La presidente della Corte Suprema polacca Malgorzata Gersdorf durante una protesta contro la riforma giudiziaria approvata del governo (AP Photo/Alik Keplicz)

La Polonia sta per diventare uno stato autoritario

È entrata in vigore una legge che di fatto consentirà al governo di controllare i giudici della Corte Suprema

La presidente della Corte Suprema polacca Malgorzata Gersdorf durante una protesta contro la riforma giudiziaria approvata del governo (AP Photo/Alik Keplicz)

Martedì 3 luglio è entrata in vigore una delle leggi più controverse fra quelle approvate negli ultimi anni in Polonia, che – a meno di sorprese o compromessi dell’ultimo minuto – renderà la Corte Suprema un organo controllato dal governo. Da mesi osservatori e analisti avvertivano della pericolosità della riforma, voluta dal governo di destra entrato in carica nel 2015, che quasi certamente violerà il principio di separazione dei poteri garantito in tutte le moderne democrazie. Ieri la Commissione Europea ha annunciato di avere iniziato una procedura di infrazione contro il governo polacco, ma non potrà fare niente per evitare che la riforma entri in vigore e abbia i primi effetti.

La riforma abbassa retroattivamente l’età della pensione per i giudici della Corte Suprema da 70 a 65 anni, costringendo così 27 giudici su 74 a ritirarsi prima della scadenza del loro mandato. Il governo ha giustificato la riforma spiegando di voler licenziare parte della «casta» dei giudici, giudicata inefficiente e legata alla vecchia classe dirigente comunista. Il numero di giudici della Corte sarà inoltre aumentato a 120, e tutte le nuove nomine – sia per sostituire i giudici che vanno in pensione sia per assegnare i nuovi seggi – verranno decise dal governo, che secondo una stima preliminare a breve potrebbe controllare i due terzi della Corte.

I 27 giudici che hanno più di 65 anni possono chiedere una proroga del loro mandato al presidente della Repubblica Andrzej Duda, che però può decidere a sua discrezione se concederla o meno. Sedici giudici che sarebbero costretti ad andare in pensione hanno già chiesto la proroga a Duda, mentre altri undici si sono rifiutati. Fra loro c’è anche la presidente della Corte, Małgorzata Gersdorf, che denuncia da tempo i tentativi del governo di controllare l’organo. La settimana scorsa tre quarti dei giudici della Corte hanno firmato un documento in cui si impegnano a riconoscerla come presidente fino alla scadenza naturale del suo mandato, nel 2020, ma potranno fare poco contro la rimozione forzata che quasi certamente applicherà il governo. «Mercoledì andrò nel mio ufficio, ma se mi faranno entrare o meno sarà un’altra storia», ha detto Gersdorf.

L’Unione Europea ha scoraggiato più volte il governo polacco dall’approvare una riforma così radicale. A dicembre del 2017, poco dopo l’approvazione definitiva da parte del governo polacco, aveva annunciato di avere iniziato le procedure per l’applicazione dell’articolo 7 del Trattato di Lisbona contro la Polonia. Fu una decisione senza precedenti nella storia dell’Unione Europea: l’articolo 7, a cui negli ambienti di Bruxelles ci si riferisce con l’espressione “opzione nucleare”, prevede un meccanismo per garantire il rispetto dei valori fondamentali dell’Unione Europea nel caso di gravi minacce. Se il procedimento fosse arrivato fino alla fine, la Polonia avrebbe potuto perdere il suo diritto di voto nelle istituzioni europee.

Il problema è che la Polonia ha scoperto il bluff: per privare uno stato europeo dei propri diritti secondo l’articolo 7, infatti, ci vuole l’unanimità degli altri paesi dell’Unione. La Polonia ha molti alleati fra i paesi dell’est Europa, con cui ultimamente condivide una concezione più autoritaria del governo e dello stato, e quindi non si è mai seriamente preoccupata di subire conseguenze concrete. Konrad Szymański, viceministro degli Esteri polacco, ha ipotizzato che la Commissione Europea abbia aperto la procedura di infrazione dopo aver realizzato di «non aver trovato una coalizione di stati sufficientemente grande per appoggiare la sua posizione contro la Polonia».

Non è la prima volta che la Polonia litiga così duramente con l’Unione Europea. Dal 2015 il governo è guidato da Diritto e Giustizia, un partito di destra radicale che ha approvato nel giro di pochissimo tempo diverse leggi contro la libertà di informazione e i diritti delle donne, tra le altre cose, e che è diventato sempre più critico nei confronti dell’Europa. In una recente intervista allo Spiegel in cui difende la riforma citando diversi dati sull’inefficienza dell’apparato giudiziario polacco, il primo ministro Mateusz Morawiecki spiega di non avere nessun problema con «i cittadini comuni», bensì con «l’élite politica europea e coi giornalisti».

Il governo polacco ha un mese di tempo per difendere la sua posizione ed evitare che la Commissione deferisca il caso alla Corte di giustizia europea. Il vicepresidente della Commissione Frans Timmermans, a cui era stato dato il compito di condurre i negoziati col governo polacco, ha detto che spera ancora di trovare un compromesso, ma ha ammesso che il governo polacco non sembra disposto a farne alcuno.

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