La luce dei lampioni, o dei tram

Come inizia la ricerca di Adriano Sofri su un trascurato mistero della "Metamorfosi" di Kafka, al centro del suo nuovo libro

Il nuovo libro di Adriano Sofri si chiama Una variazione di Kafka (Sellerio), ed è un’originale ricerca investigativa personale che parte da un trascurato piccolo mistero della letteratura – come mai alcune versioni della Metamorfosi, famosissimo racconto dello scrittore praghese Franz Kafka pubblicato nel 1915, riportano una frase diversa da altre? – per raccontare molte storie su Kafka, sul lavoro dei suoi traduttori, e sul rilievo che anche piccoli passaggi possono avere nel senso complessivo di un racconto letterario. Questo è l’inizio del libro.

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Come si fa a prendere un tram per un lampione?

Ho appena comprato La metamorfosi nell’edizione della gloriosa BUR, la Biblioteca Universale Rizzoli. Questa è la ventiquattresima ristampa, ha la data del 2001, l’ho pagata, benché il volume sia nuovo, 2 euro. Oltre al prezzo, tutto è rassicurante. L’introduzione è di Giuliano Baioni. La traduzione di Anita Rho. E soprattutto ha il testo tedesco a fronte, Die Verwandlung, e io sono un eterno principiante di tedesco.

La metamorfosi è divisa in tre parti. Alle pagine 92-93 comincia la seconda parte. A sinistra in tedesco, a destra in italiano. Alla sesta riga leggo:

I riflessi lividi della tranvia elettrica chiazzavano qua e là il soffitto e le parti superiori dei mobili, ma in basso, dov’era Gregorio, faceva buio.

A sinistra la riga corrispondente è la settima. Leggo:

Der Schein der elektrischen Straßenlampen lag bleich hier und da auf der Zimmerdecke und auf den höheren Teilen der Möbel, aber unten bei Gregor war es finster.

Rileggo. L’ho detto, il mio tedesco è gramo. Però non c’è niente da fare: la pagina tedesca dice «i lampioni elettrici della strada», e l’italiana dice «la tranvia elettrica». Devo pensare che sia un errore della traduttrice. Anita Rho (1906-1980) è stata un gran personaggio della storia della traduzione e anche della storia civile italiana. Questa sua traduzione del racconto era uscita già nel 1935, per Frassinelli. Può aver preso una simile cantonata? Ma come si fa a prendere un tram per un lampione?

A complicare la cosa, vedo che la traduzione della Rho, tranvia compresa, figura intatta nella raccolta intitolata Il messaggio dell’imperatore ristampata da Adelphi, la casa editrice che, tanto più dopo la pubblicazione del K. di Roberto Calasso (2002), occupa un posto di primo piano nelle edizioni kafkiane in Italia.

Una bizzarria tutta italiana… Eh, no: un momento. Adesso ho trovato in rete la tesi di dottorato presentata dal signor Sevtap Konmuş all’università di Ankara nel 2007. È in turco, naturalmente, ma non bisogna sentirsi in soggezione: ormai i traduttori automatici bastano alle prime emergenze. La tesi si intitola: «La “Trasformazione” [La metamorfosi] di Kafka nelle traduzioni turche: uno studio comparativo». Mette a confronto ben 150 passi del racconto in quattro diverse traduzioni. Quando arriviamo al nostro passo, «Der Schein der elektrischen Straßenlampen…», tre dei quattro traduttori traducono, con leggere variazioni, «La luce dei lampioni elettrici…». Il quarto, che in ordine di tempo e di importanza è il primo, si chiama Vedat Günyol (1911-2004), è stato uno scrittore famoso e soprattutto un traduttore, impegnato negli anni ’30-40 in quell’«Ufficio della Traduzione» di Istanbul cui si assegnava un compito primario nell’«occidentalizzazione» della Turchia. La sua versione della Trasformazione, Değişim, risale al 1955. Ebbene – l’avrete capito: Günyol traduce «Elektrikli tramvayın ışıkları…», «La luce del tram elettrico…». Un altro che prende tramway per lanterne, e anche lui è un tipo prestigioso. Fece conoscere Kafka e Camus ai lettori turchi. Fu arrestato un paio di volte, la seconda volta insieme al famoso scrittore e militante civile Yaşar Kemal, con l’imputazione di aver promosso il Partito Comunista turco. Che abbia copiato la nostra Anita Rho – avremmo un ebreo praghese che scriveva in tedesco tradotto in turco dall’italiano – è piuttosto da escludere. Più probabilmente dal francese, la lingua maneggiata da Günyol. Il dottorando di Ankara è severissimo: «Non ha capito… Ha cambiato il significato delle parole, ha messo la luce del tram al posto di quella dei lampioni, ha compiuto un grave intervento sul significato e sulla struttura…». Günyol avrebbe trovato qualche modo per reagire, ma, come Anita Rho, è morto.

