• Mondo
  • giovedì 8 marzo 2018

11 paesi dell’Asia e del Pacifico hanno firmato un accordo commerciale

Quello che una volta comprendeva anche gli Stati Uniti – poi è arrivato Trump – e si chiamava TPP

I rappresentanti dei paesi che hanno sottoscritto l'accordo. (CLAUDIO REYES/AFP/Getty Images)

Undici nazioni dell’Asia e che si affacciano sull’Oceano Pacifico hanno firmato un grande accordo commerciale: quello che fino a un anno fa veniva chiamato Trans-Pacific Partnership (TPP). I negoziati per il trattato erano iniziati su impulso degli Stati Uniti, che si sono però sfilati per decisione dell’amministrazione Trump; gli altri undici paesi hanno deciso di andare avanti, anche se ora l’accordo è meno vasto e ambizioso di quello negoziato in precedenza. I paesi che hanno firmato l’accordo sono Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam.

L’accordo riguarda complessivamente 500 milioni di persone e ora ha un altro nome: Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership (CPTPP). Il suo obiettivo principale è rimuovere i dazi e le tariffe presenti nel commercio tra questi paesi, così da incentivare scambi ed esportazioni, e in generale rimuovere gli ostacoli burocratici e politici al commercio internazionale armonizzando le legislazioni e gli standard dei vari stati sulla tutela dei lavoratori e sull’ambiente.

La decisione del presidente Trump di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo si deve al suo noto atteggiamento nazionalista e protezionista in economia – proprio in queste ore gli Stati Uniti stanno per introdurre nuovi dazi sul commercio di acciaio e alluminio – ma anche allo scetticismo traversale dell’opinione pubblica statunitense: oltre ai sostenitori di Trump, infatti, anche la corrente più di sinistra del Partito Democratico aveva criticato l’accordo sostenendo che avrebbe peggiorato le condizioni dei lavoratori statunitensi.

In generale i trattati di libero scambio sono ben visti dalla teoria economica: secondo gli economisti, infatti, ogni paese dovrebbe specializzarsi nella produzione di ciò che sa fare meglio, smettendo di produrre il resto per comprarlo da altri paesi. In questo modo le singole industrie beneficiano delle cosiddette economie di scala: chi produce ciò che sa fare meglio in questo modo aumenta la produzione riducendo i costi e di conseguenza i prezzi. In pratica ognuno compra le cose dove sono fatte meglio e costano di meno. Chi si oppone ai trattati di libero scambio, invece, lo fa perché teme che possano danneggiare alcune industrie tradizionali del proprio paese e rendere meno protetti i lavoratori, esponendoli alla concorrenza: il timore è che le industrie decidano di spostare la produzione in paesi in cui il lavoro è meno costoso o che falliscano perché non riescono a produrre i loro prodotti a prezzi vantaggiosi rispetto agli altri paesi che partecipano al trattato.

Mostra commenti ( )