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  • lunedì 19 febbraio 2018

La storia di Jessica Faoro, uccisa a Milano

Quella della sua famiglia, dell'uomo che l'ha accoltellata e dei ragazzi e delle ragazze che i servizi sociali non riescono ad aiutare

di Paola Tavella
L'ultima foto di Jessica Faoro prima di essere uccisa, scattata da una telecamera di sorveglianza mentre era insieme ad Alessandro Garlaschi. (ANSA/UFFICIO STAMPA MEDIASET/'QUARTO GRADO)

I funerali di Jessica Faoro, la ragazza di 19 anni uccisa a coltellate il 7 febbraio a Milano in un appartamento di via Brioschi, sono stati rinviati: si terranno sabato 24 febbraio alle 11 nella parrocchia di San Protaso. Li pagheranno i genitori grazie alle donazioni ricevute e il comune si costituirà parte civile nel processo: «D’ora in poi lo faremo per ogni femminicidio», ha detto l’assessore ai servizi sociali del comune, Pierfrancesco Majorino. Faoro è stata uccisa nell’appartamento di un autista dell’ATM, Alessandro Garlaschi, che è accusato di omicidio.

La storia di Jessica Faoro ha a che fare con la storia dei suoi genitori e con un progetto di assistenza familiare che è fallito. L’assessore Majorino ne ha ricostruito la vicenda all’interno dei servizi sociali di Milano. Fin dalla nascita, nel 1998, Jessica Faoro aveva vissuto in comunità per un provvedimento dell’autorità giudiziaria. I genitori, Stefano Faoro e Annamaria Natella, con storie complicate alle spalle, non avevano una casa. Jessica era stata riportata in famiglia quando aveva circa due anni, perché Stefano Faoro aveva comprato una piccola casa di cui paga ancora il mutuo, come ci ha raccontato lui stesso. I genitori però litigavano e il padre aveva patteggiato una condanna per maltrattamenti contro la moglie. Nel frattempo i due avevano avuto un altro figlio, Andrea, diciotto mesi più piccolo di Jessica. Entrambi erano stati messi di nuovo in comunità dopo circa sei anni. Secondo il padre di Jessica Faoro, i servizi sociali avevano garantito che i bambini non sarebbero stati separati, cosa che invece era successa. Nel 2008, infine, Jessica era stata definitivamente affidata al comune di Milano dal Tribunale dei Minori: aveva dieci anni. La madre aveva perso la responsabilità genitoriale e quella del padre era stata limitata.

Dopo parecchi affidamenti familiari falliti, Jessica Faoro era stata sistemata presso l’associazione Fraternità e lì era rimasta fino al 2013. A quindici anni aveva iniziato a scappare, nel 2014 – a sedici anni – aveva partorito una bambina che era stata data in adozione. Quando aveva compiuto 18 anni, sempre secondo l’assessore Majorino, si era rifiutata «di proseguire con la presa in carico da parte nostra, poi aveva accettato un mese di ospitalità in un centro di accoglienza temporanea per adulti». Nel frattempo viveva per strada, faceva qualche lavoro saltuario e si era innamorata di Alessandro, un suo coetaneo. Don Rigoldi, un prete molto attivo nel sociale, come si dice, aveva ospitato entrambi nella Comunità Nuova; e ha raccontato che quando Alessandro a 18 anni era andato in prigione per una serie di piccoli furti «Jessica era impazzita: trascorreva intere giornate sotto la finestra della cella di lui, comunicando a gesti. Era straziante».

In quel periodo, sul suo profilo Facebook, Jessica Faoro pubblicava un’infinità di appelli per cani abbandonati e smarriti. Finché, il 28 dicembre dell’anno scorso, aveva pubblicato una sua foto abbracciata a un giovane pitbull, con la scritta “mio” affiancata da un cuore. Il cane si chiamava Zen ed era il suo compagno, ma per chi vive in simbiosi con un cane – come molte persone senza fissa dimora – è difficile trovare un ricovero per la notte. Ci sono alcuni posti al centro di via Graf, a Quarto Oggiaro, ma è raro trovarne uno libero. Forse per questo motivo – era inverno e aveva bisogno di un posto dove stare con il cane – Faoro aveva risposto all’annuncio di Garlaschi, un autista dell’ATM che diceva di offrire vitto e alloggio in cambio di qualche lavoro domestico. L’alloggio consisteva in un piccolo divano messo in cucina, dove lei poteva coricarsi quando Garlaschi spegneva la tv.

Garlaschi non viveva solo ma con la moglie. Con Jessica fingeva che la moglie fosse sua sorella; non è chiaro invece come la moglie si spiegasse la presenza di Jessica in casa. Garlaschi era stato denunciato per stalking da una collega e quindi trasferito: stando agli atti giudiziari aveva un’ossessione per le ragazzine e ne aveva adescate altre, prima di Jessica. Si vantava e mostrava ai colleghi le foto di una di loro che faceva le faccende domestiche in topless. La sera in cui ha ucciso Faoro, dopo aver accompagnato la moglie a casa di sua madre, Garlaschi si era vantato via chat con un collega della notte di sesso che lo aspettava.

Una settimana prima di essere uccisa, Jessica Faoro aveva chiamato i carabinieri perché Garlaschi l’aveva molestata nel sonno. Gli agenti, una volta arrivati, l’avevano trovata per strada. Faoro aveva detto che Garlaschi aveva un rapporto strano e ambiguo con la sorella (che in realtà, infatti, era sua moglie), aveva spiegato che doveva tornare in casa a prendere gli zaini e il cane e che non voleva più restare lì. I carabinieri erano saliti con lei senza trovare niente che li allarmasse. Lei aveva rifiutato di denunciare Garlaschi. Faoro aveva la febbre e quella stessa notte era andata al Pronto Soccorso dell’ospedale San Paolo, dove le avevano detto che non sarebbe potuta restare con il cane. Da quel momento in poi non è ancora chiaro che cosa sia successo: soprattutto quando e perché Jessica fosse tornata a casa di Garlaschi, dove è morta dopo sette giorni.

