Cosa dice la Costituzione sulla nomina dei ministri

Cioè di cosa parleremo per un po', riguardo allo scontro tra Mattarella e Lega-M5S su Paolo Savona: ci sono dei precedenti

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella parla ai giornalisti al Quirinale, Roma, 27 maggio 2018 (ANSA/FABIO FRUSTACI)

La decisione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella di opporsi alla nomina a ministro dell’Economia di Paolo Savona, economista noto per aver teorizzato un piano per fare uscire l’Italia dall’euro e che era stato scelto da Lega e Movimento 5 Stelle, ha avuto come conseguenza uno scontro secondo molti senza precedenti tra un presidente della Repubblica e una maggioranza parlamentare. Il presidente del Consiglio incaricato Giuseppe Conte ha rimesso l’incarico, dopo il colloquio in cui ha presentato la sua lista dei ministri a Mattarella, che poco dopo ha spiegato che l’unico problema era proprio Savona e M5S e Lega si sono rifiutati di proporre una nomina alternativa scelta da loro.

Fin da quando era emersa l’opposizione di Mattarella a Savona come ministro dell’Economia, giornalisti e opinionisti avevano discusso della sua legittimità, opportunità e perfino costituzionalità. A proposito di quest’ultimo aspetto, per togliersi subito il dente, la Costituzione dice all’articolo 92:

«Il Governo della Repubblica è composto del Presidente del Consiglio e dei Ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei Ministri.

Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i Ministri».

Prima cosa importante, quindi: il presidente del Consiglio propone, il presidente della Repubblica nomina. Significa che anche se è la persona incaricata di formare il nuovo governo a presentare i nomi dei futuri ministri, è il presidente della Repubblica a nominarli con quelli che tecnicamente si chiamano Decreti del presidente della Repubblica, e che vengono firmati dal presidente della Repubblica. Dal punto di vista strettamente costituzionale, quindi, Mattarella ha il diritto di decidere di non nominare un ministro: e la Costituzione non indica particolari criteri per esprimere questa discrezionalità. Secondo la maggior parte dei costituzionalisti, questo avviene allo scopo di affidarsi al giudizio del presidente della Repubblica nel proteggere l’Italia, l’unità nazionale, gli italiani.

Massimo Luciani, costituzionalista e presidente dell’Associazione costituzionalisti italiani, ha detto al Corriere della Sera: «Il presidente Mattarella ha esercitato i suoi poteri costituzionali. […] Il presidente ha ritenuto che la scelta di un certo ministro per una posizione chiave del governo mettesse a rischio gli interessi del nostro paese. Questa è una valutazione istituzionale».

Quello di cui si discute comunque non è solo la costituzionalità della decisione di Mattarella – secondo alcuni altri costituzionalisti, invece, la nomina dei ministri dovrebbe essere più o meno automatica – ma anche la sua opportunità politica. Nel suo discorso, Mattarella ha detto che il suo è «un ruolo di garanzia, che non ha mai subito, né può subire, imposizioni», e che al momento della nomina di Conte aveva «fatto presente, sia ai rappresentanti dei due partiti, sia al presidente incaricato, senza ricevere obiezioni, che, per alcuni ministeri, avrei esercitato un’attenzione particolarmente alta sulle scelte da compiere».

Spiegando le ragioni della sua scelta, Mattarella ha detto che i suoi dubbi su Savona ruotavano al fatto che avrebbe portato, «probabilmente o addirittura inevitabilmente», l’Italia fuori dall’euro. Mattarella ha ricordato che non è stato un tema su cui si sia fatta campagna elettorale, aggiungendo di aver deciso pensando ai mercati internazionali, allo spread e alla tutela dei risparmi degli italiani, che sarebbero stati minacciati dalla sola nomina di Savona. Al suo posto, ha detto Mattarella, aveva proposto «un autorevole esponente politico della maggioranza, coerente con l’accordo di programma» (riferendosi probabilmente a Giancarlo Giorgetti della Lega, braccio destro di Matteo Salvini).

Nel recente passato era già successo che un presidente della Repubblica si rifiutasse di nominare un ministro proposto da un presidente del Consiglio incaricato. La differenza, quella che fa sì che questa volta sia stata diversa da tutte le altre, è che allora il presidente del Consiglio incaricato e la sua maggioranza parlamentare avevano preso atto dell’opposizione del presidente della Repubblica e avevano proposto quindi un altro nome: non si erano, in sostanza, “impuntati” come hanno fatto Lega e M5S, che non hanno accettato di cambiare nome facendo saltare il governo prima ancora che nascesse.

Bisogna tenere presente anche che niente di quello che si dicono presidenti del Consiglio incaricati e presidenti della Repubblica è pubblico, a meno che non lo raccontino loro stessi. Quello che sappiamo delle altre volte in cui ci furono scontri simili, quindi, lo avevamo letto sui retroscena giornalistici, che però possiamo considerare in questo caso sufficientemente attendibili perché largamente concordi su come andarono le cose.

Nel 2014, quando Matteo Renzi fu incaricato di formare un governo dal presidente Giorgio Napolitano, propose il nome del magistrato Nicola Gratteri come ministro della Giustizia. Secondo quanto scrissero i giornali, Napolitano si oppose alla sua nomina, per la quale fu poi scelto Andrea Orlando. La motivazione principale, scrissero i giornali, fu che è consuetudine che un magistrato in servizio non possa ricoprire l’incarico di ministro della Giustizia. Ma si disse anche che Napolitano non condividesse l’approccio di Gratteri alla gestione della Giustizia, notoriamente duro e poco garantista, almeno secondo le descrizioni che ne fecero i giornali.

Nel 1994, invece, sempre sul ministero della Giustizia si scontrarono Silvio Berlusconi, al suo primo incarico da presidente del Consiglio, e l’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Berlusconi propose Cesare Previti, allora suo avvocato e notoriamente avverso alla magistratura italiana, in seguito condannato due volte in via definitiva per corruzione. Scalfaro ottenne che Previti finisse al ministero della Difesa. Un terzo caso, meno noto, è quando nel 2001 il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi si oppose alla nomina – di nuovo – a ministro della Giustizia di Roberto Maroni, per via dei suoi processi in corso per un famoso episodio in cui oppose resistenza a una perquisizione nella sede della Lega Nord. Maroni finì al Lavoro, e alla Giustizia fu nominato Roberto Castelli.

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