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  • Sabato 8 settembre 2018

Chi ha scritto l’articolo anonimo contro Trump?

Nessuno lo sa davvero – tranne qualcuno al New York Times – ma in molti stanno provando a capirlo, andando per tentativi

(NICHOLAS KAMM/AFP/Getty Images)
(NICHOLAS KAMM/AFP/Getty Images)

Dal 5 settembre i giornali americani stanno cercando in ogni modo di capire chi sia stato a pubblicare sul New York Times l’articolo anonimo contro il presidente Donald Trump: si sa solo che è stato scritto da un importante esponente della sua amministrazione, che si è definito parte di una “resistenza” interna.

Non è consueto che il New York Times pubblichi un op-ed anonimo – un articolo scritto, e di solito firmato, da qualcuno che non collabora col giornale – ed è ancora più inusuale che il membro di un’amministrazione dica, come in questo caso, che il presidente è incompetente, inaffidabile, imprevedibile e amorale. L’anonimo autore ha scritto l’articolo per far sapere che lui e altri membri dell’amministrazione «lavorano assiduamente dall’interno per opporsi a parti del suo programma e alle sue peggiori inclinazioni».

I giornali americani non sono gli unici ad essere sulle tracce dell’autore. Trump è stato descritto come “ossessionato” dall’articolo – di cui ha detto che è «senza spina dorsale», in quanto anonimo – e dalla necessità di capire chi lo abbia scritto: Kellyanne Conway, consigliera di Trump, ha dettoCNN che secondo Trump l’autore è qualcuno che fa parte del ramo che si occupa di sicurezza nazionale. Intanto più di 25 importanti esponenti della sua amministrazione tra cui militari, ambasciatori e persone che lavorano alla Casa Bianca hanno smentito di essere l’autore anonimo: ovviamente una smentita formale non è sufficiente per escludere quelle persone dalla lista dei possibili sospetti.

Diversi giornali e media statunitensi stanno provando a capire chi fra le persone più vicine a Trump in passato ha palesato divergenze e fastidi nei confronti del suo atteggiamento, e qualcuno sta anche analizzando il lessico e i temi dell’articolo del New York Times per cercare di associarlo a una persona in particolare. Alcuni hanno presentato liste di nomi accompagnate da possibili motivi; altri hanno azzardato un nome e un cognome, spiegandone i motivi. Non c’è nulla di certo, comunque.

Tre giornalisti del Washington Post hanno presentato una lista di più di trenta persone che fanno parte dell’amministrazione Trump e per ognuna hanno scritto “perché potrebbe essere lei”, ma anche “perché probabilmente non lo è”. Le persone sono divise in quattro gruppi.

Il primo è fatto dalle persone “su cui si sono concentrati i pettegolezzi” e ne fanno parte, tra gli altri, Kellyanne Conway, l’ambasciatore in Russia Jon Huntsman, il genero (e consigliere) di Trump, Jared Kushner, la segretaria della Sicurezza Interna Kirstjen Nielsen, il vicepresidente Mike Pence e, addirittura, la first lady Melania Trump. Del secondo fanno parte persone che lavorano nella sicurezza nazionale, come il capo dello staff  John F. Kelly o il segretario di Stato Mike Pompeo. Del terzo gruppo fanno parte “quelli dell’establishment”: persone che sono nell’amministrazione ma non sono per niente considerate vicine a Trump, né ora né prima. Il più noto, tra i membri di questo gruppo, è il procuratore generale Jeff Sessions. Nel quarto gruppo troviamo quelli che è davvero improbabile siano autori dell’articolo. Quelli per cui il Washington Post non è riuscito a trovare nemmeno un motivo per legarli all’editoriale. Tra loro ci sono Ben Carson e Rick Perry, due ex concorrenti alle primarie Repubblicane che dopo aver ricevuto l’incarico non hanno quasi mai criticato Trump.

Slate si è invece sbilanciato di più, ipotizzando che l’anonimo autore sia Jon Huntsman, ambasciatore in Russia. Huntsman ha 58 anni e in passato è stato governatore dello Utah, ambasciatore in Cina e candidato alle primarie Repubblicane in vista delle elezioni del 2012. Di lui il Washington Post ha scritto: potrebbe essere lui perché è un Repubblicano tradizionale, che condivide pochissimo con Trump e soprattutto si trova a dover gestire gli ambigui rapporti di Trump con la Russia.

Secondo Slate, l’articolo anonimo tratta temi molto cari a Huntsman e sembra parlare con cognizione di causa della Russia. Slate ha anche osservato che «la prosa volutamente erudita» ricorda quella di Huntsman, che già in passato aveva scritto qualcosa di molto simile a «gli americani devono sapere che ci sono degli adulti in queste stanze».

Huntsman ha anche detto, in passato, che sta continuando a lavorare nonostante Trump come forma di servizio al paese, un tema ricorrente dell’articolo. Huntsman ha smentito di essere stato l’autore con un tweet pubblicato da un portavoce dell’ambasciata statunitense a Mosca: «Ogni cosa mandata da me avrebbe avuto il mio nome. È una lezione politica che imparai tempo fa: non mandare mai articoli anonimi». Slate nota però che, in realtà, qualcuno del New York Times conosce l’autore e che quindi la frase potrebbe avere qualche ambiguità.

Su Vox, Julia Azari ha invece fatto una «analisi sistematica, ma non definitiva, del linguaggio [dell’articolo anonimo] e di quello che potrebbe rivelare sull’autore». Azari ha analizzato cinque parametri che misurano il linguaggio (certezza, movimento, ottimismo, realismo e condivisione) e, confrontando le parole dell’articolo con quelle di alcuni discorsi dei membri dell’amministrazione, ha provato a vedere se c’erano punti di contatto.

Un po’ per divertimento, ha aggiunto al mucchio anche discorsi di Barack Obama. Le persone che si sono rivelate linguisticamente più affini all’articolo sono Mike Pence, il direttore dell’intelligence interna Daniel Coats e Nikki Haley, ambasciatrice statunitense presso le Nazioni Unite. Bisogna però notare, in tutte le considerazioni di questo tipo, che i discorsi dei politici vengono scritti da altri, o comunque spesso ritoccati (a volte in modo profondo) e che anche questo articolo potrebbe essere stato leggermente modificato dal New York Times in alcune sue parti, d’accordo con l’autore. Inoltre, è difficile pensare che nello scrivere un articolo anonimo di tale importanza qualcuno potrebbe compiere l’errore di usare parole notoriamente associate a lui o, comunque, di lasciare in giro indizi troppo evidenti.

Di Coats, il Washington Post ha scritto che sarebbe strano, perché non ha quasi mai criticato Trump in pubblico. Di Haley ha scritto che si è spesso e chiaramente distanziata da Trump, ma che gran parte del suo lavoro è a New York, lontano dalle faccende quotidiane della Casa Bianca. Anche di lei (come di Huntsman) si dice poi che potrebbe un giorno puntare alla presidenza del paese, e che questa sarebbe una mossa troppo rischiosa da quel punto di vista. Stesso discorso vale per Pence, che tra l’altro ha detto che l’autore anonimo dovrebbe “vergognarsi”. Si è però molto parlato del fatto che l’editoriale contenga la parola lodestar (stella polare, in senso figurato), che spesso ha usato in passato nei suoi discorsi.