La politica francese di estrema destra Marine Le Pen durante un comizio nel settembre 2016 (AP Photo/Claude Paris)
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  • martedì 7 marzo 2017

Il popolo in realtà non esiste

L'imbroglio dei populisti è fingere che sia uno solo, il proprio, spiega Roberto Esposito su Repubblica

La politica francese di estrema destra Marine Le Pen durante un comizio nel settembre 2016 (AP Photo/Claude Paris)

La contraddizione dei populismi è che fingono di rappresentare tutto “il popolo” quando invece ne rappresentano solo una parte, escludendo quindi molto altro “popolo”, ha spiegato Roberto Esposito su Repubblica del 6 marzo.

Ci sono parole maledette — nel senso di “dette male” — che, in certe stagioni, calamitano l’attenzione e anche il risentimento generale. È il caso, oggi, del lemma “populismo”. Intendiamoci: il populismo contemporaneo, con tutte le sue distinzioni interne, contiene effettivamente i rischi che si paventano. Ma, se resta confinata alla parola, senza andare alla sua radice, la discussione rischia di rimanere superficiale e di precludersi la strada per fronteggiarlo adeguatamente. Inoltre, nel momento in cui si individua in ogni populismo il nemico da combattere, si rivolge contro di esso lo stesso schema binario che il populismo usa nei confronti dei propri avversari: noi contro loro. E su questo terreno esso è più forte, come appare in tutti gli scontri in atto di questo tipo.

La via per uscire da questo cortocircuito passa per un allargamento dello sguardo al termine che il populismo contiene — vale a dire al “popolo”. Sono utili, in questo senso, i due fascicoli de La società degli individui (1/2015) sul populismo e della Rivista di politica (4/2016) sul potere del popolo. Ai quali va aggiunto il volume collettaneo Che cos’è un popolo? (DeriveApprodi 2014), con saggi di Badiou, Butler, Rancière e altri. Va messo in evidenza che il dispositivo di esclusione del populismo nei confronti della parte avversa è implicito nello stesso concetto di popolo. La nozione di popolo si costituisce sempre in opposizione a qualche cosa d’altro che pure, contraddittoriamente, ne fa parte. È stato così in tutte le denominazioni che esso ha assunto nelle varie epoche. Nel demos greco, comprensivo dei soli cittadini liberi rispetto alla massa degli schiavi e dei lavoratori; nel populus romano, ben diverso dalla plebe che pure rientrava in esso; nel popolo medioevale, differenziato al suo interno in popolo grasso e popolo minuto. Insomma una parte di società è sempre rimasta irriducibile alla totalità del popolo.

Anche quando, nella fase moderna, il popolo ha acquistato la sovranità, ereditandola dai monarchi assoluti, ha riprodotto la dualità che, secondo la celebre formula di Ernst Kantorowicz nel suo classico I due corpi del re, tagliava il corpo del sovrano in due corpi differenti — quello fisico della persona, soggetto a morte e quello, politico, reso immortale dalla continuità della successione dinastica. Si può dire che anche il popolo abbia due corpi diversi e talora opposti. Un corpo politico, soggetto della sovranità, e un corpo sociale che la subisce.

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