Come non scrivere

Impariamo a scrivere "scendere" invece di "discendere", "arrivare" invece di "giungere", "andare" invece di "recarsi": la guida di Claudio Giunta

Claudio Giunta, storico e insegnante di letteratura e versatile autore di saggi su soggetti diversi, ha pubblicato un libro intitolato Come non scrivere (Utet) che raccoglie e mette in ordine i corsi di “non scrittura” tenuti all’Università di Trento, “nella convinzione che, come dico agli studenti, non si possa insegnare davvero a scrivere ma si possa almeno dire cosa è meglio non fare quando si scrive”. Questo è uno dei capitoli iniziali, dedicato a una delle più diffuse inclinazioni alla cattiva scrittura e alle antiche responsabilità della scuola nel suo perpetuarsi.

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C’è questa strana contraddizione. A scuola, e poi nelle case, nella vita, più tardi, gli italiani leggono molto Primo Levi e Italo Calvino, due scrittori limpidissimi nel linguaggio, cartesiani, due scrittori che hanno anzi esplicitamente difeso il nitore della scrittura in pagine dedicate al tema. Calvino lo ha fatto più volte, ma soprattutto in un celebre articolo pubblicato sul quotidiano “Il Giorno” dal titolo L’antilingua (1965). L’articolo cominciava con una scenetta, la deposizione di un tale davanti ai Carabinieri e la messa in bella di tale deposizione da parte del brigadiere, che sostituiva ogni parola e ogni giro di frase d’uso corrente con parole e giri di frase alle sue orecchie più eleganti, più scelti, ma in realtà tremendamente goffi:

Il brigadiere è davanti alla macchina da scrivere. L’interrogato, seduto davanti a lui, risponde alle domande un po’ balbettando, ma attento a dire tutto quel che ha da dire nel modo più preciso e senza una parola di troppo: «Stamattina presto andavo in cantina ad accendere la stufa e ho trovato tutti quei fiaschi di vino dietro la cassa del carbone. Ne ho preso uno per bermelo a cena. Non ne sapevo niente che la bottiglieria di sopra era stata scassinata».
Impassibile, il brigadiere batte veloce sui tasti la sua fedele trascrizione: «Il sottoscritto, essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato per eseguire l’avviamento dell’impianto termico, dichiara d’essere casualmente incorso nel rinvenimento di un quantitativo di prodotti vinicoli, situati in posizione retrostante al recipiente adibito al contenimento del combustibile, e di aver effettuato l’asportazione di uno dei detti articoli nell’intento di consumarlo durante il pasto pomeridiano, non essendo a conoscenza dell’avvenuta effrazione dell’esercizio soprastante».

L’antilingua descritta da Calvino è la lingua nemica della chiarezza e della concretezza, satura di formule burocratiche, la lingua che preferisce il verbo ‘recarsi’ al verbo ‘andare’, la perifrasi ‘prodotti vinicoli’ al sostantivo ‘fiaschi’, perché ‘andare’ e ‘fiaschi’ vengono sentiti come troppo vicini al parlato, inappropriati in un testo scritto: e chi non ha un buon controllo del linguaggio scambia spesso la semplicità per sciatteria, mancanza di eleganza, mentre una scrittura semplice è sempre raccomandabile, soprattutto quando si compilano atti ufficiali come una denuncia, o quando si scrive una legge (e basta sfogliare la Gazzetta Ufficiale per vedere che i nostri legislatori non seguono affatto i consigli di Calvino).

Osservato da questo punto di vista, il problema dell’antilingua è molto più serio di quanto il tono scherzoso di questo articolo lascerebbe immaginare perché, come osserva più avanti Calvino, questa lingua artificiale, fasulla, è il sintomo di un rapporto sbagliato non solo con il linguaggio ma con la vita e con se stessi. Chi parla o scrive così vuole darsi un’aria di importanza, vuol essere più di quel che è realmente, vuole mettersi su un piano diverso e più alto dei suoi interlocutori. Loro, poveretti, dicono ‘andare’, ‘trovare’, ‘cena’, mentre noi, l’autorità, diciamo ‘recarsi’, ‘incorrere nel rinvenimento’, ‘pasto pomeridiano’.

