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  • domenica 9 settembre 2018

L’unico posto al mondo senza ratti

La grande provincia canadese dell'Alberta combatte dagli anni Cinquanta una guerra totale – «senza fare prigionieri» – e ora sembra averla vinta

La specie più comune di ratto, il ratto grigio, è ovunque: in ogni continente, a ogni latitudine e su gran parte delle isole, anche quelle più piccole. Non c’è, per ovvie ragioni, solo al polo nord e al polo sud, ed è praticamente assente anche dall’Alberta: una provincia del Canada occidentale, grande il doppio dell’Italia e abitata da circa quattro milioni di persone. Praticamente assente vuol dire che in Alberta può esserci in questo momento qualche esemplare di ratto grigio, ma che molto probabilmente non esistono un maschio e una femmina che stanno facendo tanti altri piccoli ratti grigi.

Non è un caso se l’Alberta è l’unico posto al mondo senza ratti grigi, tra quelli in cui i ratti grigi potrebbero vivere e prosperare. È successo perché, come ha scritto il giornale canadese National Post, «per quasi settant’anni l’Alberta ha tenuto alla larga i ratti, è stata sempre all’erta e ha combattuto una guerra totale contro i ratti».

L’Alberta, comunque, è la macchia grigia in mezzo al Canada, in questa mappa:

Come spiega il sito del ministero dell’Agricoltura dell’Alberta – che si occupa da decenni alla guerra ai ratti e ha molte pagine dedicate alla questione – «i ratti grigi sono tra le creature più distruttive del pianeta». È stato calcolato, dice il sito, che ci siano tra i due e i quattro ratti per ogni abitante degli Stati Uniti e che i ratti siano responsabili della distruzione di un quinto delle coltivazioni mondiali, senza contare le malattie che trasmettono. In natura vivono al massimo un paio d’anni, ma a una sola coppia di ratti basta un anno per dare via a una colonia di migliaia di ratti. I ratti grigi sono particolari perché vivono quasi solo dove c’è anche l’uomo e riescono a sopravvivere anche dove fa molto freddo, come in Alberta.

Il ratto grigio è noto anche come ratto marrone (il pelo – corto e ispido – è un po’ di un colore e un po’ dell’altro) o come pantegana o surmolotto, ma il suo nome scientifico è Rattus norvegicus, ratto norvegese. Non viene dalla Norvegia, però: la specie si diffuse in Asia, probabilmente in Mongolia. Da lì nel Medioevo arrivò in Europa e poi ovunque nel mondo. Si chiama “norvegese” perché il naturalista John Berkenhout diede la colpa del suo arrivo nel Regno Unito alle navi commerciali norvegesi.

I ratti norvegesi arrivarono in America del Nord alla fine del Diciassettesimo secolo e, insieme con gli insediamenti umani, occuparono quasi tutto il continente. Se c’era un villaggio, e se attorno al villaggio c’erano campi coltivati, quasi di certo c’erano anche ratti grigi. Circa un secolo fa i ratti grigi arrivarono nel Saskatchewanla provincia canadese a est dell’Alberta, e iniziarono a diffondersi ovunque, spostandosi in media 25 chilometri più in là con il passare di ogni anno. «Il primo avvistamento di ratti in Alberta fu nel 1950», scrive il ministero dell’Agricoltura dell’Alberta, e subito dopo ci si accorse che nella regione c’erano già una trentina di colonie di ratti grigi. «I ratti non erano però ancora arrivati nei principali centri abitati», ha scritto il National Post, «e, con una decisione senza precedenti nella storia dei rapporti tra ratti e umani, gli impiegati statali dell’Alberta decisero che, nei principali centri abitati, i ratti non sarebbero mai arrivati».

Fu subito chiaro che i ratti arrivavano dal Saskatchewan. A nord dell’Alberta c’erano solo foreste, e faceva comunque moltissimo freddo. A ovest c’erano e ci sono le Montagne Rocciose e a sud c’erano e ci sono zone aride, da cui i ratti non potevano arrivare. Se si voleva impedire l’ingresso dei ratti in Alberta, bisognava controllare il confine orientale. Il governo ebbe il merito di capire subito che grande problema avrebbero rappresentato i ratti per l’Alberta, una regione nota per le sue grandi coltivazioni, e di riuscire a affrontarlo in fretta. Affrontare il problema voleva dire fare due cose: investire soldi nella lotta ai ratti e sensibilizzare gli abitanti al problema. L’Alberta le fece entrambe.

Per prima cosa, negli anni Cinquanta venne esteso e potenziato l’Agricultural Pests Act del 1942, che dava al ministero dell’Agricoltura il potere di definire “parassita” ogni animale che danneggiava i raccolti. Fu anche deciso che il ministero avrebbe destinato parte dei suoi fondi alla lotta dei ratti, definiti subito “parassiti”, e che gli agricoltori e gli amministratori delle città al confine con il Saskatchewan avevano il dovere di collaborare alla guerra ai ratti: non farlo poteva essere punito con multe e sanzioni di vario tipo. Nel 1954, il ministero dell’Agricoltura pagò il 50 per cento dello stipendio e delle spese di vitto e alloggio di un ispettore anti-ratto per ognuna delle comunità rurali lungo il confine con il Saskatchewan, lungo diverse centinaia di chilometri.

