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  • lunedì 27 agosto 2018

I capi dell’esercito del Myanmar dovrebbero essere processati per genocidio, dice l’ONU

Ma anche per crimini contro l'umanità e crimini di guerra contro i rohingya, la minoranza musulmana che abita l'ovest del paese

La missione indipendente istituita dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite nel marzo 2017 ha fatto sapere che il capo dell’esercito del Myanmar e altri alti funzionari militari dovrebbero essere processati per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra contro i rohingya, minoranza etnica di religione musulmana che abita le zone occidentali del paese. Secondo il rapporto dell’ONU, lungo 20 pagine, nel paese sono state commesse azioni che «indubbiamente equivalgono» alle più gravi violazioni del diritto internazionale.

Il rapporto della missione parla del Tatmadaw, cioè dell’esercito del paese, ma anche di altre agenzie per la sicurezza che sarebbero state coinvolte negli abusi: «I principali generali della Birmania, compreso il comandante in capo Min Aung Hlaing, devono essere oggetto di inchieste e processi per genocidio nel nord dello stato di Rakhine, oltre che per crimini contro l’umanità e crimini di guerra negli stati di Rakhine, Kachin e Shan». Nel rapporto si dice che «la necessità militare non giustifica mai l’uccisione indiscriminata, lo stupro di gruppo, l’aggressione dei bambini e la distruzione di interi villaggi». E ancora: «Le tattiche del Tatmadaw sono state sproporzionate rispetto alle minacce alla sicurezza, specialmente nello stato di Rakhine, ma anche nel nord del Myanmar (…) Il disprezzo del Tatmadaw per la vita umana, l’integrità e la libertà, e per la legge internazionale in generale, dovrebbe essere motivo di preoccupazione per l’intera popolazione». Nello stato di Rakhine ci sono le prove di stermini e di deportazioni, aggiunge il rapporto.

La crisi in Myanmar era cominciata nell’agosto del 2017 con gli scontri tra esercito birmano e ribelli rohingya nello stato del Rakhine. Nel giro di poche settimane centinaia di migliaia di civili – si  parla di 700 mila persone – erano state costrette a lasciare le loro case e a cercare rifugio nei campi profughi del vicino Bangladesh. Le violenze commesse dai soldati birmani sono state enormi: uccisioni indiscriminate, incendi di interi villaggi e stupri diffusi e sistematici. A maggio di quest’anno erano passati nove mesi dall’inizio dell’esodo. Ed è stato anche il momento in cui le donne rohingya hanno cominciato a partorire i bambini nati da quelle violenze sessuali.

Nel rapporto delle Nazioni Unite c’è un elenco completo delle persone sospettate: comprende il comandante in capo Min Aung Hlaing e altri generali. L’elenco, si dice, sarà messo a disposizione di qualsiasi organismo credibile che intenda procedere penalmente: si fa riferimento alla Corte penale internazionale (ICC) o a un tribunale speciale che secondo le Nazioni Unite dovrebbe essere istituito per l’occasione. L’ONU ha anche criticato i politici del paese, ha parlato del fallimento nel prevenire gli abusi e ha accusato il governo di aver distrutto dei documenti relativi a quanto accaduto. Il governo, che ha ricevuto in anticipo una copia del rapporto, non ha ancora commentato.

Donne e bambini rohingya rifugiati nel campo di Kutupalong, in Bangladesh, 26 agosto 2018 (Paula Bronstein/Getty Images)

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