È in vendita il 47 per cento di Penguin Random House

Buona parte del più grande gruppo editoriale del mondo sarà acquistata dalla tedesca Bertelsmann, che già ne possiede il 53 per cento

(Marc Tirl/picture-alliance/dpa/AP Images)

Penguin Random House, il più grande gruppo dell’editoria anglosassone e mondiale, nato dalla fusione di Penguin e di Random House nel 2013, appartiene per il 47 per cento alla multinazionale britannica Pearson e per il 53 per cento alla tedesca Bertelsmann. In futuro però le cose cambieranno perché Pearson, che si trova in difficoltà finanziarie per via del grosso calo di vendite nel settore dell’editoria scolastica negli Stati Uniti, ha messo in vendita la sua quota. Bertelsmann è pronta ad aumentare la sua fino al 75 per cento e vorrebbe che un altro investitore acquistasse il restante 25 per cento. Vendendo la sua parte di Penguin Random House e uscendo così dal mercato editoriale dell’intrattenimento, Pearson potrebbe guadagnare 1,4 miliardi di euro. In passato Pearson possedeva anche il Financial Times e il 50 per cento dell’editore della rivista Economist, ma nel corso del tempo si è specializzata nel settore della scolastica.

Tra il 1991 e il 2015 il fatturato di Pearson è sempre cresciuto, ma nel 2016 la società ha dovuto tagliare più di quattromila posti di lavoro per il calo di vendite di libri e materiali didattici per l’istruzione superiore nel Nord America, che costituiscono quasi la metà del business di Pearson. John Fallon, l’amministratore delegato di Pearson, ha ammesso che la società ha commesso alcuni errori, tra cui pensare che l’annuale iscrizione di nuovi studenti nei college americani avrebbe stabilizzato l’impatto della crescita del numero di ragazzi che noleggiano i testi scolastici con alcuni nuovi servizi, tra cui uno offerto da Amazon che permette di risparmiare fino al 90 per cento. Ora l’obiettivo di Pearson, ha spiegato Fallon, è passare a un modello digitale per l’editoria scolastica il più in fretta possibile: il 50 per cento dei prodotti sono libri cartacei e l’obiettivo è portare la quota di quelli digitali al 75 per cento entro il 2020.