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  • martedì 12 Dicembre 2017

Uno di questi magari vince l’Oscar

Storie di storie che stanno provando a diventare film – anche da Oscar, come è già successo – grazie a una cosa che si chiama TorinoFilmLab

di Gabriele Gargantini

Quando parliamo di film, il più delle volte intendiamo qualcosa che si può vedere: subito o fra qualche mese, in un cinema, in tv o in qualche altro modo su internet, ma si può vedere. In questo caso, no. Si parla di idee per film, progetti per film, film che forse diventeranno film e forse no: li chiamiamo film ma sono poche immagini, quando va bene, e tante parole di registi che non conoscete. Quella che segue è la storia dei film prima del film: di storie che i registi vogliono raccontare e di come provano a farlo con i lunghissimi tempi che ha il cinema, specie quando quasi nessuno ti conosce e si fa un mucchio di domande prima di darti dei soldi.

Il TorinoFilmLab è un laboratorio e una sorta di concorso, con premi finali totali di oltre 300mila euro, che permette a registi alle prese con il loro primo o secondo film di trovare qualcuno che li aiuti – con soldi, consigli o competenze – a iniziare e finire quel film. In questi anni grazie al TorinoFilmLab sono stati completati 79 film, alcuni dei quali hanno vinto importanti premi dei più importanti festival di cinema. Nel 2012 l’ungherese László Nemes, allora autore di solo tre cortometraggi, arrivò con una bozza di sceneggiatura che è poi diventata Il figlio di Saul, vincitore del premio Oscar per il Miglior film straniero del 2016. Sei film scelti nel 2017 dai loro paesi per rappresentarli agli Oscar del 2018 sono stati sviluppati grazie al TorinoFilmLab, e tra loro c’è anche quello italiano: A Ciambra, di Jonas Carpignano.

Quest’anno al TFL sono stati presentati 34 progetti di film: 22 erano nella sezione ScriptLab – per i film di cui ci sono l’idea, un pezzo di sceneggiatura e un produttore, e manca gran parte del resto – e 12 nella sezione FeatureLab, di cui fanno parte film già scritti ma ancora da girare. Nelle due sezioni c’erano film di tutto il mondo: Brasile, Israele, Sudafrica, Algeria, Indonesia, Colombia e Vietnam.

Il TFL va avanti per mesi, con incontri tra sceneggiatori, registi e produttori. L’evento finale è a novembre – quest’anno è stato il 24 e 25 novembre – ed è quello in cui, mentre in città inizia il Torino Film Festival, più di trecento di loro si ritrovano per presentare i loro progetti e dire cosa manca per finirli. Spesso mancano i soldi. Funziona così: in due mattine, alla Scuola Holden, ogni film-non-ancora-film ha circa 15 minuti di tempo in cui viene presentato dal suo regista e dal suo produttore a tutti i presenti. I presenti sono gli altri registi e produttori e quelli che il TFL chiama Decision Makers: addetti ai lavori, persone del mondo del cinema d’autore, soprattutto europeo, che potrebbero risultare determinanti nel trasformare un’idea, una bozza o una sceneggiatura in un film.

Durante i pitch i registi spiegano perché gli è venuta proprio quell’idea, cosa e come intendono fare e cos’hanno fatto fino a quel momento. Ma, comunque, non vendono un prodotto; raccontano un progetto. I produttori iniziano in genere dicendo quanto è geniale il regista con cui hanno deciso di lavorare e, di solito alla fine, dicono qualcosa tipo: «Il budget stimato è di X milioni di euro; abbiamo ricevuto i fondi dal nostro paese, abbiamo trovato finanziamenti per coprire una percentuale Y delle spese; ci servirebbero questa cosa e quest’altra». Non c’è un modo standard per iniziare un pitch: qualcuno ha un discorso chiaramente preparatissimo e inizia dicendo qualcosa come «è il 1987, siamo a Teheran, è notte»; qualcun altro improvvisa, la prende più larga, divaga.

Al pomeriggio ci sono invece degli incontri, ognuno da una ventina di minuti circa, in cui da una parte di un tavolino ci sono il regista e il produttore di un film e dall’altra qualcun altro, spesso un Decision Maker, in qualche modo interessato a quel film. La sera del 25 novembre alcuni film vengono premiati e si prendono qualche decina di migliaia di euro da usare per la produzione. È importante vincere, ma è allo stesso modo importante crearsi quei famosi contatti.

