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  • giovedì 4 gennaio 2018

Una guida sull’Iran, e su cosa succede

Stanno succedendo cose nuove e inaspettate, capirle non è semplice: un po' di risposte sulle proteste degli ultimi giorni

Una donna iraniana a Teheran (AP Photo/Ebrahim Noroozi)

Nell’ultima settimana in Iran decine di migliaia di persone hanno protestato per chiedere migliori condizioni economiche, per criticare le promesse non mantenute del governo e sfogare la propria rabbia contro l’intero establishment iraniano, compreso il suo uomo più potente, la Guida suprema Ali Khamenei. Non si vedevano rivolte così grandi dal 2009, dai tempi del cosiddetto “movimento dell’Onda Verde”. La cosa particolare però è un’altra. Le proteste degli ultimi giorni si sono diffuse in maniera rapida e improvvisa anche fuori dalle grandi città, sorprendendo un po’ tutti: si sono estese a decine di città iraniane senza avere nessuna organizzazione alle spalle, in maniera spontanea e confusa, sfruttando soprattutto le comunicazioni sui social network. Ora molti si stanno chiedendo cosa succederà, ma è difficile dare una risposta.

Il Post

Quello che si può fare è cercare di capire cosa stia succedendo, anche perché spesso da noi si legge tutto quello che accade in Iran come uno scontro tra due schieramenti: i progressisti-buoni che vogliono trasformare l’Iran in una democrazia, e i conservatori-fanatici-religiosi-cattivi che vogliono che tutto rimanga uguale. Il risultato è che facendo così ci si confonde ancora di più, si raccontano i fatti distorcendo la realtà e si finisce per capire meno di prima, come dimostra il caso della foto della donna senza velo che è circolata molto nei giorni scorsi sui social network. Manco a dirlo, le cose sono molto più complicate di come spesso si pensa. Partiamo dall’inizio.

L’Iran è un paese governato dai religiosi
È così nei fatti e nella Costituzione.

L’Iran è formalmente una Repubblica Islamica dal 1979, anno della rivoluzione guidata da Ruhollah Khomeini, un carismatico religioso sciita che aveva vissuto per molti anni in esilio a Parigi. Quella rivoluzione, che portò alla destituzione dello scià Reza Pahlavi, non fu fatta solo dai religiosi, ma i religiosi furono quelli che prevalsero alla fine. Nei mesi successivi in Iran si tennero due referendum: con il primo venne istituita la Repubblica Islamica, con il secondo fu approvata la nuova Costituzione, costruita attorno al concetto di velayat e-faquih, traducibile letteralmente come “governo del giureconsulto”, cioè un governo nel quale veniva riconosciuto il ruolo di guida del giurista islamico sulla comunità di credenti. Era nato l’Iran che conosciamo oggi.

La fotografia è stata scattata dopo la vittoria del conservatore Mahmoud Ahmadinejad (a destra) alle elezioni presidenziali del 2005. A fianco di Ahmadinejad c’è la Guida suprema Ali Khamenei, mentre i due religiosi seduti a terra sono l’ex presidente Ali Akbar Hashami Rafsanjani (il più a sinistra), e il presidente uscente, il riformista Mohammad Khatami (ATTA KENARE/AFP/Getty Images)

Oggi tutti i più importanti leader iraniani sono dei religiosi: la Guida suprema Ali Khamenei, la più importante carica politica e religiosa dell’Iran; il presidente Hassan Rouhani, rieletto per il suo secondo mandato lo scorso febbraio; ma anche molti esponenti della corrente riformista – quella più progressista o “di sinistra”, diremmo noi – come Hassan Khomeini, nipote di Ruhollah Khomeini. Nel recente passato l’Iran ha avuto anche un presidente che non apparteneva al clero: Mahmud Ahmadinejad, esponente del fronte conservatore, cioè quello che difende la visione più intransigente dell’Islam.

Potrebbe sembrare una contraddizione ma in Iran non lo è, perché il fatto di essere un religioso non è sinonimo di conservatorismo.

“Moderati”, “ultraconservatori” e “riformisti” non sono partiti politici
Questi schieramenti includono diversi partiti ma funzionano sulla base di regole molto meno rigide di quelle a cui siamo abituati qui da noi: sono fluidi.

In Iran sono registrati circa 250 partiti, ma non c’è alcuna tradizione né di disciplina di partito né di stesura e rispetto di programmi politici. Nelle grandi città, per esempio, non è inusuale vedere un candidato appoggiato da partiti che fanno parte di schieramenti diversi: un po’ come se da noi un politico figurasse sia nelle liste della Lega Nord che in quelle del Partito Democratico.

