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  • sabato 18 novembre 2017

La Moldavia è sempre un posto interessante

Soldi che spariscono dalle banche, spionaggi, complotti per uccidere i politici: sono solo alcune delle storie che arrivano dalla piccola repubblica divisa tra Russia ed Europa

Una donna moldava protesta con altre persone davanti al parlamento di Chisinau per denunciare irregolarità nelle elezioni presidenziali (DANIEL MIHAILESCU/AFP/Getty Images)

Questa settimana l’Economist ha messo in fila un po’ di storie sulla Moldavia, il piccolo paese di tre milioni e mezzo di abitanti stretto tra Romania e Ucraina, che ha come capitale Chisinau. Per esempio: per dieci mesi consecutivi l’attuale presidente della Repubblica, il filo-russo Igor Dodon, si è rifiutato di firmare la nomina del nuovo ministro della Difesa, che invece ha posizioni pro-NATO. La nomina è finalmente arrivata il 24 ottobre, dopo che la Corte Costituzionale ha sospeso Dodon dalle sue funzioni giusto il tempo di ratificare la firma dei documenti ufficiali. Il giorno successivo sette persone sono state accusate di cospirare per uccidere Vlad Plahotniuc, leader del Partito Democratico, considerato il vero padrone del paese. Il capo della cospirazione sarebbe un criminale noto semplicemente come “il Bulgaro”, attualmente residente in Russia.

Anche Plahotniuc, però, ha i suoi guai. Lo scorso 2 novembre un criminale che sta scontando la sua pena in prigione ha detto di essere stato pagato da Plahotniuc per assassinare un banchiere russo residente a Londra. Un portavoce del Partito Democratico ha detto che Plahotniuc non commenta “notizie false”. Ma questo commento non è bastato a una delle televisioni di sua proprietà, che ha rigirato le accuse: sarebbe in realtà un altro politico moldavo, rivale di Plahotniuc e attualmente fuggito in Russia, ad aver pagato per l’omicidio su commissione (che, in ogni caso, non è accaduto). Alle storie raccontate dall’Economist se ne potrebbero anche aggiungere altre. Quest’estate è scoppiato uno scandalo di spionaggio e un parlamentare è stato arrestato per aver passato informazioni segrete alla Russia. Poco dopo i diplomatici russi accusati di aver trafugato i documenti rubati sono stati espulsi e il governo russo ha minacciato “terribili” rappresaglie.

E questo è soltanto quello che è accaduto negli ultimi mesi. Basta allargare lo sguardo agli ultimi anni per trovare storie altrettanto bizzarre. Nel 2014 venne fuori che le banche della Moldavia avevano riciclato negli anni precedenti qualcosa come 20 miliardi di dollari di denaro sporco proveniente dalla Russia. Nel 2015 si scoprì che qualcuno aveva rubato da tre banche un miliardo di dollari, cioè una cifra pari a un ottavo del PIL del paese (se questi soldi non verranno trovati a pagare il conto dovranno essere i contribuenti moldavi). Infine, nel 2016 il principale rivale di Plahotniuc è stato arrestato con l’accusa di abuso di potere e questo, come ha detto un diplomatico intervistato dall’Economist, ha reso il leader del Partito Democratico «l’ultimo politico rimasto in campo».

In realtà, tutti questi episodi apparentemente assurdi sono il prodotto di una situazione nota da tempo. La Moldavia è uno Stato piccolo e povero al confine tra l’area d’influenza della Russia e quella dell’Unione Europea. La classe politica che ha dominato il paese nel corso dell’ultimo decennio, rappresentata da Plahotniuc, si è sempre schierata a favore dell’integrazione europea e della NATO (anche perché associandosi all’Unione Europea i paesi poveri ricevono in genere centinaia di milioni di euro di contributi). Questo gruppo dirigente, però, ha oramai perso completamente la fiducia dei moldavi.

Secondo un sondaggio recente, soltanto il 2 per cento di loro si fida ancora di Plahotniuc. Circa il 4 per cento degli elettori oggi voterebbe per il suo partito. Alle ultime elezioni, nel 2014, il Partito Democratico raccolse il 15,8 per cento dei voti. Nonostante questo Plahotniuc controlla direttamente o indirettamente la maggior parte dei parlamentari, scrive l’Economist, e quindi controlla anche il governo. Oltre a essere un politico, Plahotniuc è anche l’uomo più ricco del paese: un potente oligarca che, come ha detto un diplomatico all’Economist, ha praticamente instaurato una dittatura personale. Il New York Times lo ha definito “l’uomo più temuto della Moldavia”.

Il suo principale problema sembra essere che l’Unione Europea si è da tempo stufata di questa situazione e non sembra più disposta ad appoggiarlo o a sostenerlo. Gli oligarchi moldavi e le loro spregiudicate pratiche di governo, infatti, non sono molto amati a Bruxelles: lo scorso ottobre, per esempio, la Commissione Europea ha sospeso un pacchetto di 28 milioni di euro di aiuti economici dopo che l’ennesima richiesta di riformare il corrotto sistema giudiziario del paese è caduta nel vuoto.

La sfiducia nei confronti delle élite tradizionali del paese che, a parole, si sono sempre definite filo-europee ha aperto la strada all’ascesa dei partiti filo-russi, come il Partito Socialista di Igor Dodon, l’attuale presidente della Repubblica. Dodon ha vinto le elezioni presidenziali lo scorso novembre. Il suo ruolo è soprattutto cerimoniale, ma il suo consenso tra la popolazione è molto alto. Il 41 per cento dei moldavi si fida di lui e il 36 per cento di loro è pronto a votare per il suo partito. Lo scorso novembre Dodon ha vinto le elezioni presidenziali con il 52,1 per cento contro il 47,9 ottenuto da Maia Sandu, una popolare ex ministra dell’Istruzione, che oggi accusa il governo di perseguitare gli attivisti del suo partito.

Secondo Sandu, Europa e Stati Uniti hanno oramai abbandonato la Moldavia: la sua attuale classe dirigente è troppo corrotta e anche se dice di essere filo-occidentale, non offre sufficienti garanzie e, cosa ancora peggiore, sembra aver oramai perso completamente la fiducia dei moldavi. Secondo l’Economist, se il presidente russo Vladimir Putin vorrà estendere la sua influenza sulla piccola Moldavia non dovrà far altro che aspettare che i suoi abitanti tornino alle urne per dare a Dodon e ai suoi filo-russi il compito di cercare di cambiare le cose nel paese.

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