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  • mercoledì 20 dicembre 2017

L’Unione Europea contro la Polonia, sul serio

La Commissione ha iniziato una procedura mai adottata prima contro il governo polacco di estrema destra, accusato di aver compromesso lo stato di diritto

Il vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans (AP Photo/Virginia Mayo)

La Commissione europea ha annunciato di avere iniziato le procedure per l’applicazione dell’articolo 7 del Trattato di Lisbona contro la Polonia: è una decisione senza precedenti nella storia dell’Unione Europea. L’articolo 7, a cui negli ambienti di Bruxelles ci si riferisce con l’espressione “opzione nucleare”, prevede un meccanismo per garantire il rispetto dei valori fondamentali dell’Unione Europea quando questi sono minacciati. Se il procedimento dovesse arrivare fino alla fine, la Polonia potrebbe perdere il suo diritto di voto nelle istituzioni europee.

La misura è stata annunciata oggi da Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione europea, che ha detto che negli ultimi due anni il governo polacco ha adottato 13 leggi che hanno messo a rischio la democrazia in Polonia: in particolare l’indipendenza del potere giudiziario e in generale il principio della separazione dei poteri, condizionando in maniera rilevante il lavoro del Tribunale Costituzionale, della Corte Suprema e dei tribunali ordinari polacchi. Proprio oggi, fra l’altro, il presidente polacco Andrzej Duda ha firmato una legge che in estrema sintesi pone la Corte Suprema e altri organi giudiziari sotto il controllo del governo.

La decisione dell’Unione Europea non è arrivata in maniera improvvisa. In Polonia è al potere dal 2015 Diritto e Giustizia, partito di estrema destra che ha approvato nel giro di pochissimo tempo diverse leggi contro l’indipendenza del potere giudiziario, la libertà di informazione e i diritti delle donne, tra le altre cose, e che è diventato sempre più critico nei confronti dell’Europa.

Poco dopo l’annuncio di oggi il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki ha scritto su Twitter che «la Polonia rispetta lo stato di diritto tanto quanto l’Unione Europea» e ha definito «necessaria» la riforma del sistema giudiziario promossa dal suo governo. Anche il ministro degli Esteri, Witold Waszczykowski, ha commentato la decisione parlando di «decisione politica» e aggiungendo: «Vogliamo continuare a riformare il nostro sistema giudiziario. Lo dobbiamo ai nostri elettori, è un’aspettativa sociale. Siamo aperti al dibattito politico e sociale su questa importante riforma e ci aspettiamo dai nostri partner europei una valutazione completa e obiettiva e una comprensione migliore di quello che sta succedendo».

La Polonia avrà ora tre mesi per adeguare il proprio sistema agli standard richiesti dall’Unione Europea, per esempio modificando o ritirando la controversa riforma del potere giudiziario adottata di recente. La situazione verrà valutata a partire dal 20 marzo dal Consiglio dell’Unione Europea, dove almeno 22 dei 28 stati membri dovranno votare a favore della proposta della Commissione affinché si possa fare un avvertimento formale alla Polonia e si possa andare avanti nel processo. Le sanzioni più dure che rischia la Polonia sono la sospensione del diritto di voto nelle istituzioni europee e la sospensione dei finanziamenti europei: per poter approvare queste due misure, comunque, è necessario un voto successivo favorevole di tutti i paesi membri, scenario che al momento sembra essere poco probabile: l’Ungheria del primo ministro Viktor Órban ha già detto che non appoggerà la linea europea.

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