Il presidente iraniano, il moderato Hassan Rouhani (a sinistra), consegna la bozza del bilancio preventivo del 2018 allo speaker del Parlamento, il conservatore pragmatico Ali Larijani, a Teheran, 10 dicembre 2017 (AP Photo/Vahid Salemi)

Negli ultimi anni la politica iraniana si è mossa attorno a due grandi schieramenti, i conservatori e i moderati, che però non sono due blocchi monolitici.

Semplificando molto, possiamo dire che i conservatori vogliono continuare a opporsi all’Occidente e mantenere così com’è l’attuale sistema economico nazionale, basato sul potere delle Guardie della rivoluzione, un potente corpo militare creato dopo la rivoluzione del 1979. I moderati vogliono aprirsi politicamente ed economicamente all’Occidente e ridurre il ruolo della polizia religiosa nella vita quotidiana degli iraniani. Al di là di come vanno le singole elezioni, i conservatori sono la fazione più potente in Iran, sempre e comunque, e controllano tra le altre cose la giustizia (esecuzioni, condanne, arresti di attivisti, e così via); i moderati riescono ad avere qualche margine di manovra solo quando riescono a governare.

I conservatori si dividono a loro volta tra ultraconservatori (i cosiddetti “principalisti”) e i conservatori pragmatici; i moderati tra moderati veri e propri e riformisti. Per fare un paragone con la politica europea, potremmo dire che i “principalisti” sono la destra, i conservatori pragmatici il centro, i moderati il centrosinistra e i riformisti la sinistra.

In Iran non c’è libertà di espressione
È un discorso che vale per la stampa locale, controllata dallo stato e spesso espressione dei vari schieramenti politici iraniani, ma anche per i social network, molti dei quali sono bloccati e accessibili solo tramite l’uso di software che servono per camuffare il posto da cui un utente si collega a Internet.

Per quanto riguarda i giornalisti occidentali – o iraniani che lavorano per testate occidentali – il discorso è più lungo. La stragrande maggioranza di loro vive a Teheran, che oltre a essere la capitale è anche la città più progressista dell’Iran. Il regime iraniano impone diverse restrizioni all’attività giornalistica, soprattutto nei momenti in cui si sente minacciato, come è successo negli ultimi giorni quando ha impedito ai giornalisti di fotografare e filmare le proteste. I giornalisti a Teheran raccolgono spesso le informazioni che arrivano da altre zone del paese, in particolare dalle zone di provincia, attraverso diversi canali Telegram, il cui accesso però è stato bloccato dal regime qualche giorno fa per evitare un’ulteriore diffusione delle manifestazioni.

Questi sono i motivi che spiegano come mai sappiamo così poco delle proteste che si sono diffuse in Iran nell’ultima settimana: non abbiamo dati certi sulla partecipazione, sulle violenze delle forze di sicurezza, sul numero delle persone uccise e arrestate.

Le proteste degli ultimi giorni, in breve
Le prime proteste sono cominciate giovedì scorso a Mashhad, una città nell’Iran occidentale di due milioni di persone. Si sono sentiti molti slogan e cori contro il presidente Rouhani, accusato di non avere mantenuto le promesse di crescita economica fatte in campagna elettorale. Diversi analisti e giornalisti hanno sostenuto che le proteste di Mashhad fossero state organizzate dagli ultraconservatori per colpire Rouhani. Non ci sono prove incontrovertibili di questa tesi, che però è ritenuta credibile da molti: Mashhad è una città conservatrice, dove lo schieramento di Khamenei va molte forte e in cui si concertano diversi conglomerati industriali legati al mondo dei conservatori. Ad ogni modo, nel giro di un giorno le proteste sono sfuggite al controllo di chi le aveva organizzate.

Le manifestazioni si sono diffuse in tempi incredibilmente veloci in buona parte dell’Iran, soprattutto nelle zone di provincia, mentre sono rimaste piuttosto marginali a Teheran. Fin da subito gli slogan sono cominciati a cambiare: la rivendicazione principale è rimasta quella economica, ma la rabbia dei manifestanti si è rivolta contro tutto l’establishment iraniano, ultraconservatori e Khamenei inclusi. È una protesta economica più che sociale e culturale. La rapidità con cui è cambiata la protesta ha sorpreso la stessa classe politica e religiosa iraniana, che negli ultimi giorni ha fatto spesso dichiarazioni contrastanti, passando dalla richiesta di dialogo con i manifestanti a una risposta dura e repressiva per evitare un’ulteriore diffusione delle proteste.

La cosa più sorprendente, comunque, è che le proteste degli ultimi giorni sono una prima volta anche per molti iraniani, perché non sono per nulla simili a quelle che si sono tenute in Iran negli ultimi 20 anni.

