interpretare il ruolo di Neo. Uno di essi era un libro che avevo scritto alcuni anni prima, The Moral Animal: Evolutionary Psychology and Everyday Life (L’animale morale: psicologia evoluzionistica e vita quotidiana). Non so esattamente che nesso avessero visto i registi tra il mio libro e Matrix. Ma so che collegamento ci trovo io. La psicologia evoluzionistica può essere descritta in vari modi, e io nel mio libro l’avevo definita così: lo studio del modo in cui il cervello umano è stato programmato – dalla selezione naturale – per ingannarci, o addirittura per renderci schiavi. Non fraintendetemi: la selezione naturale ha alcuni pregi, e preferisco essere stato plasmato da essa piuttosto che non esistere per nulla, essendo queste le due uniche opzioni che, a quanto ne so, l’universo mette oggi a disposizione. Essere un prodotto dell’evoluzione non si riduce esclusivamente a schiavitù e illusione. Il cervello evoluto ci conferisce diversi mezzi per acquisire una visione pressoché fedele della realtà.

Tuttavia, la selezione naturale mira a un unico scopo (dovrei mettere tra virgolette «mira» perché si tratta di un processo cieco, non dell’azione di una mente consapevole): trasmettere dei geni alla generazione successiva. I tratti che in passato hanno contribuito alla proliferazione dei geni tendono ad affermarsi e prosperano, mentre gli altri tendono a scomparire. E tra le qualità che sono sopravvissute a questa prova vi sono anche quelle mentali, cioè strutture e algoritmi integrati nel cervello che influenzano la nostra esperienza quotidiana. Se vi chiedete: «Che tipo di percezioni, idee ed emozioni ci guidano ogni giorno?», la risposta non è «le percezioni, idee ed emozioni che ci forniscono un’immagine accurata della realtà». Al livello più autentico la risposta è: «Le percezioni, idee ed emozioni che hanno aiutato i nostri antenati a trasmettere il patrimonio genetico alla generazione successiva». Che quelle percezioni, idee ed emozioni ci forniscano un’immagine veritiera della realtà non è scontato. E infatti, a volte non è così. Il cervello talvolta è progettato per illuderci.

Non c’è nulla di male in questo. Alcuni dei miei momenti più felici sono frutto di chimere: credere, per esempio, che il topolino mi facesse visita quando perdevo un dente. Altre volte, invece, l’illusione può creare situazioni orribili. Non parlo solo di vissuti che, a posteriori, attribuiamo facilmente alla fantasia, come degli incubi spaventosi, ma anche di situazioni in cui è più difficile prendere atto di una deformazione della realtà, come quando, di notte, restate svegli per colpa dell’ansia. O quando attraversate periodi di disperazione, o di depressione. O quando provate accessi di rabbia verso qualcuno, che sul momento vi fanno sentire bene ma che piano piano vi corrodono dall’interno. O quando avete desideri irrefrenabili, come il bisogno irresistibile di comprare, mangiare o bere oltre il ragionevole.
Anche se queste sensazioni – ansia, disperazione, odio, avidità – non sono frutto della vostra immaginazione tanto quanto un incubo, se le esaminate da vicino vedrete che implicano qualche elemento ingannevole, senza il quale vivreste meglio.

E se voi stareste meglio senza, immaginate quanto starebbe meglio il mondo intero. Dopotutto, disperazione, odio e avidità producono guerra e altre atrocità. Se ciò che dico risponde al vero – se queste fonti di sofferenza e crudeltà umana sono in gran parte il prodotto di un’illusione – è opportuno smascherarle.

È logico, no? Esiste però un problema che ho cominciato a capire poco dopo aver scritto il mio libro sulla psicologia evoluzionistica: l’utilità dello smascherare un’illusione, sbandierandola alla luce del giorno, dipende dal tipo di luce. A volte capire la sorgente più pura della vostra sofferenza non è di grande aiuto.

Un’illusione quotidiana

Prendiamo un esempio semplice ma significativo: mangiare il cosiddetto cibo spazzatura, capace al momento di gratificare e di saziare, e poi, dopo pochi minuti, subire un calo di energia e aver voglia di mangiarne ancora. È un buon esempio con cui cominciare per due ragioni.