Il problema, insomma, non è solo linguistico ma è etico, è civile: adoperato a questo modo, il linguaggio non serve, come dovrebbe, a comunicare, a farsi capire, ma al contrario serve a tenere a distanza, a mettere una barriera tra sé e gli altri. Caratteristica principale dell’antilingua, scriveva Calvino,

è quello che definirei il «terrore semantico», cioè la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per se stesso un significato, come se «fiasco» «stufa» «carbone» fossero parole oscene, come se «andare» «trovare» «sapere» indicassero azioni turpi. Nell’antilingua i significati sono costantemente allontanati, relegati in fondo a una prospettiva di vocaboli che di per se stessi non vogliono dire niente o vogliono dire qualcosa di vago e sfuggente.

Sono cose che vi suonano famigliari? Anche voi avete letto che ‘Si è verificato un sinistro’ al posto di ‘C’è stato un incidente’? Anche voi avete scritto ‘Mi reco dal direttore’ anziché ‘Vado dal direttore’? È perché siete anche voi abitanti dell’antilingua, come tutti.

Quanto a Primo Levi, delle sue idee sulla lingua parla in particolare in un capitoletto dell’Altrui mestiere intitolato Dello scrivere oscuro, che raccomanda appunto la virtù della chiarezza:

… vorrei aggiungere che a mio parere non si dovrebbe scrivere in modo oscuro, perché uno scritto ha tanto più valore, e tanta più speranza di diffusione e di perennità, quanto meglio viene compreso e quanto meno si presta ad interpretazioni equivoche […]. La scrittura serve a comunicare, a trasmettere informazioni o sentimenti da mente a mente, da luogo a luogo e da tempo a tempo, e chi non viene capito da nessuno non trasmette nulla, grida nel deserto. Quando questo avviene, il lettore di buona volontà deve essere rassicurato: se non intende un testo, la colpa è dell’autore, non sua. Sta allo scrittore farsi capire da chi desidera capirlo: è il suo mestiere.

Sono considerazioni di buon senso, ma – val la pena di osservarlo – nell’articolo di Levi non c’è solo del buon senso. C’è anche, a un certo punto, un giudizio molto limitativo sulla poesia di Pound («Personalmente, sono stanco anche delle lodi elargite in vita e in morte a Ezra Pound») e una rispettosa presa di distanze dal «disarticolato balbettio» delle ultime poesie di Celan. Per dire, di passaggio, che anche l’aura di venerazione che si è creata intorno a certe incomprensibili poesie del Novecento potrebbe riflettere più lo snobismo dei professori – il cui incubo peggiore è apparire attardati o ingenui ammettendo di non capire, e che all’incomprensibilità pagano quindi spesso un ipocrita omaggio – che la qualità letteraria di quei testi.

Tra l’altro, sull’insoffribile Pound il giudizio di Levi combacia con quello di Nabokov (nonché, se a qualcuno interessa, col mio): «Negli anni Venti e Trenta non ho mai subito, come invece è successo a tanti miei coetanei, le radiazioni della poesia di Eliot, non certo di prim’ordine, o di quella di Pound, sicuramente di second’ordine. Li ho letti a stagione inoltrata, intorno al 1945, nella stanza degli ospiti di un amico americano, e non solo mi hanno lasciato del tutto indifferente, ma non ho capito perché si debba perdere tempo con loro». Naturalmente per essere così sinceri bisogna essere molto sicuri di sé, qualità che Nabokov possedeva in sommo grado.

Ma tornando alla strana contraddizione di cui dicevo sopra: due degli scrittori più noti e più amati, quelli che si leggono sin dalle scuole medie, quelli che ‘chiudono i programmi’ alle superiori, adoperano sempre una lingua trasparente, e – come abbiamo visto – raccomandano agli altri di adoperarla; ma poi molti italiani, quando scrivono, fanno tutto il contrario: complicano inutilmente il discorso, si creano inutilmente delle difficoltà, vanno a caccia della forma elegante finendo per risultare incomprensibili o ridicoli. Ne vedremo degli esempi.

