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  • giovedì 13 settembre 2018

Il Giappone proprio non vuole rinunciare a cacciare le balene

Nonostante la carne non si venda molto, e la caccia vada "mascherata" con la ricerca scientifica: ora vogliono pure cambiare le regole internazionali

Una balenottera comune scaricata al porto di Kushiro, in Giappone. (Kyodo)

Nella città brasiliana di Florianópolis si sta svolgendo la riunione annuale della International Whaling Commission (IWC), l’organizzazione internazionale che si occupa di regolare la caccia alle balene nel mondo, e il Giappone sta provando a ottenere il permesso di riprendere la caccia commerciale alle balene, vietata dal 1986 a tutti i paesi membri della commissione. O meglio, quasi tutti: nonostante possa sembrare una cosa ottocentesca, la caccia alle balene viene ancora praticata in alcuni posti del mondo, spesso mascherata da ricerca scientifica.

Il Giappone è uno di questi paesi: nonostante da anni sia contestato da organizzazioni ambientaliste e istituzioni internazionali, ha sfruttato nel tempo diversi cavilli e vuoti legislativi per continuare a pescare i cetacei, soprattutto spacciando le proprie battute di pesca come ricerche scientifiche. Ora vorrebbe riformare l’IWC, un organo che inizialmente era stato fondato dai paesi che cacciavano le balene per autoregolarsi, ma che nel tempo è diventato un’altra cosa. È difficile che il Giappone riesca nel suo tentativo di trasformare l’IWC, per fortuna delle balene, ma questo non vuol dire che smetterà di cacciare cetacei sfuggendo alle sanzioni internazionali come ha fatto negli ultimi trent’anni.

Se può sembrare inusuale che un paese del primo mondo porti avanti con questa ostinazione una campagna così impopolare in Occidente, la cosa più strana è che in Giappone il consumo di carne di balena è poco popolare e per giunta in declino: tanto che il governo deve finanziare il settore, che non riesce a mantenersi da solo. E nessuno sa bene perché, a parte ingraziarsi gli operatori ed evitare una perdita di posti di lavoro.

Una balenottera minore a bordo di una nave scientifica giapponese per la caccia alle balene, nel 2014. (Kyodo)

Cosa vuol dire oggi cacciare le balene
Le balene attualmente cacciate sono quasi esclusivamente le balenottere minori e le balenottere comuni, diffuse più o meno in tutto il mondo. Le prime, le più cacciate al mondo, non sono considerate a rischio, anche se secondo le stime delle organizzazioni ambientaliste sono in declino. Le seconde, invece, sono ufficialmente considerate una specie in pericolo. Alle Isole Faroe, in Canada, in Groenlandia e in Alaska si pescano altri cetacei più piccoli, come globicefali, narvali e beluga, spesso con permessi legati all’autosostentamento delle popolazioni indigene. Le navi che cacciano le balene sono dotate di cannoni in grado di sparare i ramponi a decine di metri di distanza: una volta colpite, le balene possono impiegare molti minuti prima di morire. Una volta uccise vengono caricate a bordo, oppure vengono trasportate al porto sospese lungo un fianco della nave: vengono poi smembrate e lavorate negli stabilimenti specializzati.

L’olio di balena, il principale motivo per cui navi come il Pequod del capitano Achab prendevano il largo nell’Atlantico, non è più la prima fonte di ricavo per i cacciatori di balene: a mantenere viva la pratica è la richiesta di carne di balena, che non sa di pesce bensì di bistecca, e ha un gusto simile a quello del fegato. È servita nei ristoranti di diversi paesi del mondo, ma soprattutto in Giappone. In misura minore, ha un suo piccolo mercato anche il grasso di balena, usato in varie preparazioni industriali dal mangime al carburante.

L’International Whaling Commission e i suoi limiti
La caccia indiscriminata dell’Ottocento produsse effetti devastanti sul numero di balene che sguazzano negli oceani del globo, tanto che nel 1946 le 15 principali nazioni del mondo in cui si praticava la caccia dei cetacei firmarono un accordo per autoregolarsi, proteggendo così le balene dall’estinzione e permettendo alla caccia alle balene di proseguire nel tempo e diventare sostenibile. L’IWC nacque sulla base di quell’accordo, e quindi come organizzazione di tutela della caccia alle balene, ma nei decenni successivi, con la diffusione della sensibilità ambientalista e animalista, vi aderirono sempre più paesi che non solo non cacciavano balene, ma che anzi erano contrari alla caccia. Oggi fanno parte dell’IWC anche la Mongolia, il Lussemburgo, la Svizzera e il Mali: paesi che non hanno nemmeno uno sbocco sul mare.

