Quindi c’è vita su Marte?

Non lo sappiamo, ma Curiosity ha trovato tracce consistenti di composti organici nel suolo marziano: ci aiuteranno a rispondere alla domanda delle domande

di Emanuele Menietti – @emenietti
Il rover Curiosity della NASA su Marte: l'immagine è stata ottenuta combinando insieme diversi autoscatti eseguiti dal robot ( NASA/JPL-Caltech/MSSS)

Nella più completa solitudine su un pianeta diverso dal nostro a 250 milioni di chilometri da noi, il robot automatico (rover) Curiosity ha fatto una scoperta che potrebbe aiutarci a capire se ci sia mai stata vita su Marte. Con i suoi strumenti, il rover della NASA ha rilevato nuove importanti tracce di molecole organiche, i composti base della vita per come la conosciamo qui sulla Terra. Curiosity ha inoltre rilevato aumenti e riduzioni nella quantità di metano nell’atmosfera, gas molto importante per avere prove indirette sulla presenza di esseri viventi. Le nuove scoperte sono state pubblicate sulla rivista scientifica Science e – anche se richiederanno ancora anni di studi e nuove analisi del suolo marziano – stanno attirando l’interesse e qualche comprensibile entusiasmo da parte dei ricercatori che da decenni setacciano Marte alla ricerca della vita.

Tracce nei sedimenti
Grande più o meno quanto un’utilitaria, Curiosity è al lavoro su Marte dal 2012 nell’area dell’Aeolis Mons, una grande montagna alta circa 5mila metri che sorge sulla base del cratere Gale, che ha un diametro di oltre 150 chilometri. In questi anni, il rover si è spostato di diversi chilometri viaggiando sul suolo formato dai sedimenti che si depositarono sul fondo di un grande lago che esisteva nella zona circa 3 miliardi di anni fa, quando si ipotizza che le condizioni climatiche su Marte fossero molto meno ostili e aride. Sulla Terra i sedimenti di questo tipo sono ideali per conservare tracce organiche, anche per miliardi di anni: gli strati rocciosi superficiali fanno da schermo alle radiazioni ultraviolette e agli altri elementi che potrebbero degradare i composti, creando una sorta di scatola del tempo naturale che mantiene intatti (o quasi) i composti.

L’area in cui è atterrato Curiosity nel 2012 (NASA/JPL-Caltech/ASU/UA)

Per analizzare i sedimenti, Curiosity deve quindi spingersi al di sotto della superficie marziana di qualche centimetro. Il rover è dotato di un piccolo trapano che trivella il suolo, ne raccoglie un campione e lo porta all’interno del corpo del robot, dove c’è un piccolo forno che lo arrostisce a temperature tra i 600 e gli 860 °C, eliminando eventuali contaminazioni che potrebbero falsare i dati. Nel processo si producono fumi che vengono analizzati da uno spettrometro di massa, uno strumento che riconosce le molecole a seconda del loro peso. I dati raccolti sono poi inviati sulla Terra, dove spetta ai ricercatori studiarli per fare ipotesi su cosa abbia effettivamente trovato Curiosity.

Le ispezioni del suolo condotte fino a qualche tempo fa avevano portato a risultati poco chiari, con tracce molto deboli di molecole organiche che potevano essere dovute a semplici contaminazioni. Le cose sono cambiate con l’analisi di un paio di campioni prelevati da Curiosity in due aree distinte dei sedimenti, nei quali è stata riscontrata una concentrazione di tracce organiche cento volte superiore alle rilevazioni precedenti, scrivono Jennifer L. Eigenbrode della NASA e i suoi colleghi nella loro ricerca appena pubblicata su Science.

Lo studio spiega di avere notato (direttamente o indirettamente) la presenza di numerose tracce di minuscole molecole di carbonio, elemento fondamentale per la vita sulla Terra. Hanno caratteristiche simili a quelle del cherogene terrestre, una miscela di composti organici, parte delle rocce sedimentarie. I cherogeni sono spesso accompagnati da zolfo, elemento che contribuisce alla loro conservazione. Forse furono proprio questi composti di zolfo a rendere possibile la conservazione per miliardi di anni delle tracce organiche nei sedimenti analizzati su Marte.