La teoria dell’eleganza di Lina Presotto
Parte della responsabilità di questo sciocco, ingiustificato scrivere oscuro è purtroppo della scuola. La scuola reagisce giustamente alla sciatteria, alla proiezione senza filtri della lingua parlata (o della lingua delle chat) sulla lingua scritta, ma lo fa spesso in un modo sbagliato, trasmettendo l’idea che il bello stile sia un po’ come l’abito della festa, qualcosa che rende più piacevole l’apparenza senza cambiare la sostanza che sta sotto: lo stile che fa dire ci sono ma fa scrivere vi sono, che fa dire esempio ma fa scrivere esemplificazione, che fa dire andiamo alla fiera ma fa scrivere ci recheremo all’evento fieristico.

Qualche tempo fa sono stato invitato a una specie di saggio di fine anno di studenti delle superiori, e sull’invito c’era scritto tra l’altro che sarebbero state proiettate delle «immagini fotografiche». Ho chiesto all’organizzatore se non si poteva scrivere «delle fotografie», e lui mi ha risposto che sì, si poteva, «ma fotografie lo dice mio nipote di dieci anni…». Come dargli torto? Speriamo solo che il ragazzino cresca in fretta, e impari.

È un problema nuovo? Si scriveva meglio una volta? No, non è un problema nuovo. Ma certamente sì: si scriveva meglio una volta, quando si scriveva di meno, e soprattutto quando gli scriventi erano di meno. Ma leggendo le riflessioni sulla lingua degli scrittori del passato ci si accorge che il problema dello ‘stile fiorito’, della complicazione inutile scambiata per profondità, è un vecchissimo problema. L’antilingua c’era già prima che Calvino la scoprisse. L’aveva già ben individuata e descritta, per esempio, quello scrittore sommo che è stato Alberto Savinio. In una voce della sua Nuova enciclopedia, Savinio racconta del modo in cui parlava la sua vecchia donna di servizio:

Lina Presotto, la mia formosa e alacre domestica […], parlando con me o mia moglie o con i miei figli usava il verbo aspettare, ma al telefono usava il verbo attendere. È bene dire subito che non la sola Lina Presotto pensa che attendere sia più elegante di aspettare, né lei sola divide la lingua in due categorie distinte, una da usare in famiglia, l’altra con gli estranei e comunque la gente di maggior riguardo. La stessa distinzione si fa tra giungere e arrivare, considerato popolare questo e aristocratico quello, tra mandare e inviare, tra comprare e acquistare, ecc. […]. Questa strana teoria dell’eleganza è praticata nonché da Lina Presotto […] da tutte le colleghe di Lina Presotto; e oltre a ciò dagli sceneggiatori di soggetti cinematografici, da molti commediografi, da quasi tutti i traduttori di lavori stranieri e così pure dai traduttori di dialoghi cinematografici. Tu, lettore, quando tua moglie sta per arrivare a tavola col piatto della pastasciutta, dici forse ai tuoi figlioli: «Attendete, ella è per giungere»? È per questo che quando senti quell’elegante parlare al cinematografo o a teatro, non riconosci più la tua lingua, non sei convinto di quello che senti, ma però – diciamo la verità – invece d’incolpare l’inintelligenza e volgarità dell’autore, ti lasci mordere dal dubbio che la colpa sia tua, e che per essere ‘distinto’ ti tocca parlare anche a te a quel modo ‘fuori del comune’ […]. Ora, questa strana teoria dell’eleganza non si ferma a Lina Presotto, agli sceneggiatori di soggetti cinematografici, ai traduttori di commedie ungheresi, ma sale alle regioni illustri, crea la ‘preziosa’ lingua di D’Annunzio e dei dannunziani, ispira coloro che scrivono ‘scelto’, che scrivono ‘sontuoso’, che scrivono ‘aulico’, e che nella nostra letteratura sono, e soprattutto erano tanti.