La maggior parte dei produttori e dei registi del TFL ha meno di 45 anni, ma qua e là ci sono anche capelli grigi. Perché il cinema, anche quello piccolo, richiede – a stare molto bassi – decine di migliaia di euro di investimenti: non è raro trovare un regista di 50 anni alla sua opera prima, dopo anni di cortometraggi, sceneggiature e lavoro come assistente per altri. Ci sono persone di ogni tipo, al TFL: non tutti stanno dentro l’idea che forse avete del regista esordiente di film d’autore. Non ci sono solo maglioni dolcevita, giacche di velluto e occhiali tondi. A trovarsi lì per caso, alla scuola Holden o agli incontri del pomeriggio, di certo non si penserebbe di essere in mezzo a un convegno di dentisti o notai: ma si potrebbe pensare che si tratti di designer, architetti, creativi di qualche altro ambito. Però si sente parlare di cineprese Alexa e direttori della fotografia, si vedono persone che leggono sceneggiature, altre che citano con insolita frequenza Berlino, Venezia, Cannes e Locarno; e produttori che spiegano come, quando e a quali condizioni potrebbero investire in un film.

La più nota tra i presenti è Jessica Woodworth: è di nazionalità statunitense ma vive in Belgio. Ha co-diretto la commedia Un re allo sbando: magari l’avete vista a febbraio al cinema; è un mockumentary – un finto documentario che finge di essere vero – parla di un regista – che nel trailer si chiede «Il Belgio è un vero paese o solo un compromesso geopolitico?» – che deve girare a Istanbul, in Turchia, un documentario di propaganda su Nicolas III, re dei Belgi. Solo che mentre il re è all’estero la Vallonia dichiara l’indipendenza dal Belgio. Ma c’è una tempesta solare, gli aerei non volano, e per andare dalla Turchia al Belgio il re deve passare per i Balcani. Fortress, il progetto presentato da Woodworth al TFL, è molto meno movimentato. È infatti l’idea per un adattamento del Deserto dei Tartari di Dino Buzzati, ambientato però in Armenia. Woodworth spiega di avere già il 70 per cento dei soldi che le servono per il suo film «sull’attesa di un feroce nemico che non arriva» e per convincere qualche Decision Maker mostra alcune foto dei luoghi, interni ed esterni, in cui girerà il suo film. Spiega anche di essere pratica di paesaggi desolati, avendo già girato sulle Ande e in Mongolia.

Una delle foto usate per presentare Fortress.

Ma non ci sono solo film lenti: c’è anche un progetto per un film di fantascienza tratto dal romanzo Folding Beijing e con un budget di 20 milioni di euro. Lo sceneggiatore-regista che lo presenta è Josh Kim, statunitense di origini coreane. Parla di un futuro distopico in cui il mondo è diviso in tre classi sociali, e i membri di ognuna non vedono mai quelli dell’altra. L’unico punto di contatto tra le classi è la spazzatura, comune a tutti. La storia è (sarà, forse) quella di un padre della terza classe sociale che si fa corrompere per far passare dalla spazzatura un importante messaggio. Lo fa perché in cambio gli hanno promesso una promozione per la figlia.

Oppure ci sono commedie, anche se un po’ amare. You Are My Everything è il progetto della regista israeliana Michal Vinik, che ha da poco avuto un figlio. Parla di una donna israeliana che, quando il figlio sta per compiere 18 anni, si preoccupa, sapendo che finirà nell’esercito. Ne parla con una psicologa e la psicologa si mette a piangere, perché anche lei ha un figlio di 18 anni. Si mettono quindi d’accordo per provare a boicottare in ogni modo l’ingresso nell’esercito dei figli.

Ci sono tanti film tratti o ispirati da una storia vera, quasi sempre drammatici: un po’ perché i film drammatici di solito costano di meno (non servono spari, elicotteri, location particolari o effetti speciali, etc) e un po’ perché è più probabile che, per il proprio primo film, si scelga un storia personale. Senza contare che i drammi sono universali mentre le commedie sono molto nazionali. E che si parla sempre di cinema d’autore, che spesso fa piangere più che ridere.

Tra i film FeatureLab, quelli a «un livello avanzato di sviluppo»: il più bizzarro è Feathers of a father, un film franco-egiziano su un oppressivo padre di famiglia che diventa una gallina (ma forse è solo la sua famiglia che se ne illude). Per presentare certi film alcuni registi usano brevi scene che diano l’idea del film, altri usano qualche foto. Loeloe Hendra, regista indonesiano di Tale of the Land, mostra un breve filmato. Ma già quest’immagine dà l’idea di come potrebbe essere il suo film, tutto girato su un lago, che parla di una ragazza che sviene ogni volta che prova ad andare sulla terraferma.

