Delle foto che mostrano detenuti morti nelle prigioni siriane dall'inizio del conflitto, esposte alle Nazioni Unite, l'11 marzo 2015 (AP Photo/Bebeto Matthews)
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  • lunedì 10 Aprile 2017

Le torture negli ospedali militari di Assad

La storia dell'ospedale 601 di Damasco e di molti altri dove il regime siriano ha tenuto e spesso torturato i suoi avversari, raccontata dal Washington Post

di Louisa Loveluck e Zakaria Zakaria – The Washington Post
Delle foto che mostrano detenuti morti nelle prigioni siriane dall'inizio del conflitto, esposte alle Nazioni Unite, l'11 marzo 2015 (AP Photo/Bebeto Matthews)

Una sera del marzo 2011, quando la rivolta contro il regime del presidente siriano Bashar al Assad era appena cominciata, un gruppo di attivisti guidato da Mohsen al Masri si fece largo tra le strade di Damasco. Gli attivisti si accovacciarono a terra, aprirono i loro zaini e tirarono fuori migliaia di palline da ping-pong, dipinte di verde, rosa, blu e giallo. Le lanciarono per strada, oltre i poliziotti che nel frattempo cercavano di fermarle. Per mesi gli abitanti di Damasco trovarono le palline incastrate negli angoli e nelle fessure degli edifici e delle strade della città. Ciascuna era contrassegnata dalla parola “Libertà”. Per quel gesto – una protesta pacifica – Masri sarebbe stato punito ferocemente, così ferocemente che è strano che sia riuscito a sopravvivere. Masri ha raccontato la sua storia in una serie di interviste: di come per due anni sia stato torturato e interrogato in quattro centri di detenzione del regime, prima di arrivare nell’ospedale conosciuto come 601, dove subì nuove e terribili violenze. Oggi Masri è conosciuto per essere apparso in una serie di fotografie che mostrano migliaia di corpi scheletrici di persone torturate dal regime di Assad, ed è diventato uno dei volti più tristemente noti di questa parte della guerra siriana.

L’ospedale 601 è un complesso che si trova a circa 800 metri dalla residenza di Assad, a Damasco. Masri, altri ex prigionieri e alcuni militari siriani hanno raccontato che ancora oggi all’interno dell’ospedale i prigionieri malati vengono incatenati a letti ricoperti da uomini morenti e torturati. I cadaveri vengono accatastati nei bagni, nei fabbricati esterni e in qualsiasi altro posto si riesca a metterli, per poi essere meticolosamente registrati e trasportati via con dei camion per le sepolture di massa.

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Nel corso di diverse interviste in Libano, Turchia ed Europa, oltre una dozzina di sopravvissuti e disertori dell’esercito siriano ha raccontato gli orrori compiuti negli ospedali militari sparsi in tutta la Siria, per i quali gli avvocati che si occupano di crimini di guerra dicono di fare fatica a trovare un paragone nell’era moderna. Gli ex prigionieri provengono dai contesti più disparati. Membri dell’élite, della classe lavoratrice, persone di sinistra e islamisti, legati soltanto dal loro coinvolgimento nella rivolta siriana del 2011. Alcuni di loro istigarono la rivolta. Altri si limitarono a commentare gli status su Facebook di amici che appoggiavano le proteste. Secondo gli investigatori queste testimonianze e la documentazione relativa agli ospedali militari della Siria offrono alcune delle prove più concrete attualmente disponibili dei crimini contro l’umanità compiuti nel paese, e un giorno potrebbero portare importanti figure del governo a essere processate in tribunale. «Siamo stati buttati in un sistema che era stato preparato per noi. Anche gli ospedali erano dei mattatoi», ha detto Marsi in un’intervista del mese scorso.

In Siria la medicina è stata usata come arma di guerra sin dai primi giorni della rivolta: per esempio alcuni medici filo-governativi eseguivano amputazioni a manifestanti che avevano riportato ferite minori. Dal 2011 le corsie degli ospedali militari riservate ai prigionieri cominciarono a essere riempite di uomini lasciati a morire di fame, tra le altre cose. Non si sa con precisione quanti siano stati gli attivisti anti-governativi trattati negli ospedali militari siriani dall’inizio della guerra. Si sa però che dal 2011, secondo le stime del Syrian Network for Human Rights, oltre 100mila persone sono state arrestate o fatte sparire con la forza. In questo lasso di tempo le organizzazioni umanitarie internazionali hanno avuto accesso a solo una manciata di prigioni con il permesso del governo, in nessuna delle quali sono stati detenuti gli ex prigionieri intervistati dal Washington Post.