Perché ‘attendere’ al posto di ‘aspettare’? Perché ‘giungere’ al posto di ‘arrivare’? Perché – potremmo continuare l’elenco all’infinito – ‘effettuare una ricerca’ al posto di ‘cercare’? Perché ‘varie tipologie di carrozzerie’ anziché ‘vari tipi di carrozzerie’? Per scrivere elegante. Savinio non se la prende tanto con chi parla o scrive male quanto con chi, nel parlare e nello scrivere, si traveste, indossa un abito che non è il suo, l’abito della festa, adopera un linguaggio artefatto, e applica insomma alla lingua una «strana teoria dell’eleganza», una teoria secondo la quale in determinati contesti (per esempio parlando con la «gente di maggior riguardo») bisogna darsi un tono e usare parole e frasi che mai si userebbero nella conversazione con persone meno importanti.

All’inizio, Savinio se la prende dunque con la sua «formosa e alacre domestica» Lina Presotto, e il tono è chiaramente scherzoso. Ma poi il discorso si fa più serio, e, in una pagina successiva, Savinio osserva che quest’uso «sontuoso» e «aulico» della lingua, che rende ridicoli molti film contemporanei (Savinio scriveva negli anni Quaranta), ha radici nella lingua letteraria italiana: e qualche colpa ce l’hanno, oltre a D’Annunzio, che Savinio detestava, anche grandi autori come Manzoni e Leopardi. «La bellezza della Ginestra – scrive – a me la guasta quel verso nel quale il Vesuvio è chiamato sterminator Vesevo». Si può non essere d’accordo circa il giudizio su Leopardi, perché Savinio confonde con un po’ di arbitrio il linguaggio quotidiano e il linguaggio poetico del primo Ottocento (che per tradizione, una tradizione dalla quale proprio Leopardi comincia ad allontanarsi, doveva distinguersi dal linguaggio quotidiano); ma non si può non essere d’accordo sul fatto che tutti i tentativi di darsi un tono di eleganza, scrivendo o parlando in contesti ufficiali, hanno l’unica conseguenza di farci risultare ridicoli. Se nella lingua quotidiana diciamo ‘aspettare’, o ‘problema’, o ‘tema’, o ‘tipo’, non c’è alcuna ragione, rivolgendoci a «persone di riguardo», di dire o di scrivere ‘attendere’ o ‘problematica’ o ‘tematica’ o ‘tipologia’. «Perché – scrive Savinio – fine della lingua non è di esprimere in maniera aulica o estetistica poche idee, limitate, obbligate, e ambigue quando non addirittura false, ma di farsi strumento preciso, duttile, ‘inappariscente’ soprattutto di tutto quanto una mente profonda, sottile e osservatrice può pensare».

La teoria dell’eleganza a scuola
Negli stessi anni in cui Savinio scriveva gli articoli della Nuova Enciclopedia, il filologo Enrico Bianchi osservava che questa riluttanza a scrivere in maniera normale e questa smania di scrivere ‘scelto’ vengono inculcate ai ragazzi già nella scuola elementare. Col che torniamo al problema della scuola. La bambina – osserva Bianchi – scrive nel suo diario «il viso della Madonna», e il maestro corregge: «Trattandosi della Madonna, meglio volto». Commenta Bianchi:

In questi ultimi tempi, ho avuto occasione di leggere numerosi diari di bambini tra i sei e i nove anni, e ho dovuto convincermi che correzioni come quella di viso in volto sono, nella scuola elementare, non solo frequenti, ma pressoché normali. Un bambino scrive: Oggi ho fatto arrabbiare la mamma; e il maestro corregge: “dirai: ho fatto inquietare; arrabbiano soltanto i cani”; un altro: il babbo mi ha portato al cinematografo; e il maestro: “mi ha condotto; si porta soltanto in collo o sulle spalle”; un altro: ho passato le vacanze al mare; e in margine: “ho trascorso”; e un altro: non ho avuto tempo di far le lezioni; e in margine: “di eseguire i compiti” […]; e infine: lo domandò alla mamma e la mamma gli rispose; e in margine: “ed ella gli rispose; evita le ripetizioni” […]. Alle parole vive e vivaci, che il bambino trova sulla punta della penna, il maestro tende a sostituire parole ed espressioni barboge, di una lingua letteraria piatta e senza colore. Secondo questo criterio, lo scolaro scriverà bene, quando saprà conformarsi a quello che insegnano, o meglio insegnavano, le grammatiche e i vocabolari ‘canonici’ di cent’anni fa […]. Il vezzo di sostituire parole o frasi ‘di lingua’ a quelle comuni è rimasto in quelle menti, accompagnato da pregiudizi di ogni genere. È rimasto e, purtroppo, rimarrà; perché non è a dire quanto sia difficile che quei pregiudizi, una volta entrati nelle menti di bambini, trovino poi la via di uscirne.

