Dopo i 105 anni di età il rischio di mortalità non aumenta

Ma rimane costante, secondo un nuovo studio della Sapienza di Roma sui semi-supercentenari italiani

Una scena da "Cocoon - L'energia dell'universo" di Ron Howard, 1985 (20th Century Fox)

C’è un’età oltre la quale il rischio di mortalità non aumenta, ma rimane costante: il problema è arrivarci. Secondo una ricerca condotta dal Dipartimento di Scienze statistiche dell’Università la Sapienza di Roma (in collaborazione con le università di Roma Tre, Berkeley negli Stati Uniti e Danimarca Meridionale) nelle persone che superano i 105 anni il rischio di mortalità si stabilizza, cosa che potrebbe spiegare in parte come mai diversi ultracentenari riescano a raggiungere spesso i 110 anni di età.

Lo studio è stato coordinato dalla demografa Elisabetta Barbi ed è stato pubblicato di recente sulla rivista scientifica Science. Insieme con i suoi colleghi, Barbi ha analizzato l’ampio set di dati demografici fornito dall’ISTAT sugli Italiani, con particolare attenzione per quelli che hanno compiuto 105 anni tra il 2009 e il 2015: 3836 persone. I comuni tengono registri piuttosto accurati, offrendo quindi set di dati affidabili per compiere indagini statistiche e di calcolo del rischio di questo tipo.

I ricercatori hanno notato che il rischio di mortalità tende a stabilizzarsi nelle persone più vecchie di 105 anni. Per esempio, una persona che ha 106 anni ha la stessa probabilità di vivere fino a 107 così come una che ne ha 111 ne ha di vivere fino a 112. Il dato è interessante se messo in prospettiva con la valutazione del rischio di soggetti più giovani. Il rischio stimato per una persona di 50 anni di morire nell’anno seguente è tre volte più alto rispetto a quello di chi ha 30 anni. Il rischio per i sessantenni e settantenni raddoppia ogni 8 anni circa. Quando si diventa centenari, le probabilità di arrivare vivi al compleanno successivo sono del 60 per cento.

Test di laboratorio su animali come vermi e moscerini della frutta hanno messo in evidenza l’esistenza di una fase in cui il rischio di mortalità si stabilizza. Il meccanismo biologico che lo rende possibile non è ancora molto chiaro, nonostante si tratti di animali relativamente semplici rispetto alle complessità del nostro organismo. Il nuovo studio ipotizza che la stabilizzazione sia dovuta al fatto che le persone più fragili muoiono prima, con quelle in salute che quindi vivono più a lungo influendo sui risultati delle statistiche.

Non tutti i ricercatori sono comunque convinti delle conclusioni raggiunte da Barbi e colleghi. Sono stati per esempio sollevati dubbi sul campione statistico utilizzato e sulla rilevazione delle cause di morte delle persone censite. Lo studio dei semi-supercentenari italiani (cioè delle persone che non hanno ancora raggiunto i 110 anni, ma ne hanno comunque più di 105) potrebbe comunque fornire nuovi spunti sui processi di invecchiamento, in una delle popolazioni più longeve al mondo come la nostra.

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