Il calvario di Masri è iniziato nella primavera del 2012, quando fu arrestato mentre andava a una conferenza in Turchia. Dopo essere stato torturato ripetutamente mentre veniva trasferito da una prigione all’altra, arrivò a Sednaya, una delle carceri più temute. In un rapporto pubblicato a febbraio, Amnesty International ha detto che a Sednaya la tortura e la privazione di cibo vengono applicate in maniera sistematica. Masri ha raccontato che i prigionieri impararono presto a rimanere in silenzio quando le guardie chiedevano chi avesse bisogno di ricevere cure in ospedale. «Non importava cosa ci avessero fatto, dovevamo far finta di stare bene. Le persone raramente tornavano dai quei trasferimenti». Dopo mesi di malnutrizione, il nome di Masri fu aggiunto alla lista dei trasferimenti settimanali. All’arrivo della sera, un giorno del maggio 2012, Masri fu incatenato a un altro uomo e portato ai camion all’esterno del carcere. Dopo aver attaccato un numero al suo corpo, una guardia gli disse di dimenticarsi il suo nome e Masri fu bendato.

Tutti hanno la loro festa di “benvenuto” quando arrivano nell’ospedale, ha raccontato Masri, riferendosi a un pestaggio selvaggio che coinvolse guardie e personale medico. Una volta arrivati all’ospedale 601 il primo a essere spinto a terra e picchiato fu l’uomo più debole del gruppo. Nel vicino ospedale militare Tishreen, Mohammed al Hammoud, un ex tecnico della struttura, ha raccontato di aver visto prigionieri venire trascinati giù per le scale per i capelli. «Era tutto legato al controllo», ha detto Somar Mustafa, uno studente di Fisica di Damasco che fu mandato all’ospedale 601 alla fine del 2012. All’interno dell’ospedale, Mustafa vide prigionieri incatenati ai letti addossati così vicino l’uno all’altro da doversi sedere con le ginocchia al petto. Le pause per andare in bagno erano talmente rare che i prigionieri defecavano nel posto in cui erano seduti, dove rimanevano anche per giorni. «Eravamo bendati con quell’odore che ci circondava. Non ci si può scrollare di dosso il ricordo, anche quando te ne vai», ha detto Mustafa.

Dal 2011 ad oggi almeno cinque settori delle forze di sicurezza siriane hanno gestito dei reparti all’interno dell’ospedale 601, stando alla Commissione d’Inchiesta dell’ONU, un organo creato per monitorare il conflitto in Siria. «I prigionieri, tra cui bambini, sono stati picchiati, ustionati con le sigarette e sottoposti a torture che colpiscono le loro lesioni preesistenti», ha scritto la commissione in un rapporto del 2013, concludendo che all’interno della struttura diversi pazienti sono stati torturati fino alla morte. L’ospedale militare Harasta, sempre a Damasco, ha trasferito il reparto riservato ai prigionieri dal primo al settimo piano per prevenire le fughe, ha raccontato un disertore dell’esercito siriano. «Era l’unico piano senza ascensore, e noi sapevamo che non avrebbero potuto buttarsi dalla finestra».

Gli investigatori sostengono che gli abusi potrebbero diventare dei pilastri fondamentali in un eventuale procedimento penale contro i medici degli ospedali e importanti figure del regime siriano. Al 601, Masri e Mustafa hanno raccontato di aver visto alti funzionari delle forze di sicurezza accompagnare i medici durante le ronde. A volte i gruppi di persone si fermavano da un prigioniero per discutere delle cure. Altre, per picchiarlo. Ad aiutare i medici c’era del personale di servizio in uniforme blu, in molti casi ex sostenitori delle rivolte che erano stati cooptati dai loro carcerieri. «I nostri uomini migliori erano stati spezzati dalla tortura. Se non ci picchiavano rischiavamo di subire una sorte peggiore», ha detto Masri.

