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  • venerdì 13 luglio 2018

Gli Stati Uniti hanno riaperto il caso dell’omicidio di Emmett Till

Un ragazzo nero che nel 1955 fu rapito, torturato e ucciso: i suoi assassini non furono mai condannati e la sua morte ispirò moltissime persone a entrare nel movimento per i diritti civili

La lapide della tomba di Emmett Till nel cimitero di Burr Oak, ad Alsip, in Illinois (AP Photo/Charles Rex Arbogast)

Il governo degli Stati Uniti ha riaperto il caso di Emmett Till, un ragazzo afroamericano di 14 anni torturato e ucciso nel 1955, nella cittadina di Money, in Mississippi, dopo essere stato ingiustamente accusato di aver insultato e toccato una donna bianca. Nessuno fu mai condannato per l’omicidio. Il caso ebbe un grossissimo impatto sull’opinione pubblica statunitense degli anni Cinquanta, anche perché la rivista Jet pubblicò le fotografie scattate al funerale di Till, in cui si vedevano i segni delle torture sul corpo del ragazzo: anche per via della storia di Till molti afroamericani si unirono al movimento dei diritti civili.

La riapertura del caso dell’omicidio di Till era nota ai membri del Congresso già da marzo, ma è stata diffusa pubblicamente solo il 12 luglio da un articolo dell’agenzia di stampa Associated Press.

Emmett Till (AP Photo/File)

L’omicidio di Emmett Till
Emmett Till nacque a Chicago nel 1941 e fu cresciuto da sua madre, Mamie Carthan Till. Nell’estate del 1955 si trovava a Money, in Mississippi, per trascorrere le vacanze da alcuni parenti di parte materna. Il 24 agosto, insieme a suo cugino, entrò nel negozio di proprietà del 24enne Roy Bryant – uno degli uomini che successivamente confessarono l’omicidio del ragazzo – e della 21enne Caroylin Donham, che all’epoca erano sposati. Bryant non era nel negozio quando Till vi entrò, solo Donham era presente.

Non si sa bene cosa accadde, visto che negli anni la donna diede diverse versioni dei fatti: secondo una di queste, Till l’avrebbe insultata a parole; durante il processo per il suo omicidio raccontò che invece il ragazzo l’aveva presa per un braccio attirandola a sé e le aveva fatto dei commenti verbali, chiedendole un appuntamento; successivamente disse all’FBI che le aveva semplicemente toccato la mano. Quello che è certo è che quando Bryant tornò al negozio, Bonham gli disse che Till l’aveva in qualche modo infastidita. Dopo l’omicidio i giornali scrissero anche che il ragazzo le aveva fatto un fischio di apprezzamento, la versione del cugino di Till.

La notte del 27 agosto Bryant e il suo fratellastro John W. Milam si introdussero nella casa dei parenti di Till, lo rapirono e lo picchiarono duramente. Poi lo uccisero con un colpo d’arma da fuoco alla testa e gettarono il suo corpo nel fiume Tallahatchie con uno strumento usato per la lavorazione del cotone legato al collo con del filo spinato, come zavorra. Quando il corpo di Till fu ritrovato, tre giorni dopo, il suo volto era così sfigurato da essere irriconoscibile.

Cosa successe dopo
Bryant e Milam furono accusati di omicidio lo stesso giorno del funerale di Till, il 6 settembre 1955, e furono processati a partire dal 19 settembre. Prima che il processo cominciasse si parlò moltissimo del caso, soprattutto per le fotografie del funerale (organizzato a feretro aperto per volere di Mamie Carthan Till), pubblicate da Jet, la più importante rivista rivolta agli afroamericani dell’epoca. Per screditare Till e la sua famiglia, il senatore segregazionista James Eastland rivelò che il padre di Till era stato condannato a morte da un tribunale militare e ucciso nel 1945 mentre si trovava in Italia, non per insubordinazione, bensì con l’accusa di aver stuprato due donne e ucciso una terza.

Nonostante il giudice del processo contro Bryant e Milam avesse considerato inaffidabile la testimonianza di Carolyn Bonham e l’avesse esclusa dalle prove portate al processo, i due uomini furono assolti. La giuria che li giudicò era composta da soli uomini bianchi. La sentenza fece indignare moltissime persone, sia negli Stati Uniti che in Europa. Un anno dopo, durante un’intervista per la rivista Look, i due ammisero di aver ucciso Till, dicendo anche di non aver fatto nulla di male.

Da sinistra, John W. Milam, Roy Bryant e Carolyn Donham nel 1955 (AP Photo)

Il dipartimento di Giustizia aveva già riaperto il caso di Emmett Till nel 2004, arrivando alla conclusione che per via delle leggi sulla prescrizione non si potesse procedere con nessuna azione legale. L’FBI aveva comunque condotto una propria indagine per due anni, anche esumando il corpo di Till per cercare nuove prove: voleva stabilire se ci fossero alcuni reati statali ancora perseguibili. Le indagini erano state chiuse nel 2007, dopo la morte di Bryant e Milam. Joyce Chiles, una ex procuratrice del Mississippi, aveva cercato di far accusare Carolyn Bonham di omicidio colposo, ma alla fine non aveva ottenuto il consenso di un tribunale.

Si era poi riparlato del caso Till nel 2016, quando era stato scoperto che un cartello in memoria di Till lungo il Tallahatchie veniva periodicamente vandalizzato da persone che lo usavano come bersaglio per sparare.

La riapertura del caso
Il dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha spiegato di aver riaperto il caso per via della «scoperta di nuove informazioni», senza chiarire meglio in cosa consistano. Secondo i giornali americani la novità sarebbe la ritrattazione di Carolyn Donham contenuta in un libro dello storico Timothy B. Tyson pubblicato l’anno scorso, The Blood of Emmett Till. Durante un’intervista del 2008 Donham, che ora ha 84 anni, disse a Tyson che Till non la prese per i fianchi e non le disse nulla di volgare, aggiungendo: «Quel ragazzo non fece nulla che potrà mai giustificare ciò che gli è successo». Secondo il Clarion-Ledger, un quotidiano di Jackson, in Mississippi, lo scorso aprile i parenti di Till avevano chiesto a Jeff Sessions, il procuratore generale degli Stati Uniti, di riaprire il caso.

Non è chiaro cosa succederà con la riapertura delle indagini, visto che Bryant e Milam sono morti. Non è escluso che venga condotta un’indagine su Bonham. Negli ultimi anni è già successo che venissero riaperti casi di omicidio irrisolti, avvenuti anche decenni fa, se compiuti con l’aggravante del razzismo. Una legge del 2007, infatti, l’Unsolved Civil Rights Crime Act, impone al procuratore generale di fare un’indagine annuale sui casi irrisolti legati a questioni di diritti civili e riferire ogni eventuale nuova scoperta al Congresso.

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