(PHILIPPE HUGUEN/AFP/Getty Images)
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  • martedì 25 Aprile 2017

La storia dell’interruzione volontaria di gravidanza di “Giulia”

A marzo si era parlato di una donna di Padova che aveva chiamato 23 ospedali per un aborto, ora le indagini dicono una cosa diversa

(PHILIPPE HUGUEN/AFP/Getty Images)

All’inizio dello scorso marzo, i principali quotidiani nazionali si erano occupati del caso di una donna di Padova – chiamata con il nome di fantasia Giulia per tutelare la sua privacy – che si era rivolta a “22 ospedali diversi” prima di riuscire a fissare una visita per una interruzione di gravidanza. A distanza di quasi due mesi, carabinieri e magistratura hanno verificato che non ci furono reati o irregolarità da parte del personale sanitario coinvolto, e che le stesse notizie su Giulia non erano state riportate correttamente. Il tema è tornato di attualità in seguito alla conclusione delle indagini col giudizio che non ci siano stati reati, e da due giorni politici e commentatori stanno discutendo se si tratti o meno di una smentita alla versione iniziale della storia (oggi ne scrive anche Massimo Gramellini sulla sua rubrica “Caffè”, in prima pagina sul Corriere della Sera, come aveva già fatto quando erano circolate le prime informazioni sul caso di Padova).

La fonte della notizia per buona parte di giornali era stato un articolo del Gazzettino pubblicato lo scorso primo marzo e intitolato: “«Sa, qui sono tutti obiettori»: in 23 ospedali per riuscire ad abortire”. Il pezzo faceva riferimento all’esperienza di Giulia e alla collaborazione offerta dalla CGIL Veneto a cui si era rivolta per avere assistenza nel 2015, ma non era molto chiaro se i virgolettati fossero stati raccolti direttamente da chi aveva scritto l’articolo o da qualcuno del sindacato:

È metà dicembre quando la donna scopre di essere incinta, la legge impone di procedere all’IVG entro i primi novanta giorni. Dodici settimane, tre mesi. Giulia è al secondo mese abbondante. «Non doveva succedere, uso la spirale, mai e poi mai mi sarei aspettata una nuova gravidanza. Ho iniziato a fare qualche telefonata, inizialmente mi sono mossa pensando fosse relativamente semplice, contattando il mio ginecologo, l’ospedale di Padova. Mi sono accorta subito che tentennavano, da lì è iniziata un’odissea». Una dopo l’altra, Giulia contatta 23 strutture ospedaliere. Le risposte erano le più disparate: non ce la facciamo, siamo già al limite, non riusciamo a stare nei tempi, ci sono le vacanze, sono tutti obiettori, il problema non è solo trovare un medico ma anche l’anestesista può essere obiettore di coscienza, quindi dobbiamo convogliare in sala operatoria in una sola giornata professionisti non obiettori, è un lavoro d’équipe, non siamo nelle condizioni.

L’articolo del Gazzettino era stato ripreso da altri giornali, insieme ad alcune agenzie. Repubblica aveva titolato, “Aborto, denuncia CGIL: ‘Donna respinta da 23 ospedali, soluzione solo dopo nostro intervento’”, mentre l’assessore regionale alla sanità del Veneto, Luca Coletto, aveva annunciato un’indagine interna per approfondire. La vicenda aveva inoltre portato nuovi elementi al dibattito, molto sentito e già discusso, sull’obiezione di coscienza da parte dei medici e sul fatto che in molte strutture sanitarie gli obiettori siano la maggioranza, cosa che rende difficile l’applicazione della legge 194 che regolamenta le interruzioni di gravidanza.

La legge consente l’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) entro i primi 90 giorni, periodo che viene calcolato dalla data delle ultime mestruazioni, e impone una settimana di “riflessione” da quando viene emesso il certificato medico per sottoporsi all’IVG. Di fatto ci sono in media tra le 5 e le 6 settimane di tempo per decidere cosa fare, tempi che possono diventare molto stretti se si fatica a trovare una struttura sanitaria in cui ci siano medici che praticano l’interruzione volontaria di gravidanza.

Sul caso di Giulia era intervenuta la magistratura, che aveva disposto una serie di indagini da parte dei Nuclei Antisofistificazioni e Sanità dell’Arma (NAS) dei carabinieri. I NAS hanno concluso nei giorni scorsi che nel caso di Padova non ci siano state violazioni della legge 194. Stando alle loro ricostruzioni, Giulia si era rivolta al consultorio per avviare l’IVG il 15 dicembre 2015, con una conseguente visita ginecologica presso l’Azienda ospedaliera di Padova fissata per il 23 dicembre. In seguito le era stata fissata l’IVG per il 12 gennaio 2016, sempre presso la medesima struttura. Probabilmente preoccupata dai tempi molto stretti per rimanere entro i 90 giorni previsti dalla legge, Giulia aveva iniziato a chiamare altri ospedali e cliniche, cercando di anticipare la data dell’intervento. Non aveva però trovato altre disponibilità e aveva quindi interrotto la gravidanza il 12 gennaio 2016, come da iniziale prenotazione.

Stando alle informazioni diffuse dal Mattino, ci sarebbe stato anche un fraintendimento sull’effettivo numero di ospedali contattati a fine dicembre. Negli articoli di inizio marzo si era parlato di “22 ospedali diversi”, prima di trovarne un 23esimo che praticasse l’IVG. I carabinieri hanno però ricostruito che le chiamate siano state 23, ma in molti casi indirizzate verso le stesse strutture sanitarie. In tutto sarebbero stati quindi una decina di ospedali. L’assessore Coletto ha commentato gli ultimi sviluppi molto duramente dicendo che “era tutto falso” e che “le bugie hanno la lingua lunghissima, ma per fortuna hanno le gambe corte”, e se l’è presa indistintamente con Giulia, con i sindacati e con i media per come hanno raccontato la vicenda.

In molti, a partire dallo stesso Gramellini oggi (anche se confonde le 23 chiamate con gli ospedali), hanno spiegato che è un errore attribuire responsabilità a Giulia, che si trovava in una comprensibile situazione di stress e ansia.
La notizia corretta è sempre stata che una donna di Padova, dopo avere ricevuto un appuntamento per una IVG molto a ridosso dei tempi prescritti dalla legge, ha dovuto fare 22 telefonate per provare ad anticipare l’intervento ed evitare altre complicazioni, ricevendo altrettanti rifiuti rispetto a questa comprensibile esigenza.