Otto cose sulle carceri italiane

Aumentano i suicidi e il sovraffolamento mentre scende molto il tasso di detenzione degli stranieri, emerge dal rapporto annuale dell'associazione Antigone

(ANSA TATYANA ZENKOVICH)
(ANSA TATYANA ZENKOVICH)

L’associazione Antigone, che si occupa di tutelare i diritti delle persone che si trovano in carcere, ha pubblicato il suo XIV Rapporto sulle condizioni di detenzione. Il rapporto, oltre a mettere in ordine dati, numeri, leggi e circolari dell’amministrazione penitenziaria, racconta le storie, le criticità, «lo sforzo degli operatori ma anche il senso di insicurezza delle persone che ogni giorno, ogni ora di vita detentiva non sanno bene quello che potrebbe accadere il giorno dopo o l’ora successiva».

Nel rapporto c’è una sezione di approfondimento dedicata al progetto di riforma delle carceri del giugno 2017 e ai conseguenti decreti delegati. Lo scorso 16 marzo il Consiglio dei ministri aveva approvato uno di questi decreti che, tra le altre cose, prevede l’estensione della possibilità di accedere alla misure alternative. Per diventare esecutivo il testo deve essere esaminato dalle commissioni parlamentari, ma l’assenza di un governo sta complicando le cose, così come la contrarietà del Movimento Cinque Stelle, di Forza Italia e della Lega ad accelerare i tempi: la delega scadrà il prossimo 3 agosto. Antigone dice quindi che il 2017 «avrebbe dovuto essere l’anno della “svolta” per il sistema penitenziario italiano» ma non lo è stato.

Abbiamo raccolto di seguito altri dieci punti interessanti dal loro rapporto.

Il sovraffollamento è tornato
Nel 2017 Antigone ha visitato 86 delle 190 carceri in giro per l’Italia: 36 nel nord, dalla Valle d’Aosta alla Romagna, 20 in centro Italia e 30 tra il sud e le isole. Il carcere più grande è quello di Poggioreale, Napoli, che ospita ormai oltre 2.200 detenuti.

Nel corso dell’ultimo anno i detenuti in più sono circa 2.000: in totale sono passati da 56.289 (marzo 2017) a 58.223 (marzo 2018). Questo aumento non ha avuto le stesse conseguenze ovunque e in alcuni istituti «la situazione sta diventando invivibile».

Tra gli istituti più sovraffollati ci sono quello di Como, che ha un tasso di affollamento del 200 per cento, e Taranto con un affollamento del 190,5 per cento: «In entrambi la situazione è preoccupante. Como in taluni casi non è adempiente alle recenti disposizioni in materia di spazi, con l’utilizzo di celle da 9 metri quadri scarsi per 3 detenuti».

Il 34 per cento dei detenuti è in custodia cautelare e quindi in attesa di una sentenza definitiva: un dato in leggero calo rispetto all’anno scorso. I reati per cui le persone sono detenute sono prevalentemente contro il patrimonio (24,9 per cento), seguiti dai reati contro la persona (17,7 per cento) e da quelli previsti dal testo unico sugli stupefacenti (15,2 per cento). Tra gli stranieri i reati contro la persona sono meno frequenti rispetto agli italiani, mentre lo sono di più quelli per violazione della legge sulle droghe.

Il 4,9 per cento dei detenuti è in carcere per condanne fino a un anno, e la percentuale sale al 7,1 per cento se si considerano i soli stranieri: «Si tratta di un dato piuttosto elevato se si pensa alle molte alternative alla detenzione possibili per chi ha subito una condanna così lieve». Al contrario gli stranieri sono meno rappresentati tra quanti hanno subito condanne più lunghe. Gli ergastolani sono il 4,6 per cento di tutti i detenuti e solo lo 0,8 per cento dei detenuti stranieri. La differenza tra italiani e stranieri per i reati commessi e per le pene subite si rispecchia anche sull’età, che è mediamente più elevata tra gli italiani. Ha più di 45 anni il 36,6 per cento di tutti i detenuti, ma il 16,9 per cento dei detenuti stranieri.

Il lavoro è in realtà un’occupazione del tempo
L’attività lavorativa e la formazione professionale sono fondamentali per la vita delle persone detenute e dovrebbero aiutarle ad acquisire capacità e competenze specifiche che possano poi essere usate nel lavoro una volta usciti.

Il tasso di occupazione in carcere è pari al 30 per cento, la metà di quello della popolazione libera. In carcere nel 2017 hanno lavorato 18.404 persone (31,95 per cento del totale), con percentuali omogenee nelle diverse aree geografiche. Solo il 2,2 per cento dei detenuti lavora per datori di lavoro diversi dall’amministrazione penitenziaria. Alcuni di questi sono in semilibertà e altri escono nelle ore lavorative per recarsi al lavoro. Coloro che invece lavorano per datori di lavoro esterni ma restando all’interno del carcere sono 949 (l’1,7 per cento del totale della popolazione penitenziaria).