Le guardie si chiamavano usando dei soprannomi per evitare di essere identificate. Quattro superstiti hanno raccontato che la guardia più nota veniva chiamata Azrael, angelo della morte, ed era un uomo tozzo che arrivava dalla città di Latakia, una roccaforte di Assad sulla costa siriana. Azrael trasportava sempre un bastone avvolto da lame di rasoio. Sceglieva i prigionieri, la maggior dei quali malati e morenti, per eseguire quella che lui definiva “giustizia”. I prigionieri la chiamavano “esecuzione”. Masri si ricorda di aver visto Azrael usare un accendino vicino a una busta di plastica, e scioglierla goccia dopo goccia sulla faccia di un prigioniero fino alla morte. Altri ex prigionieri hanno raccontato che Azrael usava una spranga di ferro per sfondare il cranio dei loro vicini di letto. Molte persone sono morte nel posto in cui erano distese, ammassate contro i loro compagni di letto fino all’arrivo del mattino. Nel caso di Mustafa, nell’inverno del 2012, questo significò condividere il letto con tre cadaveri fino all’alba del giorno dopo.

Mentre fuori dall’ospedale la rivolta si trasformava in una guerra, le persone che interrogavano i prigionieri iniziarono a essere ossessionate dall’idea che i torturati in realtà stessero coprendo dei complici. Le torture peggiorarono, così come aumentò la smania dei carcerieri di arrestare nuove persone. «È impossibile interrogare, torturare e uccidere decine di migliaia di prigionieri senza che ci sia un sistema», ha detto Scott Gilmore, avvocato del Center for Justice and Accountability. «Prima della rivoluzione il regime non uccideva migliaia di persone. Poi, tutto d’un tratto, iniziò a farlo. La domanda era: cosa fare dei corpi?». Nel dicembre 2012 un ordine firmato dal capo del dipartimento d’intelligence militare siriano diede istruzioni a tutti i reparti di sicurezza di mandare i cadaveri all’obitorio di un ospedale militare. Il documento, di cui è entrato in possesso la Commission for International Justice and Accountability, un’unità investigativa europea, diceva che ogni cadavere doveva essere esaminato e registrato. Molte delle fotografie che risultarono da questo lavoro furono poi pubblicate in tutto il mondo nel 2014, dopo essere state portate fuori dalla Siria da un disertore della polizia militare conosciuto solo con il suo nome in codice, Caesar. La maggior parte delle foto erano state scattate all’interno dell’ospedale 601. Cadaveri scheletrici di bambini di undici anni portavano i segni delle torture, con gli occhi cavati dalle orbite e gli arti pieni di buchi e ustioni. Attenendosi al protocollo del governo siriano, Caesar aveva documentato meticolosamente la morte di circa 11mila persone. «Tenete presente che queste sono soltanto le fotografie scattate da un solo uomo in un unico periodo, e che comunque sono solo una piccola parte del materiale in possesso dell’uomo», ha detto Nadim Houry, che ha esaminato le foto per Human Rights Watch.

Recentemente Assad ha definito le immagini come «notizie false», suggerendo che fossero state contraffate per perseguire i fini delle organizzazioni per i diritti umani. I disertori siriani, però, hanno raccontato di aver trascinato i cadaveri numerati in buste trasparenti all’ospedale 601 e nei vicini ospedali militari di Tishreen e Harasta. Gli investigatori delle Nazioni Unite e alcuni studi legali privati hanno raccolto testimonianze simili nelle città siriane di Homs, Aleppo e Daraa. Alla fine del 2012 il sistema aveva ceduto e a dicembre il governo rimproverò i singoli dipartimenti militari per non essere riusciti a registrare i morti in maniera tempestiva.

Alcuni sopravvissuti furono trasferiti nelle prigioni vicine, ha raccontato Masri. Altri, come Mustafa, furono portati in un tribunale di Damasco pieno di altri prigionieri e scarcerati immediatamente, dopo che un giudice riconobbe che erano stati obbligati a fare confessioni false sotto tortura. Mustafa ha detto che si ricorda di essere caduto tra le braccia dei suoi genitori in lacrime. Dopo essere uscito dall’ospedale 601, Masri fu riportato a Sednaya. Subì un altro anno di torture, passando notti ammassato ad altri uomini nell’oscurità. Una notte dell’inverno del 2014 sognò di farsi una doccia calda, con il getto che eliminava due anni di sporcizia, ripulendolo. Si svegliò trovando una guardia nella sua cella. «Mi disse che era il momento di andare», ha raccontato Masri, «non posso descrivere quella sensazione. È stato troppo, troppo grande. Indescrivibile». Tornato a casa a Damasco, ha raccontato, si ricorda di aver chiuso la porta del bagno per rimanere da solo per un istante. Chiuse gli occhi e si sentì finalmente in pace. Quando li riaprì, Masri vide un uomo scavato e bianco come un lenzuolo che lo fissava dallo specchio. «Ho iniziato a gridare», perché non si riconobbe.

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