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  • giovedì 1 marzo 2018

La storia del carabiniere che ha sparato alla moglie e ucciso le figlie

Lei lo aveva lasciato, era stata picchiata più volte, aveva cambiato la serratura di casa e aveva presentato un esposto dicendo di sentirsi in pericolo: inutilmente

Una foto dal profilo Facebook del carabiniere Luigi Capasso (ANSA)

La mattina di mercoledì 28 febbraio Luigi Capasso, un appuntato dei carabinieri in servizio a Velletri, ha sparato con l’arma di ordinanza alla moglie da cui si stava separando, ferendola gravemente, ha ucciso le sue due figlie nella casa in cui vivevano con la madre a Cisterna di Latina e poi si è suicidato. La moglie, Antonietta Gargiulo, si trova da ieri in gravi condizioni nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale San Camillo di Roma: lei lo aveva lasciato e aveva paura di lui, aveva cambiato la serratura della porta, aveva presentato un esposto dicendo di sentirsi in pericolo e aveva avvisato i superiori del marito.

Luigi Capasso aveva 43 anni, era originario di Secondigliano, un quartiere di Napoli, ed era un appuntato dei carabinieri da due anni in servizio alla stazione dell’Arma di Velletri. Si occupava dei lavori d’ufficio, accoglieva il pubblico e a volte svolgeva incarichi in tribunale. Martedì 27 febbraio aveva finito il turno di servizio a mezzanotte e poi era andato a dormire nel suo alloggio in caserma, dove aveva ottenuto una camera a settembre dello scorso anno quando la moglie (che aveva aggredito) lo aveva allontanato di casa e aveva cambiato la serratura della porta. Alle 5 del mattino di mercoledì Capasso si era presentato sotto l’appartamento dove la moglie viveva con le due figlie. Aveva aspettato in garage la donna (che stava per andare al lavoro allo stabilimento della Findus) e le aveva sparato tre colpi: alla mandibola, alla scapola e all’addome. Poi le aveva rubato le chiavi, era salito in casa, che si trova al secondo piano di una palazzina, e aveva sparato alle due bambine, di 7 e 13 anni. Una vicina di casa aveva visto il corpo ferito di Antonietta Gargiulo in garage e aveva avvisato i soccorsi e i carabinieri, che erano arrivati poco dopo. Per circa cinque ore Capasso aveva lasciato intendere che le figlie fossero ancora vive ai militari del Nucleo negoziatori del comando provinciale di Roma.

Nel frattempo sotto alla palazzina erano arrivati un’amica di famiglia che avrebbe potuto essere di aiuto nelle trattative, il parroco don Livio e i vicini di casa. Erano presenti il comandante provinciale dei carabinieri di Roma Antonio De Vita, quello dei carabinieri di Latina, il magistrato di turno, il colonnello Gabriele Vitagliano, il Gruppo di Intervento Speciale e un elicottero che sorvolava la zona. Vitagliano aveva detto ai giornalisti presenti che la trattativa «era particolarmente complessa» e che Capasso era «molto agitato: parla, a volte smette, ma è molto agitato». Verso le 13 al negoziatore, che si trovava sul balcone accanto a quello della casa in cui Capasso era barricato, il carabiniere aveva finalmente detto che avrebbe spiegato alle bambine cosa stava succedendo e che avrebbe aperto la porta. Invece era rientrato in casa e dopo tre quarti d’ora di silenzio si era sentito uno sparo. Quando i corpi speciali hanno sfondato la porta e sono entrati nell’appartamento hanno trovato la bambina più piccola, Martina, nel letto matrimoniale: era morta da molto. Accanto a lei c’era Luigi Capasso che si era sparato. Nella cameretta c’era la bambina più grande, Alessia: il suo corpo era al centro della stanza. Lei, secondo quanto hanno riferito i carabinieri e scritto oggi diversi giornali, «era già sveglia quando il padre le ha puntato la pistola contro e ha aperto il fuoco».