Il ciclo di formazione del cherogene sulla Terra (ENI)

Semplificando, i cherogeni terrestri si formarono miliardi di anni fa quando i processi geologici portarono a comprimere i resti di alghe e piccoli esseri viventi tra strati di fango e rocce. Al momento i ricercatori non possono però dire con certezza se i cherogeni marziani abbiano avuto la medesima origine: potrebbero essere stati formati da processi geologici di altro tipo che non implicano la presenza di esseri viventi, oppure “importati” dall’esterno da uno dei tanti meteoriti precipitati sul suolo marziano e che sono noti per contenere composti simili. Le probabilità che Curiosity abbia proprio analizzato campioni derivanti da un meteorite sono comunque piuttosto basse, quindi la spiegazione più probabile è che il materiale prelevato e cotto dal rover sia marziano a tutti gli effetti.

Anche se non offre prove definitive, la nuova ricerca è molto interessante e ci dice che siamo sulla strada giusta per scoprire se su Marte ci sia stata (o ci sia ancora) la vita per quanto in forme primordiali. Curiosity ha un’ultima risorsa che potrebbe aiutare nei prossimi anni a capire qualcosa di più: ha con sé nove piccole ampolle contenenti un solvente che versato sulle rocce può liberare gli eventuali composti organici dal resto del materiale roccioso, senza la necessità di trapanare e cuocere campioni con il rischio di distruggerli. Prima di usare questa soluzione, i ricercatori vogliono però essere certi di essere in un punto in cui ci siano campioni rocciosi molto promettenti. Alla fine del 2016 sembrava essere tutto pronto per usare una delle ampolle, ma il meccanismo che avrebbe permesso di farlo mostrò qualche avaria, portando a un rinvio in attesa di una correzione del problema.

Il metano va su, il metano va giù
In un’altra ricerca, sempre pubblicata su Science, un gruppo di ricercatori ha invece spiegato di avere notato un andamento ciclico nella concentrazione di metano nell’atmosfera marziana. In pratica questo gas, che sulla Terra è strettamente legato alla presenza della vita, aumenta e diminuisce a seconda delle stagioni marziane. Il metano è da decenni un osservato speciale su Marte da parte di sonde e telescopi, ma le nuove misure di Curiosity sono più accurate e ci dicono che almeno nella zona dove si trova il robot la concentrazione è pari in media a 0,4 parti per miliardo (sulla Terra è molto più alta: 1.800 parti per miliardo). Anche in questo caso i ricercatori non sanno che cosa generi il metano su Marte: un’ipotesi è che sia formato da processi geologici, un’altra più affascinante – ma tutta da dimostrare – è che il gas sia il prodotto di colonie di microrganismi, le cui dimensioni e attività variano a seconda delle stagioni.

Nuovi indizi, nuove missioni
I nuovi indizi raccolti da Curiosity rendono ancora più grande l’attesa per le prossime missioni in programma su Marte, che dovrebbero offrirci qualche risposta in più sul pianeta più simile al nostro nel sistema solare. La missione ExoMars dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) in collaborazione con quella russa (Roscosmos) prevede l’invio di un nuovo rover nel 2020, con l’obiettivo di raccogliere campioni del suolo marziano a maggiore profondità rispetto a Curiosity, meglio preservati perché meno esposti alle radiazioni. La NASA ha inoltre in programma future missioni in cui campioni di rocce marziane saranno prelevati su Marte e riportati sulla Terra, dove potranno essere analizzati con più strumenti e risorse. I piani per le rocce marziane a domicilio sono ancora vaghi, ma le nuove scoperte dovrebbero contribuire a renderli più concreti.

L’impressione è che i ricercatori siano sempre più vicini a trovare una risposta alla domanda che prima o poi ci siamo fatti tutti: c’è vita in qualche altro posto là fuori, oltre il nostro pianeta? Nell’attesa, pensate all’incredibile contesto: abbiamo ideato, progettato, costruito e inviato sonde e robot su un pianeta a 250 milioni di chilometri da noi, sul quale lavorano senza sosta da anni per aiutarci a trovare una risposta alla domanda che ci facciamo da sempre, ancora prima che potessimo concepire tutto questo.

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