Primo, illustra il comportamento furtivo e discreto delle nostre illusioni. Mentre mangiamo una confezione di mini ciambelle coperte di zucchero a velo, non arriviamo certo a pensare di essere il Messia o che degli agenti stranieri stiano cospirando per assassinarci. Questo è vero per molti degli esempi di cui parleremo nel corso del libro: si tratta di illusioni – lievi scostamenti dalla realtà – più che di veri e propri miraggi o allucinazioni nel senso più drammatico del termine. Spero però che, giunti al termine del volume, vi sarete convinti che tutte queste illusioni, sommate, producono una deformazione della realtà su larga scala, un disorientamento che alla fine assume lo stesso peso e le stesse implicazioni di una vera e propria visione totalizzante.

Il secondo motivo per cui il cibo spazzatura è un buon esempio è la sua centralità negli insegnamenti del Buddha. Evidentemente non sto parlando in senso letterale, perché duemilacinquecento anni fa, quando il Buddha insegnava, il junk food come lo intendiamo oggi non esisteva. Nei suoi insegnamenti è però fondamentale l’analisi della dinamica generale per cui veniamo attirati in modo irresistibile dal piacere dei sensi, che si rivela, nel migliore dei casi, transitorio. Uno dei suoi messaggi fondamentali era che i piaceri che perseguiamo svaniscono in fretta e ci lasciano con nuovi desideri insoddisfatti. Passiamo il tempo a cercare fonti di gratificazione – ciambelle coperte di zucchero a velo, incontri sessuali, promozioni prestigiose, acquisti online. Ma il brivido si dissipa in fretta, e dietro di sé lascia il vuoto. La vecchia canzone dei Rolling Stones, I can’t get no satisfaction, riassume l’idea buddhista della condizione umana. Anche se il Buddha è famoso per avere affermato che la vita è pervasa dalla sofferenza, alcuni studiosi sostengono che si tratti di un’interpretazione incompleta del suo messaggio, e che la parola tradotta come «sofferenza», dukkha, potrebbe in certi casi essere intesa come «insoddisfazione».
In cosa consiste, esattamente, l’illusorietà dell’inseguire ciambelle, sesso, beni di consumo o una promozione? Esistono illusioni diverse associate ad aspirazioni diverse, ma per ora possiamo concentrarci su un’illusione comune a tutti questi elementi: la sopravvalutazione della gioia che ci daranno. Ancora una volta, l’aspetto illusorio di questi traguardi è subdolo. Se vi chiedessi se pensate che la promozione sul lavoro, oppure un bel voto nel prossimo esame, o un’altra ciambella, siano soddisfazioni in grado di regalarvi la felicità eterna, evidentemente direste di no. Però tutti noi cerchiamo ugualmente di raggiungere questi obiettivi e, così facendo, coltiviamo una visione quantomeno sbilanciata del futuro. Trascorriamo più tempo a immaginare i vantaggi che una certa promozione ci darà che a prevedere i grattacapi che ci procurerà. E potremmo avere l’impressione, peraltro inespressa, che una volta che avremo raggiunto questo traguardo tanto anelato, una volta che saremo giunti in cima, potremo rilassarci, o perlomeno che le cose per un bel po’ andranno meglio. Analogamente, quando vediamo la ciambella, ci concentriamo immediatamente sulla sua bontà e non sul fatto che, una volta mangiata la prima, ne vorremo sicuramente un’altra, o sulla stanchezza e la nevrosi che proveremo quando la botta di zucchero sarà svanita dal nostro organismo.

