(STAN HONDA/AFP/Getty Images)
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  • mercoledì 25 Ottobre 2017

Balzac dopo le sue solite 50 tazze di caffè

(STAN HONDA/AFP/Getty Images)

Lo scrittore francese Honoré de Balzac era famoso per i suoi eccessi: amanti, abiti e gioielli costosi per cui veniva perseguitato dai creditori; passava anche ore e ore al lavoro: scriveva dall’una alle otto del mattino, e una volta si vantò di aver lavorato per 48 ore di seguito, a parte una pausa di tre ore in mezzo. E poi c’era l’ossessione per il caffè, che beveva in quantità impressionanti, pare fino a 50 tazze al giorno, sostenendo che lo aiutasse a scrivere; questa mania è stata presa in giro dall’attore Paul Giamatti che lo interpreta in un buffo video per il New Yorker.

Balzac ne scrisse anche nel saggio Traité des excitants modernes, del 1839 (qui in inglese la parte sul caffè): il suo preferito era una sorta di caffè turco molto forte e denso ma quando non bastava ingeriva direttamente i chicchi macinati a stomaco vuoto, un metodo «orribile e abbastanza brutale» che consigliava soltanto a «uomini di eccezionale vigore» con «con mani larghe e squadrate e gambe come birilli del bowling». Una volta lo suggerì a un amico che doveva terminare un lavoro in giornata, ma lui pensò di essersi intossicato e si mise a letto; lui però era un tipo «alto, biondo, snello e coi capelli fini, con uno stomaco di cartapesta». Se volete provare, si fa così.

«Bisogna ingerire caffè denso e macinato finemente, senz’aggiunta d’acqua, a stomaco vuoto. Il caffè finisce nello stomaco, una sacca dall’interno vellutato rivestito di ventose e papille. Il caffè non trova altro nella sacca e così attacca questa fodera delicata e voluttuosa; si comporta come un cibo e richiede succhi gastrici, strizza e torce lo stomaco per avere questi succhi, li invoca come fa una pitonessa col suo dio; brutalizza questi bei rivestimenti come un cocchiere abusa dei suoi pony; il plesso si infiamma e lancia fiamme fino al cervello. Da quel momento, tutto diventa agitato. Le idee marciano come battaglioni di un’armata verso un leggendario campo di battaglia, e la battaglia infuria. Le memorie caricano, con alti vessilli scintillanti; la cavalleria della metafora dispiega un galoppo magnifico; i bersaglieri sparano a vista; forme, ombre e personaggi si impennano; la carta si riempie di inchiostro: inizia il lavoro notturno che termina con fiumi di acqua nera dopo che la battaglia è stata aperta da quella nera polvere».

Chicchi di caffè in una piantagione a Tegucigalpa, in Honduras
(ORLANDO SIERRA/AFP/Getty Images)

Balzac racconta anche l’effetto che gli faceva troppo caffè:

«Un uomo di spirito di evitare di andarsene in giro [dopo averne bevuto troppo]. Ho scoperto questa strana agitazione dopo una serie di incidenti che mi fecero perdere, senza alcun problema, il piacere che mi aveva dato prima. Alcuni amici, con cui ero in viaggio, mi videro litigare su qualsiasi cosa, aggrappandomi a una monumentale cattiva fede. Il giorno dopo riconobbi il mio brutto comportamento e ci mettemmo a cercarne il motivo. I miei amici erano molto saggi e scoprimmo in breve il problema: il caffè voleva la sua vittima».

Giustamente ha dato anche il nome a una marca e catena di caffè