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  • domenica 25 febbraio 2018

RaiPlay in bianco e nero

15 film molto vecchi e molto belli che si possono vedere gratis sul servizio di streaming della Rai

(Da "Il posto")

RaiPlay è l’archivio online dei contenuti Rai: è gratuito e per usarlo basta registrarsi. L’archivio è pieno di programmi Rai, fiction e serie tv, e ci sono anche molti film, in particolare quelli di qualche anno fa: i film in bianco e nero, per esempio, sono diverse decine.

Ci sono sere in cui si ha voglia di guardare un’altra stupida commedia americana o l’ennesima serie crime scandinava; altre sono invece più adatte a un bel vecchio film in bianco e nero, uno di questi 15 che abbiamo scelto dall’archivio Rai: molti sono italiani e drammatici, ma ci sono anche film americani e commedie, all’italiana e no.

Salvatore Giuliano

È un film del 1962 di Francesco Rosi, un regista noto per i suoi film-inchiesta, con chiari temi politici, fatti dopo approfondite ricerche. Racconta la storia del bandito siciliano Salvatore Giuliano e inizia con la sua morte, nel 1950. Il film racconta le indagini sulla morte di Giuliano, alternandole a costanti flashback in cui si raccontano i fatti più importanti della sua vita. In particolare la strage di Portella della Ginestra del primo maggio 1947, in cui morirono 11 persone. Giuliano fu identificato come il capo degli autori della strage, ma nel tempo si succederanno diverse ipotesi su chi potesse averlo sostenuto e aiutato. Per il film furono scelti molti attori non professionisti e alla fine dei titoli di testa c’è scritto: «Questo film è stato girato in Sicilia. A Montelepre, dove Salvatore Giuliano è nato. Nelle case, nelle strade, nelle montagne dove regnò per sette anni». Alberto Moravia scrisse: «Per fare il film che aveva in mente, Rosi ha dovuto inventare tutta una maniera nuova di narrare che chiameremmo corale o epica se non fosse prima di tutto realistica».

King Kong

Uscì nel 1933, diretto da Merian C. Cooper ed Ernest B. Schoedsack, e fu il primo di una lunga serie. Andò benissimo e la scena in cima all’Empire State Building la conoscono tutti. Nel 2002 Roger Ebert scrisse che nonostante il film fosse oggettivamente lento e nemmeno molto ben recitato, aveva ancora «qualcosa di primordiale e senza tempo che, in qualche modo, continuava a funzionare».

Riso amaro

Lo diresse Giuseppe De Santis nel 1949 e ci sono Silvana Mangano, Raf Vallone e Vittorio Gassman. Parla di due criminali in fuga che si nascondono tra le mondine, le lavoratrici delle risaie. È un film drammatico, con una trama interessante, ma è rimasto nella storia del cinema come uno dei migliori esempi di neorealismo. È stato raccontato che per il ruolo da protagonista De Santis cercava una “Rita Hayworth italiana”. Mangano arrivò al provino molto truccata e a De Santis non piacque, ma giorni dopo la rivide per caso, struccata, per le strade di Roma, e la scelse. È anche uno dei primi film di Vallone, che prima di far l’attore era stato calciatore del Torino e giornalista. La frase più famosa del film è «il carcere l’ha inventato qualcuno che non c’era mai stato».

I soliti ignoti

Del 1958, di Mario Monicelli, con Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni, Totò e Claudia Cardinale. È il film da cui partono tutti gli altri film noti come heist movie o caper movie, quelli in cui qualcuno mette su una banda per fare una rapina. È anche uno dei primi film della commedia all’italiana, che facevano ridere raccontando però storie e contesti drammatici.

– Dimmi un po’ ragassolo, tu conosci un certo Mario che abita qua intorno?
– Qui de Mario ce ne so’ cento.
– Oh sì va bene, ma questo l’è uno che ruba…
– Sempre cento so’.

Il posto

È del 1961, il regista è Ermanno Olmi e i due attori protagonisti sono non professionisti. La storia è semplice: un ragazzo della campagna lombarda trova lavoro a Milano. Non è un gran lavoro, ma è un lavoro. Incontra anche una ragazza, assunta anche lei nella stessa azienda, ma con turni diversi. Inizia con questa frase: «Per la gente che vive nelle cittadine e nei paesi della Lombardia, intorno alla grande città, Milano significa soprattutto il posto di lavoro». È forse rimasto meno di altri film di quegli anni, ma è uno di quei film che ha saputo raccontare benissimo un momento, un contesto all’interno di un periodo storico. Si può vedere anche come documentario sugli uffici, i tram, i vestiti e le scrivanie di quegli anni.

La ciociara 

Questo è rimasto molto di più, anche grazie alla serie di grandi nomi che ci sono dietro e dentro: il regista è Vittorio De Sica, che ne ha scritto la sceneggiatura con Cesare Zavattini partendo da un libro di Alberto Moravia. Nel film ci sono Jean-Paul Belmondo e Sofia Loren, che grazie a questa interpretazione vinse l’Oscar. Parla di una vedova che, durante la Seconda guerra mondiale, lascia Roma e va in Ciociaria, dove è nata, sperando in migliori condizioni di vita. Inizialmente è così ma poi succedono diverse cose molto brutte. «Intensa rievocazione degli anni di guerra, dolore e sangue», ha scritto Morando Morandini.