Dunque anche all’epoca di Savinio e Bianchi a scuola s’insegnava un anodino italiano castigato che non era affatto più corretto di quello adoperato spontaneamente dagli studenti – ‘il babbo mi ha condotto al cinematografo’ non è più giusto di il babbo mi ha portato al cinematografo’ – ma in compenso metteva nelle loro teste l’idea nefasta che scrivendo fosse necessario usare parole come si deve al posto di quelle «vive e vivaci» che spontaneamente avrebbero usato. Memoria personale: qualcosa del genere successe a me quand’ero studente alle superiori, e nel mio tema sulla Vita nova scrissi che in quel libro si confondevano «l’amore per Dio e l’amore per una ragazza». Non ‘ragazza’, mi corresse l’insegnante: ‘fanciulla’. Ma la verità è che ‘ragazza’ andava benissimo, perché Beatrice quello era – che poi in determinati contesti certe parole auliche facciano ormai tutt’uno con la cosa che esprimono è vero (Beatrice e Laura sono ‘fanciulle’, il portiere ha compiuto una ‘prodezza’, la partita verrà ‘disputata’ a porte chiuse: chi mai usa queste parole al di fuori di questi contesti?), ma questo non vuol dire che quelle parole auliche non si possano sostituire con altre più semplici.

Come mai? Da dove nasce questa attitudine italiana al bello scrivere (che non è bello per niente)? Come mai la lingua parlata italiana deve indossare questa maschera per poter diventare lingua scritta? Per capirlo bisogna riflettere sulla storia linguistica dell’Italia. L’italiano standard, l’italiano dell’uso, è una lingua che, prima dell’Unità, praticamente non esisteva. Esisteva una lingua letteraria scritta fondata su un canone molto selezionato di autori soprattutto toscani del Trecento e del Cinquecento, una lingua che pochi intellettuali padroneggiavano. Ed esistevano i dialetti, che venivano adoperati per la normale comunicazione orale non solo dalle persone del popolo ma anche dagli intellettuali nati al di fuori della Toscana. Con gli amici Alessandro Manzoni parlava in milanese. Alla corte dei Savoia si parlava piemontese (o francese). Perciò dopo l’Unità d’Italia, come ha spiegato Tullio De Mauro, «vincere la battaglia contro l’uso esclusivo del dialetto parve possibile soltanto a un prezzo: quello di imporre agli allievi di rifuggire sistematicamente da ogni elemento lessicale e da ogni modulo sintattico usato nel linguaggio parlato, sia in quello orientato verso il dialetto sia, dal momento in cui presero a formarsi le varietà regionali, in quello orientato su queste». Conseguenza: «l’antiparlato, o meglio il parlare ‘come un libro stampato’ è stato l’ideale linguistico più diffuso nella scuola media».

Sui guasti di questo cattivo ideale linguistico non è difficile trovare testimonianze relative agli anni ai quali De Mauro si riferisce, cioè al periodo post-unitario, quando nella capitale, Torino, si ridisegnò il sistema dell’istruzione del nuovo Regno. Un intellettuale particolarmente attento a questi problemi, Ferdinando Martini (1841-1928), riflette nella premessa a un’antologia scolastica sulle conseguenze che la frizione tra il dialetto e la lingua dei classici malamente appresa in classe aveva nel modo d’esprimersi degli scolari e (nel brano che segue) delle scolare:

Le alunne, uscite di fresco dalle scuole elementari e tuttavia assuefatte a pensare nel proprio dialetto, dovevano per scrivere in italiano tradurre le forme spontanee del pensier loro nella scarsa lingua comune stentatamente tesoreggiata; e, ciò fatto, sostituire alla frase usuale quella presa ad imprestito dal Trecento aureo o dal Cinquecento magnifico. Figuratevi un po’, con questo tradurre e ritradurre, quanto al pensiero da ultimo rimanesse della ingenuità sua.