Un’Internazionale dei Traduttori del Tram

Ormai la curiosità è innescata, possiamo andare più svelti. Siamo all’inglese, prendiamo la raccolta di Short Novels of the Masters uscita a cura di Charles Neider nel 1948, che contiene The Metamorphosis: ecco che leggiamo, ancora nella riedizione del 2001, «The reflection of the electric tramway…». Oppure prendiamo un esempio recentissimo, che riproduce a parti invertite la sconcertante versione tedesco-italiana della BUR (e di Adelphi) dalla quale abbiamo preso le mosse. È un’edizione bilingue, tedesca e inglese, della Metamorfosi: l’inglese è quello di Ian Johnston, e traduce «the electric streetlamps» (lampioni), mentre il testo tedesco a fronte riporta «der Schein der elektrischen Straßenbahn» (tram)! (Franz Kafka, Die Verwandlung/The Metamorphosis, Translated by Ian Johnston, Doppeltext, Munich 2012). C’è dunque un abusivo tram che corre luccicante attraverso i tempi e i paesi.

Il caso francese è notevole. In Francia le versioni di Kafka furono monopolizzate per più di mezzo secolo, grazie a una sconcertante tutela dei diritti di traduzione, da un pregevole scrittore e traduttore, Alexandre Vialatte (1901-1971), e poi dai suoi eredi. Vialatte visse tra Francia e Germania tranne che nel lungo tempo nazista, scoprì presto ed entusiasticamente Kafka e tradusse poi pressoché tutto quello che c’era da tradurre. La sua versione de La Métamorphose uscì nel 1928, su tre numeri successivi della «Nouvelle Revue Française». Dieci anni dopo fu ripubblicata in volume, per Gallimard, in una versione riveduta. La sua sarebbe restata l’unica traduzione francese fino al 1988. Bisognò essergli grati, ma venne il tempo di rivedergli le bucce. Si trovarono errori, omissioni, intrusioni e insomma tutto il corredo di lagnanze cui un traduttore va inevitabilmente incontro. Gli venne rinfacciata in particolare una svista così stravagante da lasciare interdetti: aveva tradotto Straßenlampen con, indovinate, tramway. «D’autres inexactitudes concernent elektrische Straßenlampen [réverbères électriques] transformé en “tramway électrique”». Nel 2003, quando in un saggio minuzioso Catherine Desbois annoverò così l’«inesattezza», anche Vialatte era morto da tempo, e non poté fornire spiegazioni.

Nel 1951 era morto suicida a Parigi Sadegh Hedayat, che era nato a Teheran nel 1903. Questo ammirevole intellettuale, scrittore e traduttore e militante civile, aveva tradotto per primo, nel 1943, la Verwandlung in persiano, Maskh. La scelta del «tram elettrico» in questo caso era inevitabile poiché la sua traduzione, per questa come per altre opere di Kafka, non si era fondata sul testo tedesco, ma su quello francese di Vialatte. Uscita nel 1950, la sua restò la sola traduzione in Iran fino al 1989, e circolò a lungo come samizdat.

Ancora. La prima traduzione olandese era pronta già nel 1938. L’autrice era «N. Brunt», ovvero Nini Brunt, ovvero Maria Paulina Brunt (1891-1984). Uscì solo nel 1944, pressoché clandestinamente, col titolo De gedaanteverwisseling (La trasformazione). Il colophon riporta come data il «quinto anno di guerra», e una tiratura di «1.000 copie su carta comune e 10 numerate su carta Banzay». Nini Brunt fu anche scrittrice in proprio ma soprattutto traduttrice, di molto Kafka, e Rilke, Virginia Woolf, Mary Mac Carthy. Anche la sua versione accoglie il fantomatico tram elettrico, e immagino che anche a lei viva nessuno avesse mai imputato l’errore:

Het schijnsel van de electrische tram lag, bleek, hier en daar op het plafond en op de hoogere gedeelten der meubels, maar beneden bij Gregor was het donker.

Si stava via via costituendo sotto i miei occhi una postuma Internazionale dei Traduttori del Tram, i cui associati non si erano mai conosciuti e che si erano portati nella tomba il loro piccolo segreto. Gli epigoni, quelli che ancora di tanto in tanto traducevano e traducono il tram piuttosto che i lampioni, non suscitano interrogativi. È evidente che si siano limitati a rifarsi ai traduttori del tram invece che agli altri, i fedeli ai lampioni.

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