Un'operazione di trivellazione gestita da Pemex nel Golfo del Messico, 30 agosto 2013 (OMAR TORRES/AFP/Getty Images)

Le grandi compagnie petrolifere sono sempre più interessate all’America Latina

L'epoca delle nazionalizzazioni è finita, in quei paesi, e c'è invece grande necessità di investimenti stranieri

Un'operazione di trivellazione gestita da Pemex nel Golfo del Messico, 30 agosto 2013 (OMAR TORRES/AFP/Getty Images)

Le più importanti aziende mondiali che si occupano di petrolio ed energia stanno puntando molto sui paesi dell’America Latina, una zona ricca di materie prime e che nel recente passato non era considerata un luogo di particolare interesse a causa delle politiche economiche restrittive dei governi locali e della nazionalizzazione delle risorse. La statunitense Exxon Mobil, l’olandese Royal Dutch Shell e altre multinazionali hanno partecipato di recente alle aste per ottenere il permesso di sfruttare giacimenti sia in Messico che in Brasile, e la tendenza sembra essere in espansione.

L’interesse delle principali compagnie petrolifere occidentali, scrive il Wall Street Journal, è arrivato nel momento in cui diversi paesi latinoamericani, tra cui le due principali economie della regione, Brasile e Messico, hanno avviato politiche economiche meno protezionistiche nel tentativo di compensare la diminuzione della produzione petrolifera. In Brasile, per esempio, il presidente Michel Temer, entrato in carica nel 2016, ha avviato una serie di riforme per rendere più attraenti e sicuri gli investimenti stranieri; in Messico, nel 2013, è stato approvato un emendamento costituzionale che ha aperto ai privati il settore energetico del paese, dopo 75 anni di monopolio di stato.

L’interesse è dovuto anche ad altre ragioni: l’America Latina è infatti una delle poche aree al mondo dove è ancora possibile trovare opportunità di trivellazioni redditizie. Molti paesi con importanti riserve di petrolio e gas, come l’Arabia Saudita e l’Iraq, si affidano soprattutto alle compagnie petrolifere statali, mentre le sanzioni statunitensi hanno creato diversi problemi per gli investimenti in Russia e in Iran. Non resta che l’America Latina, ha riassunto Steve Pastor, presidente delle operazioni petrolifere della compagnia australiana BHP.

Amy Myers Jaffe, esperta del Council on Foreign Relations di Washington, un’organizzazione indipendente statunitense che si occupa dello studio e dell’analisi dei problemi mondiali anche nel settore dell’energia, ha confermato questa tendenza precisando che la tempistica dei primi investimenti in America Latina non è indifferente, poiché stanno emergendo diverse preoccupazioni riguardo la carenza di approvvigionamenti. Il Brent Crude, il petrolio estratto dal Mare del Nord e che ha un valore determinante nello stabilire il prezzo del petrolio sul mercato, questo mese ha superato gli 80 dollari al barile (è la prima volta in quattro anni). La domanda di petrolio nel mondo, inoltre, nel 2018 dovrebbe superare i 100 milioni di barili al giorno (le previsioni sono dell’Agenzia internazionale dell’Energia, Aie).

Il problema degli investimenti in questi paesi potrebbe essere politico. Il caso del Venezuela è l’esempio più evidente: nonostante abbia le maggiori riserve petrolifere del mondo, la produzione del Venezuela è crollata di quasi il 40 per cento negli ultimi cinque anni a causa della crisi economica, finanziaria e sociale che colpisce il paese da almeno tre anni. In Messico il prossimo luglio ci saranno le elezioni presidenziali: Andrés Manuel López Obrador (conosciuto con la sigla AMLO), ex sindaco di Città del Messico, esponente del Movimento di rigenerazione nazionale, di sinistra e nazionalista, è il candidato favorito ed è un oppositore dell’emendamento costituzionale approvato nel 2013.

Da quel momento in poi il Messico ha assegnato 110 contratti a società di 20 paesi diversi negli ultimi tre anni, raccogliendo più di 2 miliardi di dollari. López Obrador ha detto che non intende modificare l’emendamento se sarà eletto, ma non avvierà nuove aste. Lo scorzo marzo durante una manifestazione a Città del Messico, un gruppo di lavoratori della Pemex, l’azienda petrolifera pubblica messicana, che sostengono López Obrador ha appeso degli striscioni in un parco chiedendo «una seconda espropriazione petrolifera» dopo quella del 1938. I cartelli mostravano delle scarpe che davano dei calci al logo della compagnia petrolifera russa Lukoil e a quello della statunitense Exxon con scritto: «Fuori i russi, fuori gli americani, fuori gli stranieri».

Nonostante questa incertezza politica, le compagnie petrolifere spenderanno comunque decine di miliardi di dollari in America Latina nei prossimi anni e questi investimenti costituiranno una parte significativa dei loro piani di crescita. Per tutelarsi dai rischi, alcune di loro hanno stabilito delle collaborazioni con le compagnie petrolifere locali: Exxon e Shell con Petrobras, di proprietà statale del Brasile, l’Australia BHP Billiton Limited con Pemex, compagnia messicana, e già dal 2016.

Wael Sawan, uno dei dirigenti di Shell – che si è aggiudicata nove contratti offshore in Messico e tre in un’area molto ambita del Brasile – ha parlato dei vantaggi legati a un regime fiscale equo di alcuni paesi dell’America Latina, ma ha anche riconosciuto i rischi politici e i possibili cambiamenti visto che nel 2018 ci saranno le elezioni sia in Messico che in Brasile: «Staremo a guardare molto da vicino perché questo influenzerà quanto decideremo di investire nel futuro».

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