Le altre 17 mila persone censite dall’amministrazione penitenziaria come “lavoranti” sono alle dipendenze dell’amministrazione stessa e per la maggior parte (l’82 per cento) impegnate nei servizi di istituto (pulizia, distribuzione del vitto, alcune mansioni di segreteria). «Lavori svolti a turnazione e senza alcuna spendibilità nel mondo del lavoro esterno. Più che lavori dunque, occupazioni del tempo».

Ci sono percentuali molto basse anche per quanto riguarda i corsi di formazione, che coinvolgono solo il 3,8 per cento dei detenuti. Nel 43 per cento delle carceri visitate dall’Osservatorio di Antigone – su cui si basa poi il rapporto – non è attivo nessun corso di formazione professionale.

La vivibilità è problematica
Nel 69,4 per cento degli istituti visitati non vengono garantiti i 6 metri quadrati di spazio vitale che il Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura ha definito come standard minimo per i detenuti. Nell’8,1 per cento delle strutture il riscaldamento in cella non è funzionante e nel 43 per cento delle celle manca l’acqua calda. Nel 58,1 per cento dei casi le celle non dispongono di docce e in 4 istituti (il 4,7 per cento), dice Antigone, «abbiamo ancora trovato un wc non separato dal resto della cella».

La vivibilità degli spazi è compromessa anche dai limiti nell’accesso alle attività in comune (lavorative, istruttive, formative, sportive, ecc.). Nel 41,9 per cento dei casi non viene garantito accesso settimanale alla palestra e, più in generale, nel 40,7 per cento degli istituti visitati non tutte le celle sono aperte per almeno 8 ore al giorno.

Nel rapporto si fa notare come questi dati descrivano una realtà «in cui molte persone detenute continuano a passare gran parte del loro tempo all’interno di spazi al di sotto degli standard minimi. Questa situazione, oltre a determinare la violazione di vari diritti in capo alle persone detenute, si traduce agevolmente nella manifestazione di problematiche di salute, sia intese come strettamente fisiche che psichiche». Raccogliere i dati sulle varie patologie è molto difficile, per la mancanza di un adeguato sistema di raccolta e sistematizzazione da parte dei vari dipartimenti coinvolti (nel 68,6 per cento degli istituti visitati manca la cartella clinica informatizzata).

In generale si può però affermare che «la popolazione detenuta risulti in media per il 60-70 per cento portatrice di patologie croniche». Trarre conclusioni non è semplice: in che misura è il carcere in sé a causare le patologie? E in che misura il carcere non è in grado di curarle adeguatamente? Questo vale ancora di più quando si considerano i disturbi psichici.

E le persone con disabilità?
Solamente il 30 per cento delle carceri visitate ha spazi adeguati e pensati per accogliere detenuti disabili, «negli altri casi la disabilità diventa l’ennesimo ostacolo ad una vita detentiva degna».

Sono aumentati i suicidi
Il tasso di suicidi (numero dei morti ogni 10 mila persone) è salito dall’8,3 del 2008 al 9,1 del 2017: in numeri assoluti significa passare da 46 morti del 2008 a 52 morti del 2017.

L’integrazione reale ha conseguenze positive sul tasso di detenzione 
Da 2003 gli stranieri residenti in Italia sono triplicati e in termini percentuali si è ridotto di quasi tre volte il loro tasso di detenzione.

Se nel 2003 su ogni cento stranieri residenti in Italia l’1,16 per cento finiva in carcere, oggi lo 0,39 per cento: «Un dato straordinario in termini di sicurezza collettiva che mostra come ogni allarme, artificiosamente alimentato durante la campagna elettorale recente, sia ingiustificato».

Negli ultimi dieci anni gli stranieri detenuti sono diminuiti in termini assoluti di circa 2 mila unità e questo nonostante gli stranieri residenti siano invece due milioni in più rispetto a dieci anni fa.

Nel rapporto si spiega come maggiore è il tempo dal suo insediamento in Italia, minore è il numero dei detenuti che quella comunità esprime: «Ciò accade in quanto quella comunità diventa parte integrante dell’economia e della società italiana. Di conseguenza diminuisce il rischio per i suoi membri di finire in carcere. Cinesi, filippini e ucraini hanno un tasso di detenzione più o meno identico a quello degli italiani. Poco superiore è il tasso di detenzione di moldavi, romeni, etiopi. La regolarizzazione è anche funzionale alla sicurezza del paese, alla riduzione dei crimini. Una maxi regolarizzazione degli attuali irregolari determinerebbe, alla luce dei dati statistici, un’ulteriore riduzione della presenza di detenuti stranieri».

