L'ospedale Lok Nayak di New Delhi, il 2 settembre 2016 (CHANDAN KHANNA/AFP/Getty Images)
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  • domenica 14 gennaio 2018

Quelli che vanno a curarsi in India

Il cosiddetto "turismo medico" cresce da anni, incentivato dal governo indiano e dalle possibilità di risparmio: ma potrebbe non essere positivo per l'India

L'ospedale Lok Nayak di New Delhi, il 2 settembre 2016 (CHANDAN KHANNA/AFP/Getty Images)

Negli ultimi anni in India si è diffuso sempre di più il cosiddetto “turismo medico”, cioè l’arrivo di persone provenienti da paesi più ricchi che si fanno curare negli ospedali indiani, molto più economici rispetto ai propri. Il turismo medico in India è fatto soprattutto da statunitensi privi di assicurazione sanitaria che non si possono permettere di pagare decine di migliaia di dollari per una singola operazione. Per loro l’India è una buona soluzione: ci sono diversi ospedali privati di buon livello – cari rispetto agli standard indiani, ma economici per un americano – e personale medico che parla inglese. Di questa storia ha parlato un articolo recente di Foreign Policy, scritto dal giornalista Daniel Block e intitolato: «Gli ospedali indiani si stanno riempiendo di americani disperati».

Il turismo medico in India è cominciato a essere promosso nel 2005, quando il governo indiano introdusse un particolare visto per favorire l’intera industria medica. Più di recente l’India ha introdotto una novità: ha cominciato a permettere ai cittadini di 150 paesi del mondo di fare richiesta del visto medico online, semplificando e velocizzando molto le procedure. Nel 2016 il ministero del Turismo indiano ha approvato oltre 170mila visti medici, il 45 per cento in più dell’anno precedente.

Molte delle persone che arrivano in India per cercare cure mediche a basso prezzo sono statunitensi. Foreign Policy ha raccontato la storia di Henry Konczak, cittadino americano di 65 anni che nel 2008 scoprì di doversi sottoporre a un’operazione chirurgica per la sostituzione della valvola mitrale, la valvola che mette in comunicazione atrio e ventricolo sinistri del cuore. Si mise in contatto con una clinica di Cleveland, in Ohio, per avere informazioni sui costi: gli dissero che le spese sarebbero state di 130mila dollari, escluso il compenso del chirurgo. Il problema era che l’assicurazione medica di Konczak era stata cancellata improvvisamente 15 anni prima e lui non era riuscito a farsene un’altra. Quando sentì quanto sarebbe costato farsi operare negli Stati Uniti, Konczak «rimase scioccato», ha scritto Foreign Policy. Non aveva tutti quei soldi. Poi però scoprì che c’era una vita d’uscita: sarebbe andato in India, in una struttura medica privata a New Delhi, spendendo in totale, voli compresi, 10mila dollari.

Il turismo medico sembra poter offrire diverse opportunità per l’India: l’espansione dell’industria potrebbe per esempio spingere molti medici indiani andati a lavorare all’estero a rientrare, risolvendo così uno dei problemi della sanità indiana, la mancanza di personale. Potrebbe però anche comportare dei rischi, che secondo diversi esperti non sono da sottovalutare.

L’India è uno dei paesi con il sistema sanitario più ineguale del mondo: significa che le differenze tra i servizi offerti dalle strutture private (più costose) e quelle pubbliche (più economiche) sono enormi. Non solo: esiste una grande disparità anche all’interno del servizio pubblico. Farsi curare in un ospedale di New Delhi è molto diverso che farlo in una clinica di una zona di provincia. Inoltre i casi di malasanità sono molto frequenti. Lo scorso agosto, per esempio, la stampa internazionale si occupò di un grave episodio successo in un ospedale governativo nell’Uttar Pradesh, lo stato più popoloso dell’India, nel quale morirono per encefalite più di 60 persone in pochi giorni. Le morti erano state causate dalla mancanza di strumenti per somministrare ossigeno: gli strumenti non erano arrivati perché la struttura era piena di debiti.

Secondo alcuni, il turismo medico non fa altro che portare soldi alle strutture sanitarie indiane di élite, alimentando ancora di più la disparità tra settore pubblico e settore privato. Il problema è che finora il governo indiano non sembra avere preso misure sufficienti per cercare di migliorare i servizi offerti dalle strutture pubbliche. Nel 2014 la percentuale del PIL indiano destinato alla sanità fu solo dell’1,4 per cento, il 15esimo più basso del mondo. Fuori dalle grandi città indiane la situazione è molto preoccupante. Secondo i dati dell’Organizzazione indiana dei prodotti farmaceutici, circa l’80 per cento dei medici lavora nelle aree urbane e offre servizi al 28 per cento della popolazione. In provincia le strutture mediche sono poche e messe male, e la stragrande maggioranza di coloro che curano i malati non ha una vera preparazione medica.

La preoccupazione di molti è che se il governo indiano dovesse continuare a promuovere solo il turismo medico, senza prendere misure adeguate per migliorare le strutture pubbliche, la situazione dell’industria sanitaria indiana potrebbe peggiorare ulteriormente, e le conseguenze ricadrebbero per lo più sulla parte più povera della popolazione.

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