Luigi Capasso e Antonietta Gargiulo si erano sposati nel maggio del 2011 e si stavano separando: l’udienza era stata fissata per il prossimo 29 marzo. Le persone vicine alla coppia hanno raccontato che da almeno due anni la situazione era precipitata e i giornali di oggi riportano diverse loro testimonianze: «Qualcosa era cambiato», ha raccontato un amico; «I battibecchi erano così frequenti che un anno e mezzo fa li avevo mandati in un centro diocesano di aiuto alle famiglie», ha detto il parroco don Livio Fabiani; «Lei era terrorizzata» ha spiegato un’amica: «Luigi picchiava la moglie perché l’estate scorsa lo aveva cacciato da casa». Sempre don Livio, sulle figlie: «La tredicenne era nell’Azione Cattolica Ragazzi, era serena, qui da noi ha fatto il catechismo e ora si sarebbe dovuta preparare per la cresima. Ma quattro-cinque mesi fa si è chiusa, il suo carattere è cambiato. Non ha più frequentato la parrocchia»; Elena Crini, una delle amiche di Antonietta: «Era terrorizzata da lui, e così le figlie. Se lo trovava davanti ovunque, la chiamava decine di volte, la picchiava per strada. Ma di denunciarlo non ne voleva sapere, aveva paura. Lui le diceva sempre: se non fai nulla avrai contro solo me, se mi denunci e cerchi di rovinarmi la carriera avrai contro tutte le forze dell’ordine e per te sarà l’inferno».

Capasso era già stato sospeso per due mesi dal servizio per una truffa alle assicurazioni e poi era stato reintegrato. Maria Belli, l’avvocata di Antonietta Gargiulo, ha detto che la sua cliente aveva già parlato con il comandante dell’arma dei Carabinieri di Velletri raccontando la gravità della situazione e anche con gli assistenti sociali, per tutelare le figlie che non volevano più vedere il padre: le avevano consigliato di tenerle lontane da lui. Nel settembre del 2017 la donna aveva infine presentato un esposto alla questura di Latina, dopo aver subito un’aggressione da parte del marito sul posto di lavoro e poi di nuovo a casa, davanti alle figlie: un esposto che non aveva avuto alcun seguito. Il 26 gennaio del 2018 Antonietta Gargiulo era invece stata convocata nel commissariato di polizia di Cisterna di Latina: stavolta era stato Capasso ad aver presentato un esposto contro di lei accusandola di tenerlo lontano dalle bambine.

Repubblica riporta ampi stralci del verbale dell’incontro di Antonietta Gargiulo in commissariato:

«Voglio che mio marito stia lontano da me e dalle nostre figlie sino alla data della prima udienza (per la separazione, ndr) e che la smetta di inviarmi messaggi e telefonarmi in continuazione».

«Ho ancora paura di mio marito per il suo carattere violento e aggressivo».

«Dal 9 settembre ha deciso volontariamente di allontanarsi da casa per un grave episodio accaduto il 4 settembre, data in cui ho subìto un’aggressione fisica e verbale sul posto di lavoro e successivamente presso la nostra abitazione davanti alle figlie minori».

«Quanto riferito dall’esponente non corrisponde del tutto al vero. Attualmente siamo in fase di separazione giudiziale e la prima udienza è stata fissata il 29 marzo 2018 presso il tribunale di Latina: fino a quella data mio marito deve stare lontano da me e dalle nostre figlie».

«Ci siamo sposati il 26 maggio 2001. Subito dopo le nozze il nostro rapporto è stato molto conflittuale, con accese discussioni anche in presenza delle nostre figlie minori».

La donna aveva portato con sé in commissariato il suo primo esposto per dimostrare quanto lui fosse pericoloso, esposto che non portò a nulla perché, hanno fatto sapere ora dall’Ufficio della questura, «non fu rappresentata nessuna situazione né di minaccia né di pericolo». Capasso venne convocato ed espose la sua versione dei fatti: la moglie gli impediva di vedere le figlie, facendo dunque implicitamente appello alla cosiddetta “alienazione parentale” che continua a trovare applicazione nei tribunali italiani durante le cause di separazione e di affidamento dei figli. Questa sindrome, che secondo molti non ha alcun fondamento, colpevolizza le donne vittime di violenza e, di fatto, non protegge i bambini che assistono ai maltrattamenti.

