Una scuola a Halmstad, in Svezia, nel 2016 (David Ramos/Getty Images)

È meglio educare i bambini senza tener conto del genere?

In Svezia da vent'anni le scuole dell'infanzia trattano maschi e femmine allo stesso modo, e oggi si cominciano a vedere alcuni risultati

Una scuola a Halmstad, in Svezia, nel 2016 (David Ramos/Getty Images)

Le bambine sono graziose e sensibili in quanto bambine, o perché glielo insegniamo dalla nascita? E i maschi sono più vivaci e prepotenti perché sono maschi, o perché li abbiamo convinti a comportarsi così? Sono domande che sempre più genitori si fanno e che hanno portato a una crescente attenzione su come non assecondare gli stereotipi di genere: per esempio a non vestire le femmine di rosa e regalare bambole anche ai bambini, nel crescere le prime credendo in sé stesse e i secondi a non vergognarsi delle proprie debolezze.

Le cose sono cambiate soprattutto nel modo di educare le bambine, considerato più stereotipato e discriminatorio, e che ha favorito il successo di film con eroine coraggioselibri su donne ribelli, insieme a bambole che fanno le ingegnere anziché le tradizionali estetiste. Anche i bambini sono però forzati in dannosi stereotipi di genere: per esempio i genitori tendono a essere più direttivi con i bambini e proibire loro le cose anziché spiegargliele, e parlano meno delle proprie emozioni con loro, limitandone la ricchezza di linguaggio e la crescita dello spettro emotivo. Da anni vengono condotti studi per stabilire quanto alcuni comportamenti di maschi e femmine siano innati e quanto invece siano insegnati e imposti dalla società, ma per ora non esiste una teoria condivisa da psicologi e studiosi: non esiste quindi certezza su quale sia il metodo educativo migliore e spesso i tentativi di cambiare in modo più o meno drastico quelli attuali vengono molto criticati.

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Uno degli esperimenti più interessanti e radicali è quello della Svezia, il quarto paese al mondo per uguaglianza di genere in settori come lavoro, politica, salute e istruzione. La maggior parte delle scuole dell’infanzia finanziate dallo Stato sono “gender-neutral”, cioè si impegnano a crescere i bambini indipendentemente dal loro genere e in alcuni casi smantellando gli stereotipi. Sono scuole per bambini da uno a cinque anni, di cui i genitori possono usufruire fino a 12 ore al giorno pagando una piccola somma accessibile a tutti. Nel 1998 il governo ha approvato una legge sulla scuola che richiede agli insegnanti, visti come “ingegneri sociali”, di “contrastare i ruoli e modelli di genere tradizionali”, e nel 2012 ha anche introdotto un pronome neutro, “hen”, che è stato prontamente assorbito nel linguaggio comune. In molte scuole gli insegnanti evitano di distinguere collettivamente i bambini per “maschi” o “femmine”, preferendo chiamarli singolarmente per nome e collettivamente con un generico “amici”; altre scuole hanno sostituito bambole e trenini con giochi neutri, altre ancora leggono al posto di Cenerentola e Biancaneve la favole di due giraffe che adottano un cucciolo di coccodrillo abbandonato. Uno studio pubblicato nel 2017 sul Journal of Experimental Child Psychology ha concluso che i bambini educati in questo modo non mostrano una preferenza per compagni di gioco dello stesso genere e sono meno inclini a giudicare in base agli stereotipi; non cambia invece la tendenza nel notare il genere, cosa che potrebbe essere quindi innata.

Il New York Times racconta che in Svezia i primi esperimenti sul genere nelle scuole dell’infanzia vennero fatti nel 1996 a Trodje, una piccola città sul Mar Baltico, per iniziativa di Ingemar Gens: non un educatore ma un giornalista che si dilettava in antropologia e teorie di genere. Aveva studiato a lungo gli uomini che cercavano moglie in Thailandia attraverso siti matrimoniali ed era interessato a smontare l’idea stereotipata del maschio svedese stoico e granitico. Gens propose in due scuole una sorta di strategia compensativa, dove i bambini erano divisi in maschi e femmine e ogni gruppo riceveva gli insegnamenti tradizionalmente dati al genere opposto: i maschi per esempio dovevano massaggiarsi i piedi l’un l’altro, le femmine uscire scalze nella neve e urlare alle finestre. «Cercammo di insegnare ai maschi quello che le femmine già sapevano, e viceversa», spiega Gens, che ora ha 68 anni. Ovviamente venne accusato di indottrinare i bambini. «Risposi che li indottriniamo sempre. Farli crescere significa indottrinarli».

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Tutto partiva da un nuovo atteggiamento degli insegnanti, che dovevano riconoscere e modificare le loro reazioni spontanee ma discriminatorie. Per questo venivano filmati in classe e finivano per scoprire che tendevano a parlare in modo più articolato e complesso con le bambine e ad aspettarsi che si vestissero da sole, mentre aiutavano i bambini a farlo. Ora quei bambini sono cresciuti, hanno circa vent’anni, ed è possibile provare a capire come l’educazione ha influenzato il loro comportamento. Il New York Times ha incontrato Elin Gerdin, una ragazza che ha 26 anni e studia per diventare insegnante. A prima vista Gerdin rispecchia pienamente i canoni del suo genere, ha un aspetto molto femminile e lunghi capelli neri; ma spiega che per lei i modelli di genere, una volta che li si riconosce, sono qualcosa che si può decidere di assecondare o meno: «è una scelta che ho fatto perché io sono così. E io sono così perché sono il prodotto di una società». Racconta anche di essere infastidita dai suoi amici che impongono ai figli gli stereotipi tradizionali, vestendo le femmine in rosa e i maschi in blu, e che cerca di convincerli che stanno facendo un errore.

Dopo i primi tempi la maggior parte delle scuole abbandonò la strategia compensativa per trattare tutti i bambini allo stesso modo, lasciandoli liberi di indossare e di giocare con quello che vogliono. Le storie delle recite vengono riscritte per includere anche femmine protagoniste, e non solo uomini, oltre che famiglie più simili a quelle reali, quindi anche con genitori single, separati o dello stesso sesso. La maggior parte dei partiti svedesi è favorevole a queste politiche di genere, ma ultimamente ci sono state delle polemiche: i Democratici Svedesi, partito di estrema destra che ha preso il 13 per cento alle elezioni del 2014, hanno promesso di eliminare le politiche attente alla neutralità di genere. Alcuni opinionisti sostengono che ci siano genitori contrari a questi metodi ma che spesso si vergognino a dirlo, altri accusano gli educatori di voler negare la natura e imporre un artificioso genere neutro che non esiste. Lotta Rajalin, direttrice di Egalia, una scuola per l’infanzia di Stoccolma, risponde che «le bambine sanno di essere femmine e i maschi sanno di essere maschi. Non lavoriamo sul genere biologico, lavoriamo sull’aspetto sociale» per dare ai bambini l’esperienza «della vita nella sua interezza e non solo di metà».

Non è un obiettivo facile da raggiungere, perché i bambini fuori dalla scuola vivono immersi in una società, a partire dalle famiglie, dove gli stereotipi di genere sono ancora presenti. Elis Storesund, esperta di genere in un’altra scuola per l’infanzia di Stoccolma (una figura richiesta in ogni scuola), spiega che i modelli del mondo riemergono, e capita che i maschi si rifiutino di fare alcune attività come dipingere o ballare; le insegnanti insistono finché li persuadono a non spaccare il gruppo e partecipare. A volte sono gli insegnamenti della scuola a creare problemi fuori, quando modificano il comportamento dei bambini con la contrarietà dei genitori. Il New York Times racconta per esempio di una bambina di due anni, timida, vestita sempre di rosa e che rispondeva alle prepotenze dei compagni piangendo, finché un giorno un compagnò cercò di rubarle un gioco e lei si oppose fermandolo e urlando “NO!”. Da allora divenne sempre più indisciplinata e i genitori si lamentarono perché a casa era disobbediente e provocatoria; «è quello che facciamo qui, e non ci fermeremo», rispose loro l’insegnante.

Al di là dell’aneddoto, è difficile capire quanto questi insegnamenti influenzino davvero i bambini. Alcuni studiosi sono contrari all’uso del pronome neutro perché, dice per esempio a BBC la psicologa Linda Blair, è «tra i tre e i sette anni che i bambini cercano la loro identità e il genere fa parte della loro identità»; altri sono convinti che non abbiano ripercussioni dannose ma che si perderanno nel tempo, a meno che i bambini abbiano una famiglia molto attenta all’argomento e si ritrovino in una società cambiata, lentamente, attorno a loro.

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