Perché il piacere passa

Non serve certo un genio per spiegare perché questo genere di distorsione sia parte organica del sistema di attese che l’uomo si crea. Basta uno studioso di biologia evolutiva, o chiunque sia disposto a dedicare un po’ di tempo a una riflessione sul funzionamento dell’evoluzione.
Il meccanismo è questo. Siamo stati «programmati» dalla selezione naturale per compiere quelle azioni che hanno permesso ai nostri antenati di trasmettere i loro geni alla generazione successiva, come mangiare, fare sesso, guadagnarsi la stima degli altri, sconfiggere i rivali. Ho messo «programmati» tra virgolette perché, ancora una volta, la selezione naturale non è un’entità consapevole e intelligente, ma un processo inconscio. La selezione naturale, però, crea organismi che sembrano prodotti da un creatore consapevole, che continua a modificarli per renderli sempre più efficaci nel trasmettere il patrimonio genetico ai loro discendenti. Immaginiamo per un attimo che sia davvero così. Provate allora a mettervi nei panni di questo «creatore» e chiedetevi: se doveste creare organismi capaci di trasmettere i loro geni, come fareste a spingerli a compiere quelle attività finalizzate a questo obiettivo? In altri termini, dato che mangiare, fare sesso, lasciare il segno sui propri simili e superare i rivali aiutava i nostri antenati a diffondere i loro geni, come programmereste il loro cervello per indurli a svolgere queste attività? Vi presento tre princìpi fondamentali che mi sembrano irrinunciabili e logici.

  1. Conseguire questi obiettivi dovrebbe essere fonte di piacere, perché gli animali, uomini inclusi, tendono a mettere in pratica ciò che è gradevole.
  2. Il piacere non dovrebbe durare per sempre, altrimenti non lo cercheremmo più; il nostro primo pasto sarebbe anche l’ultimo, se non provassimo più lo stimolo della fame. Lo stesso varrebbe per il sesso: un unico atto sessuale, per poi pascerci nei postumi dell’orgasmo per tutto il resto della nostra vita. Non sarebbe l’ideale per trasmettere i geni alla generazione successiva!
  3. Il cervello dell’animale dovrebbe pensare di più
(1) al piacere che accompagna una certa attività invece che (2) al fatto che duri poco. Dopotutto, se pensate soprattutto a (1), continuerete a cercare cibo, sesso e prestigio con immutato entusiasmo, mentre se pensate a (2) potreste cominciare a provare sentimenti contrastanti. Per esempio, potreste cominciare a chiedervi a cosa serva inseguire con tanta insistenza il piacere se questo svanisce poco dopo averlo afferrato, lasciandovi con la voglia di ricominciare. Vi ritrovereste sprofondati nella noia e rimpiangereste di non avere studiato filosofia all’università.

Se combinate questi tre princìpi, ottenete una spiegazione plausibile della difficile situazione umana secondo il Buddha. Anche secondo lui il piacere è fugace, e ci lascia regolarmente insoddisfatti. La selezione naturale ha progettato il piacere in modo che finisca in fretta, lasciandoci un senso di insoddisfazione che ci spinge a cercare altre fonti di piacere. La selezione naturale non «vuole» esseri felici, a pensarci bene; «vuole» esseri produttivi, in senso stretto. Per renderci produttivi fa sì che il lasso di tempo durante il quale pregustiamo il piacere sia intenso, ma che il piacere stesso sia breve.

Gli scienziati osservano il fenomeno a livello biochimico studiando il comportamento della dopamina, un neurotrasmettitore correlato al piacere e all’attesa del piacere. In uno studio fondamentale sulle scimmie,1 hanno osservato i neuroni che generavano la dopamina mentre gocce di succo dolce venivano fatte cadere sulla lingua degli animali. Prevedibilmente, la dopamina veniva rilasciata subito dopo che il succo entrava in contatto con la lingua. Dopodiché le scimmie furono addestrate ad aspettarsi la somministrazione delle gocce dopo l’accensione di una luce. Nel corso dell’esperimento, una dose sempre maggiore di dopamina era prodotta quando la luce veniva accesa, e sempre meno dopo che il succo toccava la lingua.

