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  • venerdì 8 dicembre 2017

Due uomini hanno fatto irruzione in un centro di accoglienza a Verona e hanno picchiato due richiedenti asilo

È successo ieri sera nel CAS di Pescantina: i due erano entrati nel centro mentendo sulla loro identità

Venerdì 8 dicembre alle 18 due uomini hanno fatto irruzione nel centro di accoglienza straordinaria (CAS) di Pescantina, un comune di circa 17mila abitanti in provincia di Verona: hanno sfondato la porta d’entrata della struttura, dove vivono 5 famiglie, si sono presentati uno come un poliziotto e l’altro come il proprietario della casa, hanno scattato foto e video degli interni entrando nelle zone comuni e picchiando due richiedenti asilo. Ai carabinieri, arrivati poco dopo, hanno raccontato un’altra versione della storia. Secondo Veneto Vox tre richiedenti asilo hanno presentato una denuncia contro ignoti per il comportamento dei due uomini.

Il CAS di Pescantina è gestito da fine agosto dalla cooperativa Olinda che ha sede a Medole, in provincia di Mantova, e che ha vinto l’appalto della prefettura. Attualmente la casa, che è conosciuta come Villa Vezza e che è stata affittata dalla cooperativa, ospita 19 persone provenienti dalla Nigeria e dal Ghana: 5 donne, 5 uomini e i loro 9 bambini.

Al momento dell’irruzione non era presente alcun operatore della cooperativa. Uwa, una richiedente asilo ospitata nel CAS che ha 28 anni, ha raccontato al Post che quando è avvenuta l’irruzione si trovava in camera sua, al primo piano della casa, e stava riposando: «A un certo punto ho sentito la mia porta sbattere, sono uscita dalla camera e ho visto un uomo che faceva delle foto e che entrava anche nelle altre camere dove c’erano altre donne e i bambini che dormivano. Diceva di essere un poliziotto, io gli chiedevo di farmi vedere il tesserino, ma lui non me lo voleva mostrare e mi chiedeva invece di far vedere a lui i miei documenti».

Mohammed durante l’irruzione si trovava invece al piano terra. Ha raccontato al Post di aver sentito la porta di ingresso che veniva sfondata: «Sono venuti da noi e ci hanno chiesto dove era il nostro cibo. Sono entrati in cucina, poi uno è salito, l’altro è rimasto al piano terra e ci chiedeva i documenti. Io non ho creduto che fosse un poliziotto, perché in Africa un poliziotto ha la divisa e ha il distintivo, loro non ce l’avevano».

La porta d’entrata del CAS dopo l’irruzione.

Nel frattempo Uwa e un’altra donna sono scese al piano terra e hanno chiamato i carabinieri. A quel punto i due uomini sono usciti in giardino con un gruppo di richiedenti asilo, che hanno cercato di impedire che uscissero dal centro prima che arrivassero gli agenti o gli operatori, che nel frattempo erano stati avvisati, e quindi si sono messi davanti al cancello. Di questo momento c’è anche un video registrato da un richiedente.

Mohammed e Uwa hanno raccontato che i bambini piangevano e che c’era molta agitazione. Slamty, un richiedente presente in giardino, stava registrando un altro video di quello che stava accadendo: è stato aggredito dai due uomini che gli hanno strappato il telefono dalle mani lanciandolo contro un muro e lo hanno poi preso a calci sulle gambe. I due uomini hanno anche dato dei pugni a un altro richiedente asilo. Le due persone che hanno fatto irruzione parlavano anche con una donna che si trovava fuori dal cancello dicendole che le avrebbero inviato le foto e i video che avevano fatto all’interno della casa. Mohammed ci ha spiegato che le dicevano di pubblicare quelle foto e quei video sui social network.

I carabinieri sono arrivati dopo circa venti minuti e uno dei due uomini, ha spiegato Uwa, ha alzato le mani dicendo: «Io non c’entro niente». I due si sono appartati con un operatore del CAS e i carabinieri: «Da lì in poi noi non abbiamo più sentito niente», ha detto Uwa. L’operatore, rientrato dalla centrale dei carabinieri, ha detto al Post che i due uomini hanno raccontato un’altra versione della storia: che i migranti li avevano prelevati dalla strada, li avevano trascinati dentro al giardino e che non li facevano più uscire. L’operatore ha aggiunto però che ci sono delle foto che mostrano i due uomini all’interno della casa.

A Pescantina già prima dell’apertura del CAS c’erano state proteste e cortei organizzati dal gruppo “Verona ai Veronesi” che si oppone alla presenza di richiedenti asilo nella zona di Verona. C’erano stati diversi altri episodi anche dopo l’arrivo delle famiglie di migranti: aggressioni verbali contro gli operatori e le operatrici del centro e insulti contro i richiedenti asilo. A fine agosto un gruppo di alcune donne residenti a Pescantina aveva scritto una lettera denunciando gli atti intimidatori che gli ospiti del CAS stavano subendo.

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