Diversi giornali hanno raccontato la cronaca di quell’ultimo giorno: il 6 febbraio Alessandro Garlaschi e Jessica Faoro erano entrati un negozio di ottica vicino al Castello Sforzesco intorno alle 18.32. Lui le aveva regalato delle lenti a contatto, come in altre occasioni in cui, sfruttando la convenzione di quel negozio con l’ATM per cui lavorava, aveva regalato ad altre ragazzine montature e occhiali. Dopodiché i due sarebbero rientrati nell’appartamento di lui, in via Brioschi. Secondo le prime indagini, l’omicidio è avvenuto intorno alle 3.30 della notte tra il 6 e il 7 febbraio. Alle 6 del mattino Garlaschi aveva chiamato l’ATM per dire che non sarebbe andato al lavoro: non sapeva cosa fare con il corpo di Jessica, ha cercato di darle fuoco con dell’alcol, quindi di metterlo dentro una borsa. Alle 11 ha chiamato il 118 parlando della presenza di una ragazza ferita in casa sua; poi è stato arrestato.

Cristina De Michele, presidente della Cooperativa sociale Comunità Progetto, da vent’anni attiva a Milano, docente a contratto di scienze pedagogiche alla Bicocca dove insegna Progettazione e valutazione dei servizi e degli interventi educativi, dice: «É evidente che quindici anni di lavoro dei servizi non hanno prodotto un risultato che permettesse a Jessica di vivere, invece di finire in via Brioschi. I giovani in condizione di fragilità, di estrema precarietà sono tantissimi. Se non hanno famiglia sono completamente allo sbando». Jessica Faoro aveva un padre e una madre, ma non aveva cercato aiuto da loro. «Quasi non la conoscevo», ha detto il padre, Stefano Faoro. «Quando era piccola potevo vederla una volta ogni due mesi, un’ora in una stanza di quattro metri per quattro. Negli ultimi tempi comunicavamo attraverso la chat di Facebook. Per un po’ era tornata qui, ma non ce la facevo. Sono un incapace. Non sono stato aiutato. Ho chiesto aiuto per imparare a fare il padre, non è arrivato». La madre, Annamaria Natella, negli ultimi giorni ha detto ai giornali che lei e la figlia erano molto vicine, ma è certo che Jessica, pur nel bisogno, non è andata da lei.

L’assessore Majorino con onestà ha ammesso: «Certo, qui c’è un fallimento. E non sta tanto nel fatto che questa ragazza ha bussato alla nostra porta e non le abbiamo aperto, piuttosto che non ci percepiva come utili. Se una ragazza cresce in comunità, poi esce e finisce in questa tragedia, c’è una debolezza nel suo percorso educativo. É motivo di dolore e di riflessione per tutti noi». Non è vero, garantisce Majorino, che quando Jessica Faoro ha compiuto 18 anni i servizi sociali se ne sono disinteressati. «Abbiamo forme di sostegno, lei ha le ha rifiutate. Poi, un mese fa, si è fatta viva con i servizi sociali chiedendo aiuto. Le hanno fissato un appuntamento con l’assistente sociale per il giorno successivo, ma non si è presentata. Come dimostra la vicenda del fratello Andrea, che ha 19 anni ed è ancora in carico ai servizi nonostante la maggiore età, eravamo ben lontani dall’abbandonarla. Però non siamo proprio riusciti ad agganciarla».

Quelli come Jessica sono ragazzi e ragazze invisibili, racconta Cristina De Michele. I servizi non li intercettano. Vivono in posti occupati, sovraffollati, degradati. «A Milano un pezzo di periferia è infilata nel centro. È la zona di Stadera, Meda, Brioschi, al limitare dei Navigli. I ragazzi e le ragazze come Jessica Faoro vivono lì, fra legalità e illegalità». Lei valuta che la fascia d’età a rischio sia fra i 18 e i 30 anni: «Sono persone che non fanno parte della società, della sfera pubblica. Non sono cittadini, sono abbandonati alla loro disperazione personale, alla loro povertà. Si muovono fra lavori miserabili e precari, un mese non hanno reddito, quello dopo prendono 250 euro. Perdono la speranza. Mi dicono: non ce la farò mai, sarà così per sempre. A vent’anni sono stanchi, rassegnati, senza competenze, senza desideri. Non sono nemmeno in grado di formulare una domanda ai servizi. Una ragazzina in quella situazione è carne da macello, le può succedere qualunque cosa. Potrei dire che a Milano ce ne sono almeno mille come Jessica, è una stima realistica. Non è una categoria sociale, è una condizione esistenziale dove l’eroina dilaga».

Ma Jessica Faoro non si faceva e non si prostituiva, come ha insinuato invece subito dopo la sua morte il Corriere della Sera. Il padre, Stefano Faoro, anche lui dipendente dell’ATM, lo dice con rabbia: «Se si fosse venduta non sarebbe morta. Se fosse stata una prostituta avrebbe ceduto a Garlaschi e sarebbe ancora viva». Il padre ha anche fatto un appello a Chi l’ha visto per sapere che fine abbia fatto il cane Zen, «che era parte di Jessica». Poi dagli amici della figlia ha scoperto che Jessica lo aveva affidato a una famiglia. «Ha messo al sicuro il cane e non è riuscita a mettere al sicuro se stessa».

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