Il massacro di Fort Apache

Uscì nel 1948, il regista è John Ford e fa parte della sua “trilogia della cavalleria”, insieme a I cavalieri del Nord Ovest e Rio Bravo. Ci recitano, tra gli altri, John Wayne, Henry Fonda e Shirley Temple. È ambientato dopo la fine della Guerra civile e parla, semplificando un po’, della contrapposizione tra un soldato che vuole trattare con i nativi americani e uno che invece è molto più propenso a combattere. Il titolo spiega chi ha la meglio, ma lo capivate anche senza titolo.

I bambini ci guardano

Lo diresse Vittorio De Sica, tra gran difficoltà, negli anni della Seconda guerra mondiale. È un film difficile che parla di adulterio e suicidio e di come un bambino reagisce a tutto questo. Nel 1944 Alberto Blandi scrisse su La Nuova Stampa: «Il piccolo Luciano De Ambrosis [il protagonista] intelligentemente guidato ha saputo entrare nello spirito della sua parte di fanciullo amaramente scosso nel suo affetto più caro. Il merito non è soltanto suo ma principalmente del regista. Il film inoltre è realizzato con ricchezza di episodi, con sfumature artistiche degne di nota, con delicatezza di sentimenti».

La scala musicale

RaiPlay ha decine di film e cortometraggi con Stanlio e Ollio, una delle coppie comiche più note della storia del cinema. Questo è La scala musicale, che vinse l’Oscar per il miglior cortometraggio: magari vi fa venire voglia di vederne altri.

Rocco e i suoi fratelli

Del 1960, con Alain Delon e di Luchino Visconti. È drammatico, come gran parte dei film italiani che, in quegli anni, o erano drammatici o erano commedie, ma all’italiana. Parla di quattro fratelli che, con la madre, lasciano la Lucania per andare a Milano, dove c’è il quinto fratello. Ognuno prova a rifarsi una vita, ma ovviamente alcuni di loro hanno problemi di vario tipo.

Siamo uomini o caporali

Uscì nel 1955 ed è un film in cui il personaggio di Totò racconta a un medico vari episodi in cui, nella sua vita, è stato vittima di “caporali”. In ogni episodio, i caporali sono interpretati da Paolo Stoppa. Prima dei vari episodi, c’è questo discorso:

L’umanità, io l’ho divisa in due categorie di persone: Uomini e caporali.
La categoria degli uomini è la maggioranza, quella dei caporali, per fortuna, è la minoranza.
Gli uomini sono quegli esseri costretti a lavorare per tutta la vita, come bestie, senza vedere mai un raggio di sole, senza mai la minima soddisfazione, sempre nell’ombra grigia di un’esistenza grama.
I caporali sono appunto coloro che sfruttano, che tiranneggiano, che maltrattano, che umiliano. Questi esseri invasati dalla loro bramosia di guadagno li troviamo sempre a galla, sempre al posto di comando, spesso senza averne l’autorità, l’abilità o l’intelligenza ma con la sola bravura delle loro facce toste, della loro prepotenza, pronti a vessare il povero uomo qualunque.
Dunque dottore ha capito? Caporale si nasce, non si diventa! A qualunque ceto essi appartengano, di qualunque nazione essi siano, ci faccia caso, hanno tutti la stessa faccia, le stesse espressioni, gli stessi modi. Pensano tutti alla stessa maniera.

Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo

Interpretati, nell’ordine, da Alberto Sordi, Peppino De Filippo, Aldo Fabrizi e Gino Cervi. E poi c’è anche Nino Manfredi. Uscì nel 1956.

Il buco

Francese, senza colonna sonora, del 1960, lungo oltre due ore, diretto da Jacques Becker. Parla di quattro carcerati – di cui, tranne in un caso, non ci viene detto perché siano in carcere – che elaborano un piano per scappare. La scena in cui fanno il buco è in inquadratura fissa, e dura quasi quattro minuti.

Susanna!

È statunitense è uscì nel 1938, diretto da Howard Hawks e con Katharine Hepburn e Cary Grant. Lui è un timido zoologo, lei una ragazza che si mette ad aiutarlo. Seguono svariati equivoci e momenti comici, in cui lei lo fa finire in una serie di situazioni imbarazzanti e problematiche. È un genere di commedia definito “screwball”. La parola deriva dal baseball, dove è usata per definire una palla lanciata in modo tale che, prima di arrivare al battitore, si avvita su se stessa, girando in modo imprevedibile. Nel caso di un film, la parola si riferisce a commedie con dialoghi serrati, personaggi buffi e imprevedibili evoluzioni di trama.

Pane, amore e fantasia

Uscì nel 1953 e il regista è Luigi Comencini, che tra le tantissime altre cose è anche nonno del ministro Carlo Calenda. Nel film, Vittorio De Sica interpreta un maresciallo dei carabinieri inviato in un paesino abruzzese in cui conosce il personaggio di Gina Lollobrigida, che interpreta una ragazza del posto soprannominata “bersagliera”. Lui si innamora di lei, ma lei ama un altro: non finisce come pensate.

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