In questo modo, osserva Martini, la scuola diventa un luogo in cui, anziché imparare a raffinare e a esprimere con parole adeguate le proprie idee, si ripetono a pappagallo le parole (e quindi le idee) altrui. Su come praticamente venisse impartita questa lezione di conformismo informa lo stesso Martini:

[Dagli] Esempi di bello scrivere del Fornaciari si dovevano trascegliere «le parole ed i modi» per servirsene a inzeppare eleganze nei componimenti […]; e chi più ne inzeppava era il più bravo. Dio guardi a dire mi son messo a studiare, poniamo, la prosodia. Come usava il Salvini? Mi sono addato. Dunque: mi sono addato alla prosodia. — Io credo? Neanche per sogno. M’è avviso, son di credere come insegna il Giambullari. Peggio poi, chi osasse dare un tuffo nel volgare e finire una lettera col sono tuo affezionatissimo amico. Il commendatore Annibal Caro era stato forse al mondo per nulla? Non aveva egli scritto mi ti do e dono per amicissimo? e ci dovevamo dare e donare per amicissimi anche noi altri.

«Discendere dal lato opposto» e altre false eleganze
Ordine, perspicuità, chiarezza. Non erano queste le virtù che la scuola dell’Ottocento mirava a inculcare nei ragazzi. Ma se si leggono certi libri scolastici che circolano oggi nelle classi si tocca con mano che le cose non sono cambiate tanto. Ecco per esempio come uno di questi libri parla di Parini:

Parini offre il suo contributo attraverso la satira, un genere che si avvale di elementi espositivi ed enunciativi specifici, come di artifici retorici allusivi che coinvolgano il fruitore in un processo di decodifica anche emotivo.

Lo studente non ha ancora letto una riga di Parini, ma già deve farsi largo nel fumo degli «elementi espositivi ed enunciativi specifici», già deve mettere se stesso nei panni del «fruitore» (‘lettore’ non andava bene? Da quando si ‘fruisce’ la letteratura, anziché leggerla?), già deve attrezzarsi per un «processo di decodifica anche emotivo», qualsiasi cosa questo significhi.

Come si vede, prima di fare le pulci alla cattiva scrittura degli studenti, ci sarebbe tutto un ‘italiano dei professori’ da alleggerire dei suoi orpelli, delle sue inutili complicazioni. L’italiano dei professori, o degli aspiranti professori. Memoria (e vergogna) personale. Mia nonna, classe 1909, parlava fluentemente il dialetto torinese, mentre con l’italiano si arrangiava, cioè lo parlava traducendosi dal dialetto, e quindi riempiendolo di forme e parole dialettali (chiamava per esempio ‘grilletto’, dal piemontese grilèt, la ciotola dove si mescola l’insalata, e io fino all’università ho creduto che ‘grilletto’ per ‘ciotola’ fosse italiano standard; un giorno a Firenze, a casa di amici, mentre si apparecchiava la tavola, ho capito con un certo imbarazzo che non era così). Arrivato alle scuole medie, io ero già un insoffribile professorino, e una volta, sentendole dire che «quelli del negozio hanno portato le mele», io la corressi precisando che bisogna dire «hanno consegnato le mele». Correzione, si capisce, demenziale, perché ‘hanno portato le mele’ va benissimo. Ma a quell’età (e per un pezzo dopo) anch’io ero convinto che per parlare bene occorresse parlare scelto, e bandire tutte le parole d’uso più comune, come il verbo ‘portare’.

Invece no, non c’è da bandire un bel niente, non c’è nessun abito della domenica da indossare, quando si scrive. Ascoltiamo i suggerimenti di Calvino e di Savinio e, quando scriviamo una tesi, un articolo, un saggio, adoperiamo di preferenza (di preferenza: non sto dicendo che questi suggerimenti debbano diventare Leggi) parole semplici, usuali, quotidiane anziché parole dotte (o che si suppongono tali).
[…]