C’è poi il film italiano Sole, che ha vinto il Production Award, uno dei due premi più importanti per i film della sezione FeatureLab. Il regista è Carlo Sironi, che ha 34 anni. Il produttore è Giovanni Pompili, che ne ha 38. Il loro film parla di una giovane donna polacca che è incinta e viene in Italia, dove non esiste la gestazione per altri, per partorire e vendere il figlio a una coppia disposta a comprarlo. Il tramite per la vendita illegale della bambina che nascerà è Ermanno, un tipo introverso, che vive di espedienti e che deve fingere di essere il compagno della donna e il padre della bambina che sta per nascere. Solo che la bambina nasce prematura e la cosa è un problema, perché per allattarla la ragazza deve tenerla un po’ più del dovuto. Nel loro pitch Sironi e Pompili mostrano anche un breve filmato «con due attori che peròre sono provvisori» e con una scena in cui la colonna sonora è “Felicità” di Al Bano.

Nel pomeriggio, quando ancora non sapevano che avrebbero vinto, Sironi e Pompili hanno parlato col Post di Sole, di quello che manca e di quello che c’è stato prima. Pompili guida dal 2011 la società Kino Produzioni e quell’anno Sironi andò da lui con l’idea per Cargo, un cortometraggio poi nominato ai David di Donatello del 2013. Insieme hanno fatto un altro cortometraggio, Valparaiso, e poi si sono messi a lavorare su Sole. Sono passati dalla Cinéfondation del Festival di Cannes e dalla Berlinale Script Station, due progetti dei due famosi festival per aiutare i registi a fare i loro film che Pompili idefinisce «incubatori di talenti». A fine 2016 hanno chiesto di poter partecipare al TorinoFilmLab. Avevano, spiega Pompili, «una sceneggiatura, una strategia produttiva, una strategia di marketing. Il film ha ricevuto il sostegno del ministero della Cultura e di IDM – Provincia di Bolzano.

A marzo 2017 hanno saputo che di essere stati scelti e da lì hanno fatto quello che hanno fatto tutti gli altri produttori e registi ammessi: due incontri, ognuno di una settimana circa, a Rotterdam e in Ungheria. Lì i progetti sono divisi in gruppi da quattro, e per ogni film ci sono sia il produttore che il regista. Un tutor consiglia come migliorare la sceneggiatura e i membri di ogni gruppo leggono, correggono e discutono le sceneggiature degli altri, tutte tradotte in inglese. Ora che hanno vinto, hanno già trovato un po’ più dei soldi che gli servono, che sono un po’ più di un milione di euro. «Speriamo di girare a giugno, al massimo settembre-ottobre», dicono. Il film potrebbe essere finito nei primi mesi del 2019 e lì presentato a qualche festival. Poi, se tutto va bene, finire nei cinema.

Del TFL, Pompili dice: «Potrebbe sembrare ombelicale come cosa, nel senso che ce la cantiamo e ce la suoniamo», ma è «un innesco di possibili collaborazioni» ed è «riconosciuto come l’eccellenza, come uno dei laboratori più importanti al mondo da parte di tutti quelli che lavorano in un cinema di ricerca e di personalità». Sironi, il regista, dice che alcuni incontri con i Decision Makers fatti al TFL «sono più tecnici» ma che altri sono molti «fattivi»: «molti vogliono sapere più nello specifico l’approccio, come farai certe cose, quindi ti ritrovi a raccontare il film e vedere rispetto alle sensibilità di ognuno se il tuo approccio va bene con la linea editoriale di un distributore o venditore; non si parla solo di numeri e date ma anche del contenuto».

Pompili spiega che «per investire su un film d’autore devi capire davvero la motivazione che c’è dietro: perché vuoi mettere quattro anni della tua vita per raccontare questa storia, cosa ti muove. “Qual è il tuo strong approach?“: questa è la domanda che chiunque ti farebbe qui al TFL». Spiega comunque che poi «ogni film è un prototipo che ha delle variabili enormi»: dopo anni di lavoro magari esce in sala, se esce, il primo weekend di sole dopo due mesi di pioggia, e nessuno va al cinema.

Pompili, intanto, racconta anche a cosa sta lavorando:

«Due coproduzioni: un film dal titolo Coureur, ispirato alla vera storia di un ciclista, e un documentario argentino sui centenari girato tra America centrale, Sardegna e Giappone. Poi stiamo girando un documentario francese di una regista italiana sul punto di vista sulle donne che rimangono nelle sponde sud del Mediterraneo all’interno dei flussi migratori al giorno d’oggi. Per il resto sto coproducendo con Matteo Garrone un film di Giovanni Piperno che nasce da un laboratorio fatto nella periferia di Roma, e il secondo film di Michele Vannnucci: un western fluviale, un thriller ambientato sul delta del Po. Poi, per non farmi mancare niente, un corto d’animazione in stop motion con la plastilina».

Il video che hanno fatto vedere al loro pitch qui non si può mettere, «perché se lo metti fuori dal contesto non è rappresentativo del film». Il contesto, in questo caso, è il TorinoFilmLab.