Non siamo in grado di capire fino in fondo quello che le scimmie provavano, ma apparentemente, con il passare del tempo, il piacere prodotto dall’attesa della dolcezza era maggiore del piacere prodotto dalla dolcezza stessa.2 Per tradurre questa ipotesi in termini maggiormente comprensibili dall’uomo: se scoprite un tipo di piacere fino a quel momento sconosciuto – per esempio, se non avete mai mangiato una ciambella ricoperta di zucchero a velo e qualcuno ve ne dà una suggerendovi di assaggiarla –, dopo averlo tastato con mano sperimenterete una scarica di adrenalina più intensa del solito. Più tardi, quando ormai sarete diventati esperti conoscitori di ciambelle, il picco di dopamina si verificherà in voi prima ancora di dare un morso alla ciambella, mentre la guardate con desiderio; la quantità di dopamina che si svilupperà dopo il morso sarà invece molto ridotta rispetto a quella che si era generata dopo quel delizioso primo morso. La produzione di dopamina prima del morso è la promessa di un piacere futuro, e il calo di dopamina dopo il morso è, in un certo senso, una promessa non mantenuta; o meglio, l’ammissione biochimica del fatto che la promessa era eccessiva rispetto a quanto si è verificato. Nella misura in cui avete creduto alla promessa – vi siete aspettati un piacere maggiore di quello che il consumo stesso vi ha poi realmente procurato – siete stati, se non ingannati, se non altro fuorviati.

È crudele, in un certo senso, ma cos’altro vi aspettate dalla selezione naturale? Il suo compito è costruire macchine che diffondono geni, e se questo significa prevedere una certa dose di illusione nelle macchine, che illusione sia, allora.

Illuminazioni inutili

Ecco come la scienza può far luce su un’illusione. Chiamiamola «luce darwiniana». Osservando le cose dal punto di vista della selezione naturale, cerchiamo di capire perché quest’illusione è stata programmata dentro di noi, e vediamola per quello che è. Ma – e questo è il motivo principale della mia piccola digressione – questa scoperta ha poco valore se il vostro obiettivo è quello di liberarvi dall’illusione. Non mi credete? Provate a fare questo semplice esperimento: (1) riflettete sul fatto che il nostro amore per le ciambelle e per altri dolci è una forma di illusione; che questa golosità promette implicitamente un piacere più prolungato rispetto a quello che effettivamente proviamo se cediamo alla tentazione, rendendoci ciechi alla delusione che ne risulterebbe. (2) Mentre riflettete su questo fatto, tenete una ciambella coperta di zucchero a velo a pochi centimetri dal viso. Vi sembra che il desiderio di mangiarla scompaia magicamente? No di certo, se siete come me. Ecco cosa ho scoperto dopo essermi immerso nella psicologia evoluzionistica: conoscere la verità sulla vostra situazione, almeno nell’interpretazione che ne dà la psicologia evoluzionistica, non necessariamente vi migliora la vita. Anzi, la può anche peggiorare. Siete ancora bloccati nel naturale ciclo umano della ricerca, tutto sommato inutile, del piacere – quello che gli psicologi definiscono talvolta «tapis roulant edonico» – ma adesso avete nuovi motivi per vederne l’assurdità. In altre parole, ora riconoscete che si tratta di un tapis roulant, un attrezzo creato apposta per farvi correre, senza farvi arrivare da nessuna parte. Eppure continuate a correre!

E le ciambelle ricoperte di zucchero a velo sono solo la punta dell’iceberg. La verità è che non è poi tanto sgradevole scoprire la logica darwiniana nascosta dietro la vostra mancanza di autodisciplina alimentare. Anzi, potreste usarla come un ottimo pretesto: è difficile lottare contro Madre Natura, no? Ma la psicologia evoluzionistica mi ha anche reso più consapevole di come l’illusione influenzi altri tipi di comportamento, per esempio il modo in cui tratto gli altri e me stesso. Ma qui, l’autoconsapevolezza darwiniana ha ben poco di piacevole.

Yongey Mingyur Rinpoche, insegnante di meditazione secondo la tradizione buddhista tibetana, ha detto: «In ultima analisi, la felicità sta nello scegliere tra il fastidio del prendere atto delle vostre sofferenze mentali e il fastidio dell’essere dominati da esse». Intendeva dire che se volete liberarvi delle parti della mente che vi impediscono di raggiungere la felicità autentica, dovete iniziare a prenderne coscienza, il che può essere sgradevole.
Benissimo, allora; può essere una forma di presa di coscienza che vale la pena perseguire, perché conduce a una gioia profonda. Ma la consapevolezza che mi dava la psicologia evoluzionistica, invece, comportava solo svantaggi: il dolore della conoscenza senza la felicità profonda al traguardo. Avevo sia il fastidio del prendere atto delle mie sofferenze mentali, sia il fastidio dell’essere dominato da esse.

