Militari di fronte al Louvre (AP Photo/Frank Augstein)
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  • giovedì 6 Aprile 2017

Lo stato di emergenza in Francia funziona ancora?

È in vigore dagli attentati di Parigi del novembre 2015, ma in molti hanno cominciato a metterne in dubbio utilità e efficacia

Militari di fronte al Louvre (AP Photo/Frank Augstein)

In Francia è ancora in vigore lo stato di emergenza deciso dopo gli attentati di Parigi del novembre 2015: lo scorso gennaio l’Assemblea nazionale ha votato la quinta proroga consecutiva per il prolungamento dello stato di emergenza fino al prossimo 15 luglio. Nel frattempo ci saranno le elezioni presidenziali e le elezioni legislative, e si capirà anche cosa ne sarà di questo provvedimento che in molti commentatori ed esperti hanno cominciato a criticare e a definire ormai «uno stato di eccezione permanente». Negli ultimi giorni hanno cominciato a circolare diversi articoli in cui ci si chiede quale sia stato il bilancio di questi anni di misure eccezionali e se, effettivamente, siano servite a qualcosa.

Lo scorso 29 marzo una serie di associazioni che si occupano di diritti, ma anche il sindacato della magistratura, ha scritto una lettera al primo ministro francese Bernard Cazeneuve chiedendo che il suo governo, prima della fine della legislatura, fornisca tutte le statistiche e i dati che hanno a che fare con lo stato di emergenza, cosa che effettivamente in un certo momento era stata promessa con cadenza settimanale: «L’esercizio dei diritti fondamentali passa attraverso un controllo efficace delle misure di restrizione delle libertà», dicono. Ma le conseguenze dello stato di emergenza «non si conoscono pubblicamente perché le promesse di trasparenza che erano state fatte un anno e mezzo fa non sono state mantenute».

All’Assemblea Nazionale c’è una speciale commissione che si occupa del controllo dello stato di emergenza, e ci sono diversi rapporti. Il più completo risale all’inizio di dicembre 2016. Le associazioni che hanno scritto la lettera pensano però che questi dati non siano sufficientemente aggiornati e che non diano conto di molti aspetti, per esempio gli interventi su Internet e sui media in generale: blocco amministrativo di siti, rimozione di contenuti online e così via.

Lo stato di emergenza prevede di dare ai prefetti il potere di «limitare la circolazione delle persone e dei veicoli» e di effettuare arresti contro chiunque cerchi di opporsi alle misure stabilite. Prevede l’autorizzazione per le autorità amministrative a condurre perquisizioni, senza uno specifico permesso dei giudici, una limitazione delle manifestazioni e delle riunioni pubbliche, l’eliminazione di alcune restrizioni sulle armi da fuoco, l’introduzione di una sorveglianza da parte dei militari di centinaia di punti sensibili in tutto il paese, un maggior controllo sui media e il blocco di siti che facciano propaganda terroristica.

Il rapporto dell’Assemblea Nazionale del 6 dicembre dice che tra il 14 novembre 2015 e il 25 maggio 2016 ci sono state circa 3.750 perquisizioni che sono state condotte con una distribuzione non uniforme nel tempo: nel primo periodo, entro cioè il 30 novembre 2015, è avvenuto il 54 per cento delle perquisizioni totali, dopo il loro ricorso è stato più moderato e diluito nel tempo. Ci sono dati che riguardano i fermi, ci sono molte spiegazioni su come funziona lo stato di emergenza e su come alcune cose siano state modificate negli ultimi mesi: ci sono dei bilanci e delle statistiche, ma risulta davvero complicato capire la reale portata della situazione e soprattutto farsi un’idea chiara delle cifre. I provvedimenti che sono stati fatti sui media e su Internet sono poi appena accennati.