Due navi giapponesi per la caccia scientifica di balene. (Kyodo)

Questi paesi diventarono la maggioranza nell’IWC, e dopo aver commissionato alcuni studi che catalogarono diverse specie di cetacei come a rischio di estinzione, nel 1982 approvarono a maggioranza un memorandum che proibiva la caccia commerciale alle balene a partire dal 1986. Brasile, Islanda, Norvegia, Giappone, Perù, Corea del Sud e Unione Sovietica furono i paesi che votarono contro, e in alcuni casi presentarono dei ricorsi contro la decisione, che venne tuttavia mantenuta.

L’IWC è un organo ad adesione volontaria, e le cui regole valgono soltanto per i paesi membri: in teoria, quindi, ai paesi contrari sarebbe bastato uscire dall’organizzazione per autoregolarsi sulla caccia alle balene. Islanda e Giappone non lo fecero – almeno non subito – per via delle pressioni degli Stati Uniti, paese alleato e tra i principali oppositori della caccia alle balene. Ben presto, però, trovarono dei modi per aggirare il divieto di pesca commerciale imposto dall’IWC.

Dove si cacciano le balene oggi
Giappone, Islanda e Norvegia sono le uniche nazioni che, negli ultimi trent’anni, hanno continuato a cacciare balene: in certi casi per motivi esplicitamente commerciali, sfruttando il fatto che le regole dell’IWC non si applicano ai paesi che hanno presentato ricorsi formali; in altri sfruttando le quote permesse per la ricerca scientifica, un cavillo che da decenni attira fortissime critiche sull’IWC, accusato di essere un’organizzazione inefficace nel contrastare la caccia alle balene.

Una balenottera minore su una nave al porto di Kushiro a Hokkaido, nel 2016. 

In Islanda, per esempio, la caccia commerciale alle balene è tornata a essere permessa dal 2006, e oggi è praticata da quello che il New York Times ha definito “l’ultimo baleniere del mondo”: Kristjan Loftsson, 75enne a capo di un’impresa che opera a nord di Reykjavik e che esporta la maggior parte della carne in Giappone. In Islanda, infatti, quasi nessuno mangia la carne di balena, nonostante alcuni ristoranti cerchino di venderla ai turisti spacciandola per un piatto tipico. Ed è principalmente il mercato dei turisti, oltre alle esportazioni, a sorreggere la caccia alle balene in Islanda.

Loftsson ha ricevuto dal governo islandese nell’estate del 2018 il permesso di cacciare 238 balene: il governo ha nuovamente consentito la caccia delle balenottere comuni, considerate una specie a rischio, dopo due anni di interruzione. Nel 2015 ne erano state cacciate 155, mentre la quota per quest’anno è stata fissata a 191.

In Norvegia, la caccia commerciale alle balene è tornata a essere permessa dal 1993, perché il paese non riconosce il memorandum che la vieta. A essere cacciate sono le balenottere minori, che si stimano essere poco più di centomila nel nord est dell’Atlantico. La Norvegia ne caccia qualche centinaio ogni anno, nonostante le quote fissate siano molto più alte.

Il caso del Giappone è diverso
Il Giappone, invece, dopo il memorandum del 1986 continuò a cacciare centinaia di balenottere e decine di capodogli ogni anno dichiarando di farlo per motivi scientifici, nonostante l’IWC non avesse approvato queste quote. Negli ultimi vent’anni il Giappone è diventato il più potente sostenitore al mondo della caccia alle balene, nonostante le pressioni delle organizzazioni ambientaliste e degli Stati Uniti. È riuscito a portare sotto la sua influenza alcuni membri dell’IWC, soprattutto paesi caraibici, secondo alcune inchieste concedendo in cambio favori economici e tangenti. Da tempo chiede che la commissione sia radicalmente trasformata, perché ritiene che abbia oggi obiettivi diversi da quelli per i quali venne fondata.