Un discorso a parte meriterebbero i verbi avere’ ed essere’, che vengono percepiti come troppo semplici, troppo quotidiani, e sostituiti quindi spesso con costituire’, ‘rappresentare’, ‘risultare’. Ma scrivere ‘Questo è un problema’ va benissimo, non c’è bisogno di scrivere ‘Questo rappresenta un problema’. Scrivere ‘La strada di Swann è una parte della Ricerca di Proust’ va benissimo, non c’è bisogno di scrivere ‘La strada di Swann costituisce una parte della Ricerca di Proust’. Scrivere ‘Anche il secondo romanzo dell’autore è interessante’ va benissimo, non c’è bisogno di scrivere ‘… risulta interessante’. Scrivere (cito da un’antologia scolastica):

Quello che abbiamo letto costituisce un inserto saggistico nel quale il narratore compie una digressione sull’evoluzione del movimento operaio.

Significa complicare inutilmente la vita a sé e al lettore, e non avere neanche un po’ di orecchio: ‘Quello che abbiamo letto è un inserto saggistico’; e ‘fa una digressione’, non ‘compie una digressione’: questa è antilingua!

Adesso mi pare che questa smania per la sostituzione colta abbia investito anche il povero avverbio ‘più’; sempre più spesso si trovano scritte frasi come «Ci sono problemi maggiormente complessi» o «Occorre una politica maggiormente aperta»: ma in entrambi i casi non c’è alcuna ragione di preferire il nuovo ‘maggiormente’ al vecchio ‘più’, che va benissimo.

Attenzione, ripeto: non sto dicendo che non bisogna mai scrivere ‘recarsi’ o ‘optare’ o ‘decesso’ o ‘maggiormente’; sto dicendo che quando si scrive per farsi capire è meglio optare (ecco…) per la parola o il costrutto più semplice. In un manuale di storia potremo scrivere che ‘Chamberlain si rese conto troppo tardi che, recandosi all’incontro con Hitler, avallava in pratica l’operato del dittatore nei Sudeti’; in un comunicato-stampa potremo scrivere che ‘Il decesso dell’attentatore è avvenuto pochi minuti dopo’; e, se siamo dei medici, potremo scrivere che ‘dai controlli effettuati non risultano ulteriori patologie’. Ma in contesti non formali (e-mail, lettera, articolo di giornale, tesina o tesi, relazione o saggio non specialistico) è meglio usare parole più comuni: ‘andare’ invece che ‘recarsi’, ‘morte’ al posto di ‘decesso’, ‘fare’ invece che ‘effettuare’.
[…]

Comune a gran parte delle persone che scrivono, e tanto più frequente quanto più chi scrive è insicuro, è la tendenza a adoperare un sintagma composto da un verbo generico seguito da un sostantivo astratto che ne precisa il significato al posto del verbo appropriato.
Per esempio:

Nei romanzi italiani è possibile fare l’incontro…
 Nel pomeriggio, ci siamo dedicati allo studio della lezione…

Ma perché mai? Sono complicazioni inutili. Usiamo invece il verbo che corrisponde all’azione che vogliamo indicare:

Nei romanzi italiani è possibile incontrare… Nel pomeriggio abbiamo studiato la lezione…

Un discorso a parte meritano gli arcaismi e gli aulicismi. In uno dei suoi libri più belli, Fiori italiani, lo scrittore Luigi Meneghello racconta la sua educazione scolastica:

Non so se gli insegnanti lo sapessero, ma il vero centro dell’educazione che ci era impartita stava proprio lì, nel farci imparare per vie intuitive, a orecchio, l’astrusa lingua della ‘poesia’ […]. Peccato che ciò che s’imparava nella fattispecie fosse di così scarsa rilevanza intrinseca ai fini delle successive avventure linguistiche e intellettuali del secolo: peccato, perché lo si imparava bene, come per un dono del dio delle lingue, quasi in un processo biologico per il quale sembravano nati. Era la lingua aulica della tradizione, nella sua versione ottocentesca: quella di creommi, appo le siepi, mi rimembra, cotanta speme, sarammi allato, risovverrammi.

Nessuno oggi, scrivendo, adopera forme arcaiche o poetismi come ‘speme’, o ‘alma’, o ‘mi rimembra’. Farebbe ridere. Di fatto, forme del genere vengono usate, nei libri o nei film o in tv, quando si vuole far sorridere il lettore o lo spettatore. È il caso di uno dei protagonisti del film Pane e tulipani, il personaggio interpretato da Bruno Ganz, che è islandese ma ha imparato l’italiano leggendo Ariosto, e parla come un libro stampato.