Le multe per il reato di “non lotta ai ratti” non furono invece praticamente mai necessarie. Perché agricoltori e allevatori lungo il confine con il Saskatchewan capirono subito l’importanza della cosa. Bisognava però spiegare loro come fosse fatto un ratto, visto che non ne avevano mai visto uno. Furono organizzate conferenze, stampati manifesti, diffusi libricini informativi. Poster e libricini parlavano di “guerra” e di possibile “invasione”, identificando i ratti come “il nemico”. Ricordano, per grafica e lessico, la vera propaganda di guerra («Nessuno deve risparmiare una sola energia per la lotta al ratto norvegese», diceva un poster) o quella che, in quegli anni, veniva fatta per spiegare come difendersi da un possibile attacco nucleare sovietico. C’erano anche esperti che giravano per i granai e le fattorie di confine per addestrare i canadesi a riconoscere e sterminare i nemici ratti.

I dipendenti governativi – che di lavoro cercavano ratti, sterminavano ratti e addestravano persone a cercare e sterminare ratti – all’inizio usarono arsenico: tra il giugno 1952 e il giugno 1953 usarono 63mila chili di triossido di arsenico al 73 per cento in 8mila edifici di 2.700 fattorie: una media di 24 chili a fattoria. L’arsenico era però molto costoso e anche pericoloso per umani e animali che non fossero ratti.

Già a metà degli anni Cinquanta si iniziò però a usare il warfarin, un farmaco anticoagulante che si rivelò anche molto più efficace con i ratti, molto meno caro dell’arsenico e molto meno pericoloso per i non-ratti. In quegli anni si usarono tra i 5mila e i 13mila chili di warfarin solido e tra i 660 e i 4.750 litri di warfarin secco, scrive il ministero dell’Agricoltura dell’Alberta. Dalla fine degli anni Cinquanta il warfarin iniziò a essere usato sempre meno, perché c’erano sempre meno colonie da debellare.

Nel 1959 furono rilevate 600 infestazioni nell’area di controllo, una striscia larga circa 29 chilometri e lunga 600, lungo il confine con il Saskatchewan. Per infestazione s’intende sempre la presenza di un maschio e una femmina e, con ogni probabilità, di svariati discendenti. Nel 1963 le infestazioni erano 300, nel 1980 erano 150, nel 1990 erano 30 e nel 2000 erano 10. Il primo anno senza nemmeno un’infestazione rilevata fu il 2003.

In questo periodo però ci sono sempre stati fondi governativi per la prevenzione e la vigilanza, in caso di nuove invasioni. Tutte le circa tremila fattorie della striscia di controllo, che va dal Montana fino alle foreste boreali del nord, sono controllate ogni anno. Il ministero dell’Agricoltura spiega che gli eventuali topi sono eliminati con «esche, gas o trappole», ma anche che «a volte alcuni edifici sono spostati o demoliti e in certi casi [se si sospetta la presenza di ratti sottoterra] vengono usati bulldozer e retroescavatori».

Con ogni probabilità i pochi ratti che continuano ad arrivare in Alberta lo fanno nei camion e forse addirittura negli aerei; ma sono quasi sempre ratti soli, senza possibilità di farsi una famiglia in Alberta. Intanto continua a essere proibito per un privato cittadino possedere un ratto in Alberta, fatta eccezione per zoo, università e laboratori di ricerca. I ratti da laboratorio sono ratti grigi addomesticati ma se dovessero scappare e incontrare uno di quei ratti arrivati con i camion, potrebbe scoccare la scintilla. La multa per chi viene scoperto con un ratto grigio come animale da compagnia è di cinquemila dollari canadesi, più di tremila euro.

Gli eventuali ratti trovati vengono ovviamente uccisi perché, come scrisse il Globe and Mail nel 2015, «quando si tratta di ratti, l’Alberta non fa prigionieri» e ancora oggi invita a sparare a vista a qualsiasi ratto. L’articolo, uscito nel 2015, si intitola “Il fronte della guerra ai ratti” e parla degli otto membri del rat patrol, la “pattuglia ratti”: sono le persone che ancora oggi ispezionano l’area di controllo e, armati di veleno e fucile, hanno il compito di eliminare eventuali ratti.

Sui giornali canadesi la questione-ratti è presa molto seriamente. Nel 2012 si scoprì un’infestazione in una discarica di Medicine Hat, una città nell’area di controllo e l’operazione di uccisione di più di 150 ratti, che durò due mesi, fu raccontata con grande interesse e negli anni successivi ci furono aggiornamenti sulla situazione (i ratti tornarono e furono di nuovo uccisi). Dal 2014 è attivo un numero speciale per segnalare gli avvistamenti e il problema principale continua a essere che – forse per non averli mai visti o forse per una ratto-fobia collettiva – spesso si tratta di scoiattoli o altri animali che non sono ratti.

Sul sito del ministero dell’Agricoltura ci sono comunque svariate informazioni su come riconoscere i ratti o i segni della loro presenza, su quali precauzioni prendere e su come affrontarli (dopo aver ovviamente avvertito le autorità competenti). Sul sito ci sono anche due quiz per testare quanto le persone sanno sui ratti. Il sito ricorda però anche che «il problema non è risolto» perché «i ratti potrebbero invadere l’Alberta in ogni momento».