Il rapporto di dicembre ha un breve aggiornamento sugli ultimi mesi, che risale al 22 febbraio. Si dice che dal 22 dicembre al 19 febbraio le misure restrittive e domiciliari ancora attive sono 67, che dal 22 dicembre le perquisizioni sono state 56, che i divieti di soggiorno o accesso rifiutati sono stati 17 e che gli atti relativi al blocco di siti o di riunioni pubbliche sono stati 2. In generale c’è una diminuzione significativa nel tempo di tutte queste misure.

Sui giornali francesi c’è un ampio dibattito tra chi sostiene l’utilità dello stato di emergenza e chi invece la nega. Le critiche principali hanno a che fare innanzitutto con una questione diciamo più teorica: con il fatto cioè che c’è una contraddizione fondamentale tra lo stato di emergenza stesso – pensato per rispondere a una minaccia temporanea – e le caratteristiche del terrorismo, un fenomeno le cui manifestazioni sono episodiche ma durano nel tempo. La struttura dello stato di emergenza è condizionata dall’idea che la minaccia che lo giustifica sia delimitata, ma non sono ben individuabili né un inizio né una fine delle circostanze che lo hanno motivato. E alcuni esperti hanno fatto poi notare come non sia soltanto una questione di tempo, ma anche di spazio: François Saint-Bonnet, giurista e professore di storia del diritto all’università Panthéon-Assas (Paris II), pensa che di fronte alla natura non spaziale della minaccia jihadista, estendere lo stato di emergenza in tutto il territorio francese sia una contraddizione in termini.

Per sostenere la fine dello stato di emergenza, in molti fanno notare come gli arresti, i fermi e le perquisizioni siano diminuiti nel tempo, basando dunque la maggior parte delle critiche su una questione quantitativa: «Se però ci fosse stato anche un solo arresto, ma fosse stato quello del conducente del camion che ha ucciso oltre 80 persone a Nizza prima di fare quello che ha fatto, tutti avrebbero trovato lo stato di emergenza formidabile». Lo ha spiegato Alain Bauer, professore di criminologia a Parigi, New York e Pechino, il quale pensa che «la quantità» non sia mai un elemento valido quando si parla di anti-terrorismo e di procedure di sicurezza: «È la qualità, l’efficienza a prevalere». Perciò, secondo Bauer, visto anche il peggioramento della situazione internazionale in alcuni paesi come la Siria, la riduzione del livello potenziale nell’organizzazione degli attacchi va confrontata con l’aumento del numero potenziale di attacchi. Per questo sarebbe difficile, dice, legittimare una transizione da uno stato di emergenza al nulla. Considera dunque lo stato di emergenza come una soluzione che tra le peggiori soluzioni è anche la meno peggio.

Bauer fa poi notare come sia difficile stimare l’efficacia dello stato di emergenza dato che è stato lo strumento per prevenire attacchi «dei quali non siamo necessariamente a conoscenza» e che «non è riuscito a fermare quello di Nizza». Un altro argomento a favore dello stato di emergenza e della sua utilità è il fatto che attraverso le perquisizioni è stato possibile arrivare velocemente e concretamente a fare verifiche su alcune persone, facendo guadagnare tempo ai servizi di intelligence.

C’è infine una questione politica: lo stato di emergenza sembra essersi trasformato, nel corso degli ultimi mesi, da uno strumento pienamente efficace e necessario contro il terrorismo a uno strumento di comunicazione del governo. Diversi sondaggi condotti in Francia mostrano che il terrorismo è una delle principali preoccupazioni dei cittadini, così come la disoccupazione e la precarietà del lavoro. Sarebbe quindi molto complicato per il governo abbandonare lo stato di emergenza, soprattutto se si verificasse un attacco in questo periodo di elezioni presidenziali e di elezioni legislative. D’altra parte questa situazione e queste aspettative, per il governo stesso, si sono trasformate in una specie di trappola: credere che l’efficacia della lotta contro il terrorismo passi in primo luogo, di fronte all’opinione pubblica, per una semplice e continua estensione dello stato di emergenza.