Gesù ha detto: «Sono il cammino, la verità e la vita». Ebbene, con la psicologia evoluzionistica avevo l’impressione di avere trovato la verità. Certo, però, non avevo trovato il cammino. E così mettevo in dubbio un’altra delle frasi dette dal Messia: che la verità rende liberi. Ritenevo di avere individuato l’aspetto più autentico della natura umana, e vedevo più lucidamente che mai che le diverse illusioni mi imprigionavano, ma questa verità non mi dava diritto a «uscire gratis di prigione».

Esiste allora un’altra versione della verità in grado di rendermi libero? No, non credo. O almeno, non penso che esista un’alternativa alla verità presentata dalla scienza; la selezione naturale, che ci piaccia o no, è il processo che ci ha creati. Alcuni anni dopo avere scritto The Moral Animal, però, cominciai a chiedermi se esistesse un modo per operazionalizzare la verità; per dare alla verità concreta e scientifica relativa alla natura e alla condizione dell’uomo una forma che non si limitasse a identificare e spiegare le illusioni delle quali siamo vittima, ma che fosse anche in grado di liberarci da esse. E iniziai a intravedere una possibile soluzione nel buddhismo occidentale, del quale iniziavo allora a sentir parlare. Forse molti insegnamenti del Buddha dicevano essenzialmente la stessa cosa della psicologia moderna. E forse la meditazione era semplicemente un modo diverso per avvicinarsi a quelle stesse verità, proponendo per di più una via di uscita.

Fu così che nell’agosto del 2003 mi recai in una zona rurale del Massachusetts per il mio primo ritiro di meditazione silenziosa: una settimana intera consacrata alla meditazione, alla larga da distrazioni quali mail, notizie dal mondo esterno e comunicazione con altri esseri umani.

La verità sulla mindfulness

Forse avete dei dubbi sul fatto che un ritiro del genere fosse in grado di produrre risultati evidenti o profondi. Esso seguiva la tradizione della meditazione di consapevolezza, che stava cominciando a diffondersi nei paesi occidentali e che è diventata oggi una pratica di moda. Nella sua accezione più comune, la mindfulness – che la meditazione di consapevolezza si propone di coltivare – non ha nulla di particolarmente profondo o esotico. Vivere all’insegna della mindfulness significa prestare attenzione al qui e ora, sperimentarlo in modo chiaro e diretto, privo di interferenze mentali. Fermatevi ad annusare le rose, in altre parole. Eccone una descrizione accurata, che però rimane a livello di superficie. La «mindfulness» come è intesa dalla cultura popolare è solo l’inizio della mindfulness vera e propria.

Ed è un inizio che può trarre in inganno, oltretutto. Se iniziate a leggere gli scritti buddhisti antichi, non troverete molte esortazioni a fermarvi ad annusare le rose, e questo vale anche per gli scritti che contengono la parola sati, che viene tradotta proprio come «mindfulness». A volte, anzi, questi testi sembrano convogliare un messaggio molto diverso. L’antico scritto buddhista conosciuto come il grande sermone sulla Pratica della consapevolezza – potremmo considerarlo un po’ come la Bibbia della mindfulness – ci ricorda che il nostro corpo è «composto di varie sostanze impure» e ci invita a meditare su alcune di queste, come «feci, bile, catarro, pus, sangue, sudore, grasso, lacrime, sebo, saliva, muco, sinovia, urina». Ci esorta anche a immaginare il nostro cadavere «uno, due, o tre giorni dopo la morte, gonfio, livido, putrefatto».

Non conosco libri di successo sulla meditazione di mindfulness intitolati Fermatevi e annusate le feci. E non ho mai sentito un insegnante di meditazione suggerire di meditare sulla bile, il catarro, il pus, o sul mio futuro cadavere in putrefazione. Quella che oggi viene presentata come un’antica tradizione meditativa è una versione accuratamente rivista, selezionata e rimaneggiata.

