C’è un farmaco contro i tumori molto promettente

Il pembrolizumab aiuta il sistema immunitario a trovare le cellule cancerose e a distruggerle, ma per ora funziona solo nelle persone con particolari anomalie genetiche

Un laboratorio per le ricerche sui tumori a Cambridge, Regno Unito (Dan Kitwood/Getty Images/Cancer Research UK)

Un farmaco che aiuta il sistema immunitario ad attaccare i tumori ha dato risultati molto promettenti in una serie di test che ha coinvolto 86 persone, tutte ammalate di vari tipi di cancro resistenti alle classiche terapie. Gli esiti sono stati così convincenti da spingere la Food and Drug Administration (FDA, l’agenzia governativa che regolamenta i medicinali negli Stati Uniti) ad approvare l’utilizzo del principio attivo del farmaco, il pembrolizumab, nei pazienti malati di cancro e che hanno in comune una particolare anomalia genetica. Il Keytruda – il nome commerciale del farmaco – non è infatti efficace su tutte le persone, ma solo in quelle che hanno una particolare mutazione genetica che impedisce alle cellule di rimettere a posto il DNA danneggiato, quando qualcosa va storto nella sua replicazione. È la prima volta che un medicinale contro il cancro per pazienti che condividono la stessa anomalia genetica viene approvato, e secondo i ricercatori potrebbe contribuire a salvare migliaia di vite ogni anno.

Dopo avere seguito una terapia a base di pembrolizumab, è stata riscontrata una sensibile riduzione nelle dimensioni dei tumori di 66 partecipanti al test clinico, scrivono i ricercatori su Science: in molti casi la massa tumorale si è stabilizzata e ha smesso di crescere. In 18 casi il tumore è scomparso e a distanza di tempo non è stata rilevata una recidiva. I test sono stati eseguiti senza gruppo di controllo, cioè senza pazienti con tumori simili e trattati con terapie tradizionali, quindi la revisione dei risultati è stata ancora più severa prima di poterli definire convincenti.

Il Keytruda è prodotto dall’azienda farmaceutica Merck ed era già utilizzato per il trattamento di alcuni tumori, come quelli al polmone e alla vescica, ma in modo generalizzato e senza concentrarsi su pazienti con specifiche caratteristiche. Il farmaco è poco diffuso e quindi ancora molto caro: un ciclo di un anno di terapia arriva a costare oltre 150mila dollari. La ricerca su un suo uso più mirato è stata avviata nel 2013 ed è ancora in corso: è stata finanziata da alcune fondazioni senza scopo di lucro, con Merck che ha avuto il solo ruolo di fornire il medicinale.

I tumori sono solitamente classificati dagli oncologi sulla base di svariate caratteristiche, compresa la loro posizione nell’organismo: cancro ai polmoni, al seno, al cervello e così via. Per molto tempo, e ancora oggi in alcuni ambiti di ricerca, si è pensato che il modo migliore per impedire ai tumori di proliferare passasse attraverso lo sviluppo di farmaci per azzerare le mutazioni genetiche, e quindi il comportamento anomalo delle cellule che porta al cancro. Ultimamente si è però compreso che a questo approccio devono esserne affiancati altri, come sfruttare il nostro stesso sistema immunitario per fargli riconoscere le cellule tumorali e distruggerle.

Questa soluzione è difficile da raggiungere per svariati motivi, ma (semplificando) possiamo dire che il problema dei problemi è la capacità delle cellule tumorali di nascondersi dal sistema immunitario. Per farlo, utilizzano proteine sulle loro membrane cellulari che traggono in inganno le difese dell’organismo, rendendosi di fatto invisibili. Il pembrolizumab ha la capacità di smascherare le cellule tumorali, stimolando quindi una risposta del sistema immunitario per distruggerle.

Spiega Gina Kolata sul New York Times che le proprietà del principio attivo sono state scoperte quasi per caso e grazie a un insuccesso nella sperimentazione di un farmaco simile all’attuale (nivolumab). Nell’ambito di alcuni test clinici, era stato somministrato a 33 persone con cancro al colon: nessuna di queste tranne una aveva tratto giovamento dalla terapia. I ricercatori allora si chiesero che cosa avesse funzionato in quel solo paziente, e si scoprì che era affetto da una particolare mutazione genetica che impediva al tumore di riparare i danni del DNA. Le cellule tumorali contenevano quindi un alto numero di mutazioni genetiche, che portavano alla produzione di proteine piuttosto anomale che rimanevano intorno alla membrana cellulare, impedendo al sistema immunitario di fare il suo dovere. Il farmaco aveva la capacità di mandare in tilt questo sistema di proteine, aprendo la strada alle cellule del sistema immunitario per liberarsi di quelle tumorali.

Scoperto il meccanismo, i ricercatori hanno avviato altri test con pazienti con anomalie simili a quelle osservate nel paziente trattato nell’esperimento sul cancro al colon (per rilevarle è sufficiente un test del DNA da poche centinaia di dollari). Gli effetti sono stati giudicati molto promettenti e in diversi casi hanno portato alla remissione del tumore, con importanti benefici, anche se è ancora presto per una loro valutazione nel medio-lungo termine.

Una storia su tutte, raccontata sempre da Kolata, dà l’idea del progresso raggiunto. Adrienne Skinner è di Larchmont, nello Stato di New York, ha 60 anni e le era stato diagnosticato un tumore che si sviluppa nei dotti biliari, necessari per il trasporto della bile prodotta dal fegato al duodeno (la prima parte dell’intestino tenue) passando per la cistifellea, dove il liquido viene accumulato e rilasciato dopo i pasti. È un tumore per cui non ci sono trattamenti standard e che di solito non lascia molte speranze. I chirurghi avevano proposto a Skinner di operarla, per rimuovere parte del pancreas, dell’intestino tenue e la cistifellea, poi cancellarono l’intervento molto invasivo quando scoprirono che il tumore si era già diffuso nel fegato. Due cicli di chemioterapia, con farmaci diversi, non avevano portato a particolari risultati e sembrava non ci fosse più molto da fare.

Venuta a conoscenza della sperimentazione sul nuovo farmaco, Skinner ottenne di far parte della sperimentazione nell’aprile del 2014, dopo un test che aveva rilevato la particolare anomalia genetica. Pochi mesi dopo, durante un esame di controllo tramite biopsia, un medico ha notato con sorpresa che le cose per la paziente erano notevolmente migliorate: “Se qualcuno non mi avesse detto che lei ha sofferto di una neoplasia ampollare, non me ne sarei reso conto”. Skinner ha preso il farmaco per due anni, quindi fino al 2016: ora ha smesso di assumerlo e per ora il tumore non si è ripresentato.

Le notizie sul pembrolizumab sono molto incoraggianti e tenute in grande considerazione dalla comunità scientifica, ma ci sono ancora molte domande cui rispondere. Non è per esempio chiaro perché il farmaco non abbia fatto effetto su tutte le persone che lo hanno assunto, nonostante avessero in comune la stessa anomalia genetica. I risultati e l’impiego del farmaco in altri pazienti saranno comunque essenziali per capire qualcosa di più, in vista di nuove terapie contro il cancro.

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