(JEAN-FRANCOIS MONIER/AFP/Getty Images)
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  • mercoledì 21 Dicembre 2016

Barilla e l’etichetta della pasta

Il governo vuole obbligare i produttori a indicare sulle confezioni la provenienza del grano, ma c'è chi protesta

(JEAN-FRANCOIS MONIER/AFP/Getty Images)

Martedì 20 dicembre il governo italiano ha inviato alla Commissione europea, l’organo esecutivo dell’UE, un decreto che introduce l’obbligo per i produttori di pasta secca di indicare il paese di provenienza del grano sull’etichetta, perché venga esaminato. Il decreto è stato preparato dal ministero delle Politiche agricole e forestali, guidato da Maurizio Martina, e da quello dello Sviluppo economico, presieduto da Carlo Calenda, ma ha incontrato l’opposizione di Barilla, il più grande produttore di pasta in Italia.

Secondo il decreto, che deve ancora essere approvato dalla Commissione europea, le confezioni di pasta secca prodotte in Italia devono riportare bene in vista l’indicazione del paese in cui è stato coltivato il grano e di quello in cui è stato macinato. Nel caso in cui il grano sia stato coltivato o macinato in più paesi, sull’etichetta dovrà essere segnalato “Paesi UE”, “Paesi non UE” o “Paesi UE e non UE”. Se invece il grano è stato coltivato almeno per il 50 per cento in un solo paese, i produttori dovranno scrivere: “Italia e altri Paesi UE e/o non UE” (nel caso in cui il paese in questione sia l’Italia). Il ministero delle Politiche agricole dice che il decreto serve a tutelare i consumatori, e il ministro Martina ha spiegato: «Puntiamo a dare massima trasparenza delle informazioni al consumatore, tutelare i produttori e rafforzare i rapporti di una filiera strategica per il Made in Italy agroalimentare. Con questo provvedimento l’Italia vuole sperimentare per prima un nuovo sistema di etichettatura che valorizzi le nostre produzioni di grano e pasta, come abbiamo fatto con quelle lattiero casearie». Pochi giorni fa è stato infatti approvato un decreto che obbliga i produttori di formaggi e latticini a indicare sulle confezioni la provenienza del latte.

Secondo il ministro Calenda il decreto serve anche a «rafforzare la filiera produttiva e competere con la concorrenza straniera». A sostegno del decreto, il ministero delle Politiche agricole cita un sondaggio – a cui hanno partecipato 26mila persone – che dice che per l’85 per cento degli italiani «considera importante conoscere l’origine delle materie prime per questioni legate al rispetto degli standard di sicurezza alimentare, in particolare per la pasta».

Luca Virginio, responsabile relazioni esterne di Barilla, ha spiegato che l’azienda «nutre forti dubbi e perplessità sul decreto per l’origine della materia prima in etichetta della pasta che, nella sua versione attuale, confonderebbe i consumatori e indebolirebbe la competitività della filiera della pasta. L’origine da sola non è infatti sinonimo di qualità. Inoltre, non incentiva gli agricoltori italiani a investire per produrre grano con gli standard richiesti dai pastai. A tutto svantaggio del consumatore, che potrebbe addirittura arrivare a pagare di più una pasta meno buona. E dell’industria della pasta, che con un prodotto meno buono, perderebbe quote di mercato, soprattutto all’estero».

Anche Riccardo Felicetti, presidente di Aidepi, l’Associazione delle industrie del dolce e della pasta italiane, ha espresso una posizione simile, concordando sul fatto che l’origine del grano non assicura la qualità del prodotto, e suggerendo che «si vuole far credere che la pasta italiana è solo quella fatta con il grano italiano o che la pasta è di buona qualità solo se viene prodotta utilizzando grano nazionale. Non è vero». Il problema è che il grano duro coltivato in Italia non basta a soddisfare la richiesta dei grandi produttori: secondo Felicetti ci sarebbe bisogno di spiegare ai consumatori «la complessità e il “saper fare” dietro ad un piatto di pasta. E per questo i pastai hanno proposto un sistema di etichettatura al governo, che però non è stato ascoltato».

Ci sono già produttori italiani che usano solo grano italiano, come Divella, Ghigi, Valle del grano, Jolly Sgambaro, Granoro, Armando e Voiello, marchio di Napoli che appartiene ora a Barilla. L’associazione Coldiretti ha difeso il decreto, spiegando che serve a «smascherare l’inganno del prodotto estero spacciato per italiano», aggiungendo che «un pacco di pasta su tre contiene grano straniero senza che i consumatori possano saperlo». In Italia si producono circa 4 milioni di tonnellate di grano duro all’anno, e c’è la più alta produzione di pasta al mondo, con 3,4 milioni di tonnellate all’anno. Secondo Coldiretti, vengono importati dall’estero ogni anno 2,3 milioni di tonnellate di grano duro. Barilla ha recentemente firmato un contratto di tre anni impegnandosi ad acquistare 900mila tonnellate di grano italiano, investendo 240 milioni di euro e permettendo a centinaia di aziende agricole di accedere a un fondo di 10 milioni stanziato dal ministero per le Politiche Agricole.