O è il caso di uno sketch dei comici Lillo e Greg, in cui Greg imita un giapponese che, in italiano, ha imparato a dire «Ho dovuto memorizzare un notevole numero di lemmi nel vostro italico idioma onde far fronte alla mia reiterata presenza nell’italico stivale», ma non sa dire altro.

Ma non pochi, soprattutto tra i reduci del liceo classico (alcuni proprio per far vedere che hanno fatto il liceo classico), pensano che scrivere elegante voglia dire scrivere adoperando parole desuete come quelle su cui ironizzava Meneghello. Magari non scrivono ‘appo le siepi’ o ‘mi rimembra’, ma scrivono ‘altresì’ invece di ‘anche’, ‘orbene’ invece di ‘dunque’, ‘allorquando’ invece di ‘quando’. Mi pare che una propensione del genere si trovi soprattutto tra i giuristi, e la cosa non sorprende: il lessico arcaico conferisce solennità all’espressione, e spesso a chi si occupa di una cosa così importante come la Legge un po’ di solennità piace, o meglio: chi si occupa della Legge ha dovuto passare anni a leggere codici, manuali e trattati molto solenni, scritti in una lingua molto formalizzata e astratta, zeppa di formule arcaizzanti prese di peso dal diritto romano, e spesso il gusto per la lingua scelta lo ha assorbito dall’ambiente come si assorbe un accento dialettale. Ma mi pare che persino la formalizzata lingua dei giuristi farebbe bene ad avvicinarsi all’italiano standard, scrollandosi di dosso un po’ della polvere che ha accumulato nei secoli.

Fin qui ci siamo occupati soprattutto di vocabolario, di brutte parole. Ma si sa che i danni peggiori si verificano quando le brutte parole si mettono insieme. Allora le difficoltà si moltiplicano, e la nebbia cala su periodi interi, inzeppati di perifrasi superflue, di catene di parole astratte. Resistiamo, semplifichiamo:

Ho scelto di frequentare l’università per ottimizzare le mie chances di inserimento nel mondo del lavoro → Ho scelto di fare l’università per avere qualche possibilità in più di trovare un buon lavoro, una volta laureato; Uno dei motivi che mi hanno spinto a iscrivermi a Lettere va ricercato nell’interesse che ho sempre nutrito per le discipline costitutive del piano di studi → Uno dei motivi per cui mi sono iscritto a Lettere è che le materie che vi si insegnano mi interessano/mi sono congeniali; Al fine di non disturbare gli altri viaggiatori [annuncio Trenitalia] → Per non disturbare gli altri viaggiatori; Qualora foste interessati a dei primi fuori lista → Se siete interessati a dei primi fuori lista o ancora meglio Ci sono anche dei primi fuori lista; Rispondi al quesito avvalendoti di adeguati riferimenti al testo [da un manuale scolastico] → Rispondi alla domanda con opportune citazioni dal testo; I fattori di difficoltà posti dalla sua scrittura sono numerosi [da un manuale scolastico] → La sua scrittura è spesso complicata, oscura; Il provvedimento del Tribunale di sorveglianza, infine, è carente di motivazione sotto il profilo della attualizzazione della valutazione sulla pericolosità del soggetto [da una sentenza della Corte di cassazione] → Il provvedimento del Tribunale non motiva a sufficienza il suo giudizio circa l’attuale pericolosità del soggetto o ancora meglio, in un Mondo Ideale: Il provvedimento del Tribunale non spiega a sufficienza perché il soggetto sarebbe ancora pericoloso.

È solo un assaggio. Torneremo tra poco su questi arzigogoli parlando di sintassi. Per ora, tornando alla metafora della scrittura come abito, possiamo concludere così: vestitevi bene, con cura e decoro, ma non sfoggiate l’abito della festa come facevano una volta i campagnoli che andavano in città una volta l’anno. Quelli della città li guardavano e ridevano. «Non importa che l’abito sia fino – dice il proverbio – purché sia pulito».

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