Le proteste in Iran non sono sempre state così
Due giorni fa lo scrittore e giornalista iraniano Amir Ahmadi Arian ha scritto un articolo sul New York Times che iniziava così:

«Questa è la terza grande rivolta in Iran che vedo nel corso della mia vita. Nel luglio 1999 la protesta pacifica degli studenti sulla libertà di parola si trasformò in una grande ribellione. Nel giugno 2009 le persone scesero in strada per chiedere il riconteggio dei voti contestati nelle elezioni presidenziali, e iniziò l’Onda verde. Entrambe queste rivolte fecero pressione per ottenere più diritti civili, chiesero più flessibilità e responsabilità da parte del governo iraniano. Entrambe si tennero per lo più a Teheran e attirarono la classe media e le persone più istruite, quelle che avevano fatto l’università. Entrambe furono pacifiche e per la maggior parte non violente.

Le proteste di questi giorni sembrano diverse.»

Sembrano diverse perché si sono diffuse soprattutto in piccole città religiose, dove il regime ha dato il suo consenso per scontato. Le richieste di maggiore libertà di espressione e più diritti alle donne e alle minoranze sono praticamente assenti: si chiede che venga risolto il grave problema della disoccupazione, si protesta contro l’aumento dei prezzi e si dà la colpa a tutto il regime, considerato incapace di rispondere alle domande dei cittadini più poveri. I manifestanti non cercano il sostegno dei partiti politici, nemmeno dei riformisti, che avevano guidato le grandi proteste del 2009. Si stanno mettendo al di fuori del sistema, ed è una cosa che non è considerata accettabile in Iran. Nonostante tutte le rivalità, infatti, nessuno schieramento politico iraniano, nemmeno i riformisti, chiede una rifondazione del sistema.

Dal 1979 la politica iraniana è sempre stata definita dalle divisioni tra riformisti e principalisti: è stata questa tensione a dare avvio alle grandi proteste del 1999 e 2009. Oggi le cose sono cambiate, ha scritto Amir Ahmadi Arian, e questa dicotomia è stata superata.

La retorica del nemico straniero che vuole destabilizzare l’Iran
Dare la colpa di eventi che minacciano la stabilità del regime a stati stranieri è una cosa che si è vista in Iran negli ultimi giorni dopo la diffusione delle proteste, e che fa parte della cultura politica iraniana.

Due giorni fa Khamenei ha accusato i nemici esterni dell’Iran di avere fomentato con armi e finanziamenti le proteste degli ultimi giorni, e ha detto che i manifestanti potrebbero essere processati per i reati di spionaggio e tradimento.

Nonostante non ci siano prove che sostengano questa tesi – che è poco credibile, viste le modalità con cui si sono diffuse le proteste – le accuse di Khamenei hanno trovato il consenso di molti iraniani. Secondo Margaret Coker del New York Times, ora diplomatici e analisti di diversi paesi stanno cercando di capire come aiutare i manifestanti, con i quali condividono l’obiettivo di avere in Iran un governo meno corrotto e più aperto.

La retorica del nemico che vuole destabilizzare l’Iran non è frutto di un’ossessione collettiva, ma il risultato di un certo passato. L’Iran ha una lunga storia di interventi stranieri nel proprio territorio: nel 1953, per esempio, i servizi segreti americani e britannici organizzarono un colpo di stato contro l’allora presidente nazionalista Mohammad Mossadeq, che era stato democraticamente eletto. Più di recente sono stati molti gli attacchi informatici di Stati Uniti e Israele per sabotare il programma nucleare iraniano, considerato una minaccia alla loro sicurezza nazionale. Il regime iraniano ha anche condannato moltissime persone con l’accusa di spionaggio o tradimento, per esempio durante le grandi proteste del 2009 a Teheran. Non sorprende quindi che anche a questo giro si accusino gli stati stranieri di fomentare le rivolte.

Cosa succederà ora?
L’impressione è che il regime sia in grado di intervenire in qualsiasi momento per bloccare le manifestazioni, impiegando sia le forze di polizia che gli uomini delle Guardie della rivoluzione. Al momento non sembrano esserci molte speranze per il movimento di protesta, soprattutto per la mancanza di una leadership e di un qualche tipo di appoggio da partiti o altre organizzazioni.

Questo non significa che i motivi che hanno provocato la diffusione delle manifestazioni spariranno da un momento all’altro. Questo malessere esiste da tempo ed è il risultato di almeno due fattori: il malfunzionamento dell’intero sistema economico iraniano, buona parte del quale sotto il controllo delle Guardie della rivoluzione, e le enormi aspettative di crescita poi disattese che aveva creato Rouhani due anni fa, dopo che il raggiungimento dell’accordo sul nucleare iraniano aveva permesso la rimozione delle sanzioni internazionali. È difficile dire però come si trasformerà in futuro questo malcontento, anche perché a oggi non ha rappresentanza in nessuno degli schieramenti politici iraniani. È difficile anche dire se gli ultraconservatori riusciranno a sfruttare le proteste per indebolire il governo di Rouhani, come sembra essere stato nei loro piani iniziali, o se saranno loro stessi a pagare il prezzo di questa situazione.

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