Non sono soltanto le organizzazioni ambientaliste a ritenere che la caccia alle balene per motivi scientifici sia una copertura, per quello che in realtà è uno sfruttamento commerciale dei cetacei uccisi. Da tempo le prove a sostegno di questa teoria sono diventate piuttosto palesi: i risultati in termini di scoperte scientifiche sono infatti piuttosto scarsi, e vendere o consumare la carne delle balene cacciate è una condizione stessa della licenza, che è per giunta concessa dai singoli paesi e non da organi internazionali. Le uniche nazioni a portare avanti la caccia di cetacei per motivi scientifici, infatti, sono quelli che praticano o vorrebbero praticare anche quella commerciale.

Nel 2014, la Corte internazionale di Giustizia dichiarò illegale il programma con il quale il Giappone conduceva le sue presunte ricerche scientifiche, stabilendo che era una copertura per la caccia commerciale. Il Giappone allora interruppe il programma e ne avviò uno nuovo con un nome diverso, chiamato Newrep-A, riducendo di circa due terzi le quote. Durante la stagione estiva 2017/2018 dell’emisfero australe (quindi quella invernale, nel nostro emisfero), il Giappone ha cacciato 333 balenottere minori, di cui 122 erano incinte e 114 erano considerate esemplari giovani, secondo un rapporto dell’IWC. Secondo le organizzazioni ambientaliste, la flotta di baleniere giapponesi caccia abitualmente in alcuni tratti di mare protetti al largo dell’Antartide. Nel 2015 la stessa IWC disse di non avere la certezza che l’uccisione delle balene sia una condizione necessaria per il tipo di ricerca scientifica che il Giappone sostiene di portare avanti con Newrep-A.

Perché?
Come se non bastasse, la determinazione del Giappone nel cacciare i cetacei è criticata dalle organizzazioni ambientaliste anche perché i giapponesi non sono particolarmente amanti della carne di balena. Nel dopoguerra fu per qualche anno una parte importante della dieta del paese, per la scarsità di risorse seguita al conflitto, ma negli ultimi decenni del Novecento ha progressivamente perso popolarità. Oggi oltre il 90 per cento dei giapponesi non la consuma o la consuma solo raramente. Soltanto il’11 per cento si dice fortemente a favore della prosecuzione del programma di caccia alle balene. Il mercato della carne di balena non è nemmeno redditizio: tutte le fasi della sua produzione, dalla caccia alla lavorazione alla vendita, sono gestite da un’organizzazione no profit (l’Istituto per la Ricerca sui Cetacei, ICR) finanziata abbondantemente dal governo giapponese con diversi milioni di dollari ogni anno, l’unico motivo per il quale sopravvive.

Secondo Kazuhiko Kobayashi, docente di agronomia ed esperto di abitudini alimentari giapponesi, per la classe dirigente giapponese – che è per buona parte anziana, e quindi ha conosciuto il periodo in cui si mangiava la balena – è soprattutto una questione di principio. All’ICR lavorano molti ex funzionari giapponesi o ex lavoratori dell’industria ittica dopo la pensione, elemento che aumenta il carattere retrogrado dell’organizzazione. Le balenottere minori, non essendo minacciate, non sono viste come una specie che richiede tutele particolari. Le opposizioni internazionali alla caccia alle balene, in questo senso, sono viste come un attacco a una legittima tradizione nazionale, una forma di imperialismo occidentale, e un caso di “doppio standard”: per giustificarsi, spesso il Giappone fa il paragone con i canguri mangiati in Australia, peraltro tra le principali nazioni a opporsi al suo programma di caccia alle balene.

La proposta giapponese all’annuale riunione della IWC è chiamata “Way Forward”, e sostiene che il divieto di caccia commerciale alla balena del 1986 fosse una misura temporanea, e che il numero attuale delle balene consente di praticarla in modo sostenibile. Patrick Ramage, direttore del programma marino dell’International Fund for Animal Welfare, ha detto che anche se è improbabile che la proposta del Giappone sia approvata, il fatto che sia discussa è rilevante: «L’IWC dovrebbe essere un organo di tutela dei cetacei del 21esimo secolo, non un club di vecchi balenieri». Non è chiaro quando si voterà la proposta, ma si crede che la delegazione giapponese stia usando questi giorni di attesa per fare lobbying e ottenere il sostegno di altri stati membri della commissione.