Maria Belli, l’avvocata di Antonietta Gargiulo, ha spiegato che dopo l’aggressione e l’esposto, Capasso aveva implorato la moglie di non denunciarlo: lei avrebbe avuto novanta giorni per trasformare l’esposto in una denuncia a tutti gli effetti. Ma lui si era impegnato ad andare da uno psicologo e a frequentare un percorso di sostegno genitoriale: «La mia cliente non ha voluto denunciarlo perché era sicura che lui avrebbe perso il lavoro» (una nuova denuncia, dopo quella per truffa, avrebbe potuto renderlo passibile di sospensione). Sempre l’avvocata: «La bambina più piccola, quando le si chiedeva se voleva vedere il papà, sembrava traumatizzata, non parlava, si limitava a scuotere la testa, facendo cenno di no». La più grande aveva mantenuto per qualche tempo i rapporti con il padre, poi si era allontanata: «Diceva che il papà ogni volta che la chiamava chiedeva sempre della mamma, era ossessionato da lei e soprattutto dalla sua gelosia». E ancora: «Poco prima delle festività Alessia ricevette davanti alla sua scuola, a pochi metri dall’abitazione della famiglia, una visita inaspettata del padre che voleva darle il regalo di Natale. Alessia prese il regalo e scappò».

Diversi giornali hanno raccontato il femminicidio di Cisterna Latina usando termini come “raptus” , “follia” o “gelosia” e dedicando ampio spazio al femminicida, Luigi Capasso sottolineando come fosse «legatissimo alle figlie» o intervistando conoscenti o colleghi che lo descrivono come «un uomo normale». Come sanno bene le donne e gli uomini che lavorano nei centri Antiviolenza – valorizzati da quella Convenzione di Istanbul che è stata ratificata dall’Italia ma di cui in Italia manca il sostanziale recepimento – il femminicidio è un fenomeno endemico.

Luisa Betti, giornalista che da anni si occupa di queste questioni, ha spiegato bene come il femminicidio pensato e organizzato da Capasso sia stata una «forma di rappresaglia contro chi voleva sottrarsi al suo potere, che non ha nulla a che vedere con la gelosia, né con la non accettazione della separazione per fragilità dello stesso, ma soltanto con la violenza che viene esercitata dall’uomo nel momento in cui si sente defraudato di questo suo potere, non più esercitabile nei confronti della donna che ha scelto e i figli che ha procreato: oggetti di sua proprietà esclusiva di cui può decidere la vita, la morte, e la punizione che più gli sembra adatta». E ancora:

«Antonietta non era una sprovveduta e non solo aveva cambiato la serratura di casa e inoltrato una richiesta di separazione giudiziale ma era seguita da un’avvocata, aveva fatto un esposto, chiamato in causa gli assistenti sociali per proteggere le figlie, rifiutato tutti gli incontri che l’ex le proponeva, perseguitandola, e questo a dimostrazione che era consapevole della sua pericolosità. Antonietta in realtà aveva chiesto aiuto e azionato molti campanelli d’allarme che non sono stati però sufficienti a fermare un uomo violento al quale nessuno aveva tolto la pistola d’ordinanza: un uomo che era stato ritenuto idoneo dall’Arma malgrado la situazione fosse ben nota ai suoi colleghi ai quali Antonietta si era rivolta più volte raccontando della violenza dell’ex marito, che con quella pistola ha ferito gravemente la ex moglie e ucciso due bambine».

Nella violenza contro le donne il momento post-denuncia è fondamentale, perché è anche il più pericoloso. Uno dei motivi per cui le donne faticano a chiedere aiuto e a denunciare è proprio il fatto che hanno paura di essere uccise da chi le ha maltrattate, se chiedono aiuto o denunciano. Lalla Palladino, presidente della Rete nazionale dei centri antiviolenza D.i.Re (Donne in rete contro la violenza), ha spiegato che servono «efficaci misure di prevenzione da applicare immediatamente, nel momento stesso in cui una donna avvia una separazione legale da un uomo violento, o nel caso in cui il marito o ex compagno cominci a perseguitarla».

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