I dati mostrano poi che nei confronti degli stranieri si usa in misura maggiore la custodia cautelare (le percentuali mostrano che man mano che si arriva a condanna la percentuale degli stranieri diminuisce).

Gli stranieri usufruiscono meno di misure alternative a causa di minori risorse economiche, linguistiche, tecniche, sociali e l’assenza di un numero adeguato di interpreti, traduttori e mediatori culturali (ci arriviamo) è una delle cause che porta all’isolamento e alla non attivazione dei percorsi verso l’esterno.

Detenzione femminile
Su un totale di 58.163 detenuti, le donne sono 2.402, cioè il 4,12 per cento. Il tasso è rimasto praticamente stabile negli anni. Su 7.106 detenuti al 31 dicembre 2017 per associazione di stampo mafioso, 134 erano donne. Su 97 donne detenute per reati di prostituzione, 86 erano straniere.

Le donne sono poche, ma ci sono, e l’ordinamento penitenziario è stato invece sostanzialmente pensato per gli uomini e si occupa delle donne solo in quanto incinte o madri. Gli istituti dedicati solo alle donne sono appena cinque (Empoli, Pozzuoli, Roma “Rebibbia”, Trani, Venezia “Giudecca”), mentre nel resto d’Italia la loro detenzione è affidata a reparti separati (52 in tutto) ricavati all’interno delle carceri maschili e dunque con a disposizione il minimo indispensabile.

Per quanto riguarda le detenute madri con figli: secondo i dati del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria oggi sono presenti negli istituti penitenziari italiani in tutto 58 madri con 70 bambini, distribuite in modo equo tra italiane (27 con 34 figli al seguito) e straniere (31 con 36 figli).

Ci sono quasi due detenuti per agente, ma cento detenuti stranieri per poco più di un mediatore culturale
Il personale di polizia penitenziaria rappresenta la maggior parte del personale alle dipendenze del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e il 71 per cento delle sue spese previste per il 2018. A maggio 2017 il personale negli istituti penitenziari era di 31.992 unità. Il numero di detenuti a febbraio 2018 è di 58.163 il che significa quasi due detenuti per agente (1,8 a 1). Un Francia questo rapporto è di 2,5 a 1, in Spagna di 3,3 a 1 e in Germania di 4,2 a 1. La media degli Stati del Consiglio d’Europa è di 3,5 a 1.

I cosiddetti educatori, che seguono il percorso personale ed educativo delle persone detenute per il loro successivo reintegro nella società sono circa il 35 per cento in meno di quelli necessari: «Nel nostro precedente rapporto avevamo già denunciato la mancanza di ben 482 educatori rispetto all’organico, ovvero del 35 per cento in meno dei 1376 previsti. Nel 2017 sono state annunciate diverse assunzioni di educatori e nonostante questo sia un dato certamente positivo, il loro numero è destinato a rimanere insufficiente».

E poi ci sono i mediatori culturali: il decreto del ministero che decideva e ripartiva l’organico degli educatori, stabiliva un organico di 67 mediatori culturali, 67 per quasi 19.765 detenuti stranieri: 1 mediatore ogni 300 detenuti. Gli stranieri non sono poi presenti nelle carceri italiane in modo omogeneo e le cifre variano dai 524 della Calabria (e cioè 1 mediatore ogni 87 detenuti) ai 3.851 della Lombardia (cioè 1 mediatore ogni 642 detenuti). In realtà i mediatori effettivamente presenti nelle carceri sono più di quelli previsti, grazie al lavoro dei volontari e dei professionisti che sono stati inseriti grazie a progetti sovvenzionati da enti pubblici o privati. I mediatori culturali nelle carceri italiane sono dunque 223, ossia pari a 1,13 ogni cento detenuti stranieri: «Nel caso di detenuti maghrebini la percentuale scende allo 0,88 per cento». C’è dunque anche uno squilibrio a seconda delle aree di provenienza dei detenuti: «Si passa infatti da un rapporto di 1 mediatore per 40 detenuti provenienti da Medio ed Estremo Oriente a un rapporto di 1 mediatore per 113 detenuti provenienti dal Nord Africa».

Nelle carceri italiane mancano anche i direttori. Ci sono 189 istituti e a marzo 2018 i direttori erano 151: 38 in meno rispetto al necessario. Di loro, 24 sono responsabili di due istituti e 2 di loro di tre istituti. Attualmente 10 carceri sono in attesa della nomina di un direttore.