Non per questo c’è da scandalizzarsi. Non c’è nulla di male se gli interpreti moderni del buddhismo sono selettivi – e talvolta creativi – nel loro modo di presentarlo. Ogni tradizione spirituale evolve, adattandosi a luoghi e tempi diversi, e gli insegnamenti buddhisti che trovano oggi un pubblico negli Stati Uniti e in Europa sono un prodotto di questa evoluzione.

L’importante, per quel che ci riguarda, è che quest’evoluzione – l’evoluzione che ha prodotto una versione inconfondibilmente occidentale e contemporanea del buddhismo – non abbia interrotto il legame tra la pratica attuale e il pensiero antico. La meditazione di consapevolezza moderna non è esattamente uguale alla meditazione di consapevolezza antica, ma le due condividono una base filosofica comune. E se seguite fino in fondo la logica che costituisce il fondamento di entrambe, farete una scoperta stupefacente: viviamo, metaforicamente parlando, nella Matrice. Per quanto la meditazione di consapevolezza possa talvolta sembrare terra terra, è una pratica che, se eseguita rigorosamente, può mostrare ciò che nelle parole di Morpheus è rivelato dalla pillola rossa: «quanto è profonda la tana del coniglio».

In quel primo ritiro di meditazione ebbi alcune esperienze sconvolgenti, che mi indussero a cercare di scoprire quanto fosse profonda la tana del coniglio. Lessi allora altri testi di filosofia buddhista, parlai con esperti di buddhismo e partecipai ad altri ritiri, oltre a praticare la meditazione ogni giorno.

Tutto questo mi chiarì meglio perché Matrix era considerato un «film dharma». Anche se la psicologia evoluzionistica mi aveva già convinto del fatto che gli uomini vivono immersi nell’illusione, il buddhismo, apparentemente, dipingeva un quadro ancora più sconvolgente. Secondo la prospettiva buddhista, il miraggio toccava le percezioni e i pensieri quotidiani in modi più insinuanti e pervasivi di quanto potessi credere. E in modi che avevano una loro logica perversa. In altre parole, questa forma di distorsione della realtà poteva essere spiegata come il prodotto naturale di un cervello che era stato programmato dalla selezione naturale. Più mi soffermavo sul buddhismo, più mi sembrava radicale, ma più lo esaminavo alla luce della psicologia moderna più mi pareva plausibile. La Matrice reale attorno a noi assomigliava sempre più a quella del film; forse non era altrettanto spettacolare, ma era ugualmente ingannevole e opprimente, e l’umanità doveva assolutamente trovare il modo di sfuggirle al più presto.

Feci però anche una scoperta positiva: se volete scappare dalla Matrice, la pratica e la filosofia buddhista offrono grandi speranze. E il buddhismo non è solo in questa impresa. Vi sono altre tradizioni spirituali che cercano di aiutare l’umanità con saggezza e discernimento. Ma la meditazione buddhista, assieme alla filosofia sulla quale si basa, cerca di risolvere la condizione umana in modo estremamente diretto e globale. Il buddhismo offre una diagnosi esplicita e una cura al problema. La cura, quando funziona, porta non solo felicità ma anche chiarezza di vedute: la possibilità di distinguere la realtà com’è veramente, o almeno in modo più autentico di quanto non siamo abituati a fare.

Alcune persone che negli anni recenti si sono avvicinate alla meditazione l’hanno fatto per ragioni essenzialmente terapeutiche e praticano questa disciplina per ridurre lo stress o per risolvere alcuni problemi personali. Forse non sanno neppure che può essere un’attività profondamente spirituale, in grado di trasformare la loro visione del mondo. Si trovano, senza saperlo, sul punto di attuare una scelta fondamentale, una scelta che solo loro possono compiere. Come dice Morpheus a Neo: «Posso indicarti la soglia, ma sei tu quello che la deve varcare». Questo libro intende mostrare ai lettori la porta, suggerire loro cosa si trova oltre la soglia, e spiegare, da un punto di vista scientifico, perché quello che c’è dietro l’uscio è più reale del mondo che conoscono.

Copyright © 2018 Antonio Vallardi Editore, Milano
Titolo originale: Why Buddhism is True. The Science and Philosophy
of Meditation and Enlightenment
Copyright © 2017 by Robert Wright

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