L’oro di Tiffany è pulito

Secondo una ricerca di Human Rights Watch è l'azienda che più si sta impegnando per garantire che non sia estratto e lavorato in condizioni disumane

Un minatore in cerca d'oro in Papua Province, Indonesia (Ulet Ifansasti/Getty Images)

Tiffany è l’azienda di gioielli che più si sta impegnando per controllare la provenienza del suo oro e delle sue pietre preziose, stando a una recente ricerca di Human Rights Watch. La ong è da tempo impegnata nella campagna #BehindtheBling, per convincere le aziende a monitorare l’estrazione di oro e pietre per i loro gioielli: non è infrequente che le miniere siano gestite da signori della guerra e da organizzazioni criminali e che vengano impiegati bambini, oltre che adulti, in condizioni disumane.

HRW ha condotto una ricerca sulle 13 principali aziende di gioielli al mondo e stabilito che quella che sta facendo più sforzi per garantire il rispetto dei diritti umani dall’estrazione alla lavorazione è la statunitense Tiffany, a cui ha dato il voto più alto, “forte”. Bulgari, l’unica azienda italiana, Cartier, Pandora e Signet sono state dichiarate “moderate”,  Harry Winston e Chopard “deboli”, mentre Rolex non ha ricevuto alcun voto non avendo fornito i dati richiesti alla ong. L’indagine è stata fatta tenendo conto di dati pubblici e altri inviati dalle aziende.

Tre quarti dell’oro impiegato da Tiffany sono riciclati, il resto proviene da una miniera dello Utah che viene monitorata e che rispetta le regole imposte dall’azienda. Inoltre Tiffany ha migliorato il sistema di controllo della sua catena di fornitori. Anche Pandora e Christ riciclano l’oro, evitando così abusi e nuovi danni ambientali; Cartier si rifornisce, anche se in piccola parte, da una miniera modello in Honduras, mentre Chopard collabora con molte cooperative di minatori in America Latina. Nessuna delle aziende è stata però in grado di tracciare la provenienza di tutto l’oro e di tutte le pietre preziose che rivende: pur avendo delle regole di condotta si affidano solitamente ai controllo dei loro fornitori senza ulteriori verifiche.

Ogni anno solo negli Stati Uniti il mercato di gioielli e orologi preziosi vale 300 miliardi di dollari e la questione della provenienza dei materiali sta diventando sempre più centrale, non solo da un punto di visto etico ma anche di immagine. Circa metà dei clienti sono infatti millennials, la generazione nata dopo gli anni Ottanta, che è sempre più preoccupata dagli aspetti etici di quello che compra, spiega Jo Becker, direttore della sezione di HRW che si occupa dei diritti dei bambini. Ha anche aggiunto che, stando a una ricerca dell’azienda di diamanti De Beers fatta su 75.000 clienti, «il 36 per cento dei millennials dice che l’eticità della provenienza dei materiali è l’aspetto per cui sono meno disposti a scendere a compromessi nell’acquisto di un